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Corte Costituzionale Ordinanza 468, 1998

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1998
Tipo di provvedimento
Ordinanza
Num. identificativo
468
Lingua
Italiano
Data generale
1998-12-30
Data deposito/pubblicazione
1998-12-30
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1998-12-16
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Ordinanza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
Presidente: dott. Renato GRANATA;
Giudici: prof. Giuliano VASSALLI, prof. Cesare MIRABELLI, prof.
Fernando SANTOSUOSSO, avv. Massimo VARI, dott. Cesare RUPERTO,
dott. Riccardo CHIEPPA, prof. Gustavo ZAGREBELSKY, prof. Valerio
ONIDA, prof. Carlo MEZZANOTTE, avv. Fernanda CONTRI, prof. Guido
NEPPI MODONA, prof. Piero Alberto CAPOTOSTI, prof. Annibale MARINI;

ha pronunciato la seguente

Ordinanza

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 269, secondo
comma, del codice di procedura civile promosso con ordinanza emessa
l'8 aprile 1998 dal pretore di Tempio Pausania nel procedimento
civile vertente tra Tamponi Giovanni Maria ed altri e Serra Pasquale,
iscritta al n. 395 del registro ordinanze 1998 e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 23, prima serie speciale,
dell'anno 1998;
Udito nella camera di consiglio del 25 novembre 1998 il giudice
relatore Fernanda Contri;
Ritenuto che nel corso di un procedimento civile, nel quale il
convenuto aveva proposto domanda riconvenzionale di usucapione ed
aveva chiamato terzi in causa, il pretore di Tempio Pausania, con
ordinanza dell'8 aprile 1998, ha sollevato, in riferimento agli artt.
3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale
dell'art. 269, secondo comma, del codice di procedura civile, nella
parte in cui non prevede un termine perentorio entro il quale il
convenuto deve notificare la citazione al terzo:
che nella fattispecie, come precisa il rimettente, la citazione
dei terzi, non costituitisi in giudizio, era stata eseguita senza il
rispetto dei termini stabiliti dall'art. 163-bis del codice di
procedura civile e la parte attrice aveva eccepito la decadenza del
convenuto dalla facoltà di chiamata in causa;
che, a norma dell'art. 269 cod. proc. civ., il convenuto, il
quale intenda chiamare un terzo in causa, deve, a pena di decadenza,
farne dichiarazione nella comparsa di risposta e chiedere lo
spostamento della prima udienza, allo scopo di consentire la
citazione del terzo nel rispetto dei termini dell'art. 163-bis la
quale citazione è notificata a cura del convenuto;
che, come osserva il giudice a quo, detta norma nulla dispone in
ordine al mancato rispetto del termine per la citazione del terzo,
sì che in tale ipotesi potrebbe ritenersi applicabile la disciplina
prevista dall'art. 164 cod. proc. civ., in base alla quale, ove sia
stato assegnato un termine a comparire inferiore a quello stabilito
dalla legge e il convenuto non si sia costituito in giudizio, il
giudice, rilevata la nullità della citazione, ne ordina la
rinnovazione;
che, per contro, soltanto a carico dell'attore, il quale abbia
interesse alla chiamata in causa di un terzo e sia stato
preventivamente autorizzato dal giudice, è previsto l'onere di
notificare al terzo la citazione entro il termine perentorio
stabilito dal giudice;
che, quindi, a differenza di quanto stabilito dal secondo comma
del citato art. 269, la perentorietà del termine è prevista
unicamente per la chiamata in causa ad opera dell'attore, il quale
decade da tale facoltà qualora non osservi il termine;
che, ad avviso del rimettente, la diversa disciplina stabilita
dall'art. 269 cod. proc. civ. in ordine alla chiamata in causa di un
terzo darebbe luogo ad una ingiustificata disparità di trattamento
tra le parti, che si tradurrebbe nella violazione degli artt. 3 e 24
della Costituzione, tanto più ove si consideri che la previgente
formulazione dell'art. 269 parificava la posizione dell'attore e del
convenuto in ordine alla chiamata in causa di un terzo e che
l'originario testo della norma in oggetto, approvato dal Senato,
prevedeva che la notificazione della citazione al terzo, sia ad opera
dell'attore che del convenuto, doveva eseguirsi nel termine
perentorio di quindici giorni;
che, come osserva infine il rimettente, la disparità di
trattamento non può essere superata con una interpretazione
estensiva che conferisca perentorietà al termine relativo alla
citazione del terzo, effettuata dal convenuto, in quanto è ad essa
di ostacolo il disposto dell'art. 152 cod. proc. civ., a norma del
quale "i termini per il compimento degli atti del processo sono
stabiliti dalla legge; possono essere stabiliti dal giudice anche a
pena di decadenza, soltanto se la legge lo permette espressamente".
Considerato che, come risulta dall'ordinanza di rimessione e dagli
atti del giudizio a quo il convenuto ha assegnato alle parti chiamate
in causa un termine a comparire inferiore a quello prescritto
dall'art. 163-bis codice procedura civile:
che, ai sensi dell'art. 164 cod. proc. civ., tale inosservanza
determina la nullità della citazione, con l'ulteriore conseguenza
che, non essendosi costituite in giudizio le parti, il giudice è
tenuto a disporre d'ufficio la rinnovazione della citazione entro un
termine perentorio;
che la questione sollevata dal rimettente si appalesa quindi
priva di rilevanza nel giudizio a quo, nel quale dall'assegnazione di
un termine a comparire inferiore a quello legale non può derivare
altro effetto che l'applicazione del citato art. 164, e ciò anche
nel caso in cui fosse previsto un termine perentorio per la chiamata
in causa;
che, infine, tenuto conto che le parti legittimate a contraddire
alla domanda riconvenzionale di usucapione rivestono la qualità di
litisconsorti necessari, la omessa citazione di una di esse
determinerebbe comunque per il giudice la necessità di disporre
l'integrazione del contraddittorio.
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n.
87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti
alla Corte costituzionale.


per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
Dichiara la manifesta inammissibilità della questione di
legittimità costituzionale dell'art. 269, secondo comma, del codice
di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24
della Costituzione, dal pretore di Tempio Pausania con l'ordinanza in
epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 16 dicembre 1998.
Il Presidente: Granata
Il redattore: Contri
Il cancelliere: Di Paola
Depositata in cancelleria il 30 dicembre 1998.
Il direttore della cancelleria: Di Paola

Spiegazione Ordinanza

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