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Consiglio di Stato Sentenza 1388, 2017

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Consiglio di Stato
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
2017
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
1388
Lingua
Italiano
Data generale
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Data deposito/pubblicazione
2017-03-27
Data dell'udienza in cui è stato assunto
2016-12-20
Numero RG
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Materia
Amministrativo - Rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione
Parti
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Fonte
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Testo Sentenza

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 1748 del 2016, proposto da:
Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, Istituto comprensivo N. 20 di Bologna,
in persona del legale rappresentante p.t.,, rappresentati e difesi dall’Avvocatura generale dello
Stato, domiciliataria per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
contro
[...]
per la riforma
della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per l’Emilia-Romagna, sezione I n.
166/2016, resa tra le parti, che ha accolto il ricorso n. 155/2015 per l’annullamento: della
deliberazione n. 50/2015 in data 9 febbraio 2015, con cui il Consiglio di istituto dell’Istituto
comprensivo n. 20 di Bologna ha disposto di concedere l’apertura dei locali scolastici di tutti e
tre i plessi dell’I.C. 20 per le benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, con le
modalità ivi indicate: ( la benedizione pasquale dovrà avvenire in orario extra scolastico; - gli
alunni dovranno essere accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto che se ne
assume l’onere della sorveglianza); nonché per l’annullamento della deliberazione n. 52/2015
in data 12 marzo 2015 (e relativo verbale) con cui il Consiglio di Istituto dell’Istituto
comprensivo n. 20 di Bologna ha disposto di <(...)>>; della determinazione prot. n. 0001754 A/35 in data 11 marzo 2015 con cui il Dirigente scolastico ha disposto la <specifica richiesta, Parrocchia SS. Trinità, S. Giuliano e S. Maria della Misericordia, per
l’espletamento di attività di benedizione pasquale senza fini di lucro nelle giornate riportate in
apposita convenzione nonché di tre convenzioni sottoscritte in data 13 marzo 2015 con i tre
parroci richiedenti (impugnate con <> depositati il 19 maggio 2015).
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di F[---]
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
[---]
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
In primo grado era stata impugnata la deliberazione n. 50/2015 in data 9 febbraio 2015, con
cui il Consiglio d’Istituto dell’Istituto comprensivo n. 20 di Bologna aveva concesso l’apertura
dei suoi locali scolastici perché si svolgessero le benedizioni pasquali richieste dai parroci del
territorio, raccomandando che queste fossero effettuate in orario extra-scolastico e che gli
alunni venissero accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto col compito di
sorvegliarli.
I ricorrenti, “docenti e genitori dell’Istituto comprensivo n. 20, nonché ... soggetti giuridici che
per finalità statutaria hanno a cuore la laicità e l’aconfessionalità della scuola pubblica”,
deducevano:
- violazione di legge, in particolare, degli artt. 2, 3, 7, 19 e 21 Cost; degli artt. 7 e 10 d.lgs. 16
aprile 1994, n. 297 (Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione,
relative alle scuole di ogni ordine e grado); del D.P.R. 10 ottobre 1996, n. 567 (regolamento
recante la disciplina delle iniziative complementari e delle attività integrative nelle istituzioni
scolastiche) e dell’art. 9, L. 25 marzo 1985, n. 121; violazione della competenza del Consiglio
di Circolo; art. 6, 2° c., lett. d) ed f) del DPR 31 maggio 1974, n. 416 (ora art. 7 e 10, D.lgs.
297/94); eccesso di potere per carenza totale di motivazione;
- eccesso di potere per illogicità, perplessità e contraddittorietà, assumendo che, in quanto
rito o atto di culto religioso, la benedizione pasquale cattolica non rientrerebbe né nelle varie forme di attività scolastica (artt. 7 e 10 del d.lgs. n. 297/1994) né nelle iniziative
“complementari” ed “integrative” previste dal D.P.R. n. 567 del 1996. Pertanto il suo
svolgimento esulerebbe dalle competenze dell’istituzione scolastica, alla quale
competerebbero le sole attività suscettibili di far parte dell’offerta formativa affidatale; ciò
anche in quanto la collocazione della pratica religiosa al di fuori dell’orario scolastico e senza
obbligo di partecipazione degli alunni, pur apparentemente salvaguardando la libertà
religiosa dei componenti della comunità scolastica, otterrebbe comunque l’effetto di accostare
l’istituzione al cattolicesimo e di lederne di conseguenza l’imparzialità, la neutralità, la laicità e
la aconfessionalità, oltre a condizionare in modo significativo soggetti deboli come gli
studenti, senza tenere conto della necessità di evitare qualsiasi discriminazione diretta o
indiretta a causa della religione (art. 43 d.lgs. 25/07/1998 n. 286, testo unico
sull’immigrazione; art. 2 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216, attuazione della direttiva 2000/78/CE per
la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro) e di tutelare diritti
fondamentali quali quello alla non discriminazione (artt. 2 e 3 Cost.), alla libertà religiosa (art.
19 Cost.) e di pensiero (art. 21 Cost.).
Denunciavano, inoltre, l’incompetenza del Consiglio di Istituto in quanto, se anche un atto di
culto potesse costituire attività didattico/culturale, la questione sarebbe in ogni caso
riconducibile alle attribuzioni del Collegio dei docenti (art. 7 D.lgs. n. 297/1994); ove, invece,
si trattasse di attività ascrivibile alle iniziative “complementari” o “integrative”, sarebbe stato
comunque necessario acquisire l’avviso del Collegio dei docenti (art. 4 D.P.R. n. 567/1996).
Lamentavano, poi, l’assenza di motivazione e l’illogicità e contraddittorietà, per l’incertezza
delle modalità di attuazione della decisione quanto al locale scolastico interessato, al giorno e
all’ora dell’evento, ed a sorveglianza degli alunni.
Successivamente, il Dirigente scolastico dell’Istituto cit. rilasciava la concessione di un locale
scolastico ai parroci che l’avevano richiesto, e precisamente alle Parrocchie SS. Trinità, S.
Giuliano e S. Maria della Misericordia, perché si svolgessero benedizioni pasquali senza fini di
lucro nelle giornate e nei luoghi indicati in apposita convenzione, ed il Consiglio di Istituto
individuava le relative date ed i locali presso le tre strutture scolastiche coinvolte.
L’Istituto infine, in data 13 marzo 2015, sottoscriveva con i tre parroci le relative convenzioni.
Queste ulteriori determinazioni erano impugnate con motivi aggiunti (violazione dell’art. 96,
comma 4 e 6 del T.U. D.lgs. n. 297/94 cit., e dell’art. 50 del regolamento n. 44/2001).
Con la sentenza appellata il ricorso è stato accolto, essendosi affermato, sulla premessa del
“principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato”, e della “equidistanza e
imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose”, che “non v’è spazio per riti religiosi -
riservati per loro natura alla sfera individuale dei consociati -, mentre ben possono esservi
occasioni di incontro che su temi anche religiosi consentano confronti e riflessioni in ordine a
questioni di rilevanza sociale, culturale e civile, idonei a favorire lo sviluppo delle capacità intellettuali e morali della popolazione, soprattutto scolastica, senza al contempo sacrificare la
libertà religiosa o comprimere le relative scelte”.Il primo Giudice ha tra l’altro affermato che “un’invalicabile linea di confine sia a tali fini
costituita dalla circostanza che si tratti o meno di un atto di culto religioso”, e che nel caso in
esame, al contrario, sarebbe stato «autorizzato un vero e proprio rito religioso da compiersi
nei locali della scuola e alla presenza della comunità scolastica, sì che non ricorre l’ipotesi di
cui all’art. 96, comma 4, del d.lgs. n. 297 del 1994, e neppure quella di cui al successivo comma
6, riferito al ben diverso ambito delle iniziative di socializzazione e stimolo della maturazione
degli studenti per “... fronteggiare il rischio di coinvolgimento dei minori in attività
criminose”.
Infine, con riferimento alla disposizione di cui all’art. 1, comma 1°, del D.P.R. n. 567 del 1996,
invocata dall’Amministrazione, il primo giudice ha affermato, in relazione alle “iniziative
complementari ... negli obiettivi formativi delle scuole” ed alle “iniziative integrative ...
finalizzate ad offrire ai giovani occasioni extracurricolari per la crescita umana e civile e
opportunità per un proficuo utilizzo del tempo libero”, che “le attività di culto religioso
attengono alle pratiche di esercizio del credo confessionale di ciascun individuo e restano
confinate nella sfera intima dei singoli”, aggiungendo che la scuola sarebbe sottratta alla
celebrazione di riti religiosi, attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno e, quindi,
estranei ad un ambito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni. Né l’uso dei locali
potrebbe ammettersi sulla base dell’art. 96, comma 4 del D.lgs. n. 297/1994 (“gli edifici e le
attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per
attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale
civile”), poiché tale norma richiede, al successivo comma 6, che si tratti “... di attività che
realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile ...”,
mentre i “riti religiosi”, che attengono alle “pratiche del credo confessionale di ciascun
individuo e restano confinate nella sfera intima dei singoli”, non avrebbero “rilevanza
culturale”, nel senso di arricchimento del sapere dei cittadini, ciò che impedirebbe, sempre
secondo il primo giudice, di ricondurre le attività di culto religioso tra le “iniziative
complementari ed integrative dell’iter formativo degli studenti”, di cui all’art. 1, commi 1 e 2
del D.P.R. n. 567/1996.
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, insieme con l’Istituto comprensivo
n. 20 di Bologna, propone appello, ritenendo la sentenza censurabile per i seguenti diversi
profili, così sintetizzabili.
La concessione in uso dei locali fuori dell’orario scolastico, per lo svolgimento di un atto di
culto cui partecipare liberamente e facoltativamente, non sarebbe sufficiente a far venir meno
la aconfessionalità della scuola, o a determinare conseguenze discriminatorie nei confronti di
altre confessioni religiose, o tanto meno a determinare una lesione dei diritti di libertà di
religione, ovvero di non credere in alcuna religione. Il diritto di libertà religiosa, quale aspetto
della dignità umana di cui all’art. 2 Cost., fa sì che lo Stato sia tenuto a garantire il “diritto di
tutti gli appartenenti alle diverse fedi o confessioni religiose di fruire delle eventuali
facilitazioni disposte in via generale dalla disciplina comune ... perché ciascuno possa in
concreto più agevolmente esercitare il culto della propria fede religiosa” (Corte Cost. n.334/1996), tenendo conto che nulla potrebbe impedire che una concessione analoga possa
essere accordata, ove richiesta, ad appartenenti ad altre confessioni religiose. Né va condiviso,secondo l’appellante, che la benedizione pasquale, quale vero e proprio rito religioso riservato
alla sfera individuale dei consociati, non possa contribuire all’arricchimento del patrimonio
culturale, civile e sociale della scuola e, quindi, non possa essere compreso tra le previsioni di
cui all’art. 961, c. 4 e 6. del d.lgs. n. 297/1994 e art. 1, c. 1, D.P.R. n. 567/1996.
Gli originari ricorrenti si sono costituiti in questo grado di giudizio per resistere con una
prima memoria riguardante la trattazione della domanda cautelare, accolta con il decreto
presidenziale 7 marzo 2016 n.763 e rinviata al merito, e poi con una seconda memoria del 19
novembre 2016, depositata in vista dell’udienza del 20 dicembre successivo, allorquando la
causa, dopo la discussione, è stata trattenuta in decisione. Sostengono in sintesi che le
benedizioni sono atti di culto, non aventi alcun contenuto culturale, che non potrebbero
tenersi in istituti scolastici pubblici e tantomeno essere autorizzati dai competenti organi, in
quanto estranee sia alla didattica che alle iniziative culturali fruite da tutti gli alunni, non
essendo oltretutto attività curriculari o extra curriculari o extra scolastiche o comunque di
complemento all’offerta formativa della scuola, e pur tuttavia ritenute idonee ad orientare i
giovani all’adesione al cattolicesimo, con implicita violazione dell’imparzialità, laicità e
aconfessionalità della scuola pubblica.
DIRITTO
1. È opportuno premettere che i provvedimenti impugnati sono stati adottati a seguito di
apposite istanze, la prima delle quali era stata la lettera 27 dicembre 2014 di tre parroci
rivolta al Dirigente scolastico e al Presidente del Consiglio di Istituto dell’Istituto comprensivo
n. 20 di Bologna, in via Dante, n. 3 (comprendente la scuola primaria Carducci, la scuola
primaria Fortuzzi e la scuola secondaria di primo grado Rolandino de’ Passeggeri), per
chiedere il benestare a celebrare la benedizione pasquale per gli alunni della scuola al termine
delle lezioni di uno dei giorni precedenti le vacanze pasquali, radunando gli alunni che
volessero parteciparvi in un conveniente locale (salone o palestra).
L’istanza era stata accolta a maggioranza dal Consiglio d’Istituto (verbale del 9 gennaio 2015),
con alcune prescrizioni (le benedizioni sarebbero state limitate, all’interno delle scuole
primarie, ad orario extra scolastico e alla sola presenza del personale docente, ATA ed
amministrativo, senza la presenza dei bambini; all’interno delle scuole Rolandino, ad orario
extra scolastico, alla libera presenza anche dei ragazzi che intendessero parteciparvi, sotto la
sorveglianza del docente di religione).
Nella successiva seduta del 9 febbraio 2015 era adottata deliberazione n. 50/2015 con la
quale il consiglio d’Istituto deliberava a maggioranza, con 13 voti favorevoli, 1 astenuto e 2
contrari, di autorizzare l’apertura dei locali scolastici di tutti e tre i plessi dell’I.C. 20 per le
benedizioni pasquali richieste dai parroci del territorio, a condizione che la benedizione
pasquale fosse impartita in orario extra scolastico e gli alunni fossero accompagnati dai
familiari, o comunque da un adulto in funzione di sorveglianza.Dopo la presentazione di un primo ricorso al TAR e di un’istanza di autotutela, la dirigente
scolastica, con propria determinazione prot. 1754 A/35 del 11 marzo 2015, concedeva un
locale scolastico ai parroci che ne avevano fatto specifica richiesta, “per l’espletamento dell’attività di benedizione pasquale senza fini di lucro nelle giornate riportate in apposita
convenzione”.
Con la deliberazione n. 52/2015 del 12 marzo 2015 l’Amministrazione decideva di aprire i
seguenti locali scolastici: Rolandino il 21 marzo ore 13,15 in aula magna; Fortuzzi il 20 marzo
ore 16,45 nell’atrio; Carducci il 21 marzo in aula magna. Dopo la stipula delle convenzioni,
avvenuta il seguente 13 marzo, le benedizioni erano celebrate nelle date 20 e 21 marzo 2015,
come del resto riportato dalla stampa dell’epoca (Resto del Carlino del 21 marzo 2015:
“Pasqua, la scuola gioca d’anticipo. La benedizione arriva prima del TAR”; New York Times del
23 marzo 2015; ANSA del 24 marzo 2015).
Da quanto riferito dalle parti, risulta che i provvedimenti impugnati (autorizzazioni alla
celebrazione delle benedizioni pasquali del marzo 2015) hanno avuto esecuzione, non
essendo stati all’epoca sospesi, ma soltanto successivamente annullati con la sentenza
appellata, poi sospesa in via cautelare con il decreto presidenziale 7 marzo 2016 n.763.
Nella successiva Pasqua del 2016, nel corso dell’anno scolastico 2015/2016, l’Istituto
comprensivo 20 di Bologna ha nuovamente posto la questione all’o.d.g. della riunione del
Consiglio di Istituto del 22 marzo 2016, ma l’Amministrazione scolastica ha deliberato di non
concedere i locali per lo svolgimento della benedizione.
Quanto sinora precisato, può chiarire che l’interesse processuale delle parti ad ottenere una
pronuncia del Consiglio di Stato nella controversia ha ormai carattere soltanto morale, dato
che l’eventuale annullamento ora per allora degli atti qui impugnati non potrebbe avere altro
risultato, se non quello implicito di costituire anche un precedente, non essendo stata
presentata alcuna altra domanda accessoria oltre quella di annullamento.
2. Com’è noto, la benedizione pasquale è un rito religioso, rivolto all’incontro tra chi svolge il
ministero pastorale e le famiglie o le altre comunità, nei luoghi in cui queste risiedono,
caratterizzato dalla brevità e dalla semplicità, senza necessità di particolari preparativi.
Il fine di tale rito, per chi ne condivide l’intimo significato e ne accetta la pratica, è anche
quello di ricordare la presenza di Dio nei luoghi dove si vive o si lavora, sottolineandone la
stretta correlazione con le persone che a tale titolo li frequentano.
Non avrebbe senso infatti la benedizione dei soli locali, senza la presenza degli appartenenti
alle relative comunità di credenti, non potendo tale vicenda risolversi in una pratica di
superstizione.
Tale rito dunque, per chi intende praticarlo, ha senso in quanto celebrato in un luogo
determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato
altrove; e ciò spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla
presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente
ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altroche, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che
dunque, non partecipando all’evento, non possa in alcun senso sentirsi leso da esso.Deve quindi concludersi che la “benedizione pasquale” nelle scuole non possa in alcun modo
incidere sullo svolgimento della didattica e della vita scolastica in generale. E ciò non
diversamente dalle diverse attività “parascolastiche” che, oltretutto, possono essere
programmate o autorizzate dagli organi di autonomia delle singole scuole anche senza una
formale delibera.
3. È appena il caso di rilevare che non può logicamente attribuirsi al rito delle benedizioni
pasquali, con le limitazioni stabilite nelle prescrizioni annesse ai provvedimenti impugnati, un
trattamento deteriore rispetto ad altre diverse attività “parascolastiche” non aventi alcun
nesso con la religione, soprattutto ove si tenga conto della volontarietà e della facoltatività
della partecipazione nella prima ipotesi, ma anche che nell’ordinamento non è rinvenibile
alcun divieto di autorizzare lo svolgimento nell’edificio scolastico, ovviamente fuori dell’orario
di lezione e con la più completa libertà di parteciparvi o meno, di attività (ivi inclusi gli atti di
culto) di tipo religioso.
Ed ancora, c’è da chiedersi come sia possibile che un (minimo) impiego di tempo sottratto alle
ordinarie e le attività scolastiche, sia del tutto legittimo o tollerabile se rivolto a consentire la
partecipazione degli studenti ad attività “parascolastiche” diverse da quella di cui trattasi, ad
esempio di natura culturale o sportiva, o anche semplicemente ricreativa, mentre si trasformi,
invece, in un non consentito dispendio di tempo se relativo ad un evento di natura religiosa,
oltretutto rigorosamente al di fuori dell’orario scolastico.
Va aggiunto che, per un elementare principio di non discriminazione, non può attribuirsi alla
natura religiosa di un’attività, una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile
unicamente perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere,
sarebbe ritenuta ammissibile e legittima.
Del resto, la stessa Costituzione, all’art. 20, nello stabilire che «il carattere ecclesiastico e il fine
di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali
limitazioni legislative (...) per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività»,
pone un divieto di un trattamento deteriore, sotto ogni aspetto, delle manifestazioni religiose
in quanto tali.
Ovviamente, la partecipazione ad una qualsiasi manifestazione o rito religiosi (sia nella scuola
che in altre sedi) non può che essere facoltativa e libera, non potendo non godere, solo perché
tale, di minori spazi di libertà e di minore rispetto di quelli che sono riconosciuti a
manifestazioni di altro genere, nonché tollerante nei confronti di chi esprime sentimenti e fedi
diverse, ovvero di chi non esprime o manifesta alcuna fede.
Negli atti impugnati i parametri ora indicati sono tutti rigorosamente rispettati, essendo
garantita la libertà di partecipare all’evento in orario non scolastico, senz’alcuna forma di
contrapposizione con altri credo religiosi o con qualsivoglia diversa ideologia.4. Resta da verificare se i provvedimenti impugnati siano espressione di una determinata
potestà, riconducibile ad una categoria rispondente al normale principio di tipicità degli atti
amministrativi.Al riguardo può richiamarsi l’art. 96, quarto comma, del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297, secondo
cui gli edifici scolastici possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per
attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e
civile.
Tra tali finalità può comprendersi quella rivolta alla realizzazione di un culto religioso, sempre
che ne sia libera, volontaria e facoltativa la partecipazione, e ciò avvenga, come richiesto, al di
fuori dell’orario del servizio scolastico e previa delibera dell’organo competente, ai sensi del
precedente art.10 del D.Lgs. del 1994, n. 297 cit., ivi indicato nel Consiglio di Circolo o di
Istituto.
Ed è appena il caso di ricordare che, nella prassi oggi invalsa, le competenze di tali organi
scolastici sono intese in senso non certamente restrittivo, bensì estensivo o comunque elastico
e flessibile, quanto alla tipologia ed alla natura delle attività “parascolastiche”,
“extrascolastiche”, o comunque “complementari”, che gli stessi organi possono liberamente ed
autonomamente programmare o autorizzare.
Del resto, il D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275 (regolamento recante norme in materia di autonomia
delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell’art. 21 della L. 15 marzo 1997, n. 59), all’art. 4,
relativo all’autonomia didattica, dispone: «Le istituzioni scolastiche, nel rispetto della libertà
di insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del
sistema (...) concretizzano gli obiettivi nazionali in percorsi formativi funzionali alla
realizzazione del diritto ad apprendere e alla crescita educativa di tutti gli alunni, riconoscono
e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno adottando tutte le iniziative
utili al raggiungimento del successo formativo», intendendosi in tal modo evidentemente
ampliare la sfera dell’autonomia di tali organi, ed ammettendo esplicitamente, con
l’espressione «riconoscono e valorizzano le diversità», tutte quelle iniziative che si rivolgano,
piuttosto che alla generalità unitariamente intesa degli studenti, soltanto a determinati gruppi
di essi, individuati per avere specifici interessi od appartenenze, per esempio di carattere
etico, religioso o culturale, in un clima di reciproca comprensione, conoscenza, accettazione e
rispetto, oggi tanto più decisivo in relazione al fenomeno sempre più rilevante
dell’immigrazione e della conseguente necessità di integrazione.
Per i profili sin qui esaminati, dunque, i provvedimenti impugnati appaiono legittimi, non
risultando fondati non soltanto i motivi attinenti alle denunciate violazioni di legge, ma anche
i motivi di ricorso riferiti all’incompetenza, al difetto di motivazione ed all’eccesso di potere.
Attesa l’evidente novità delle questioni affrontate, all’integrale riforma della sentenza
appellata ed al rigetto del ricorso di primo grado ora disposti, non può che conseguire
l’integrale compensazione delle spese di entrambi i gradi di giudizio.
P.Q.M.
il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sesta Sezione, accoglie l’appello indicato in
epigrafe e, per l’effetto, rigetta il ricorso di primo grado.

Spese compensate del doppio grado.

Spiegazione Sentenza

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