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Corte Costituzionale Sentenza 109, 1964

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1964
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
109
Lingua
Italiano
Data generale
1964-12-11
Data deposito/pubblicazione
1964-12-11
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1964-12-04
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

Composta dai signori: Prof. GASPARE AMBROSINI, Presidente - Prof.
ANTONINO PAPALDO - Prof. NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO -
Prof. BIAGIO PETROCELLI - Dott. ANTONIO MANCA - Prof. ALDO SANDULLI -
Prof. GIUSEPPE BRANCA - Prof. MICHELE FRAGALI - Prof. COSTANTINO
MORTATI - Prof. GIUSEPPE CHIARELLI - Dott. GIUSEPPE VERZÌ - Dott.
GIOVANNI BATTISTA BENEDETTI - Prof. FRANCESCO PAOLO BONIFACIO,
Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 4, terzo
comma, della legge 27 gennaio 1963, n. 19, sulla "Tutela giuridica
dell'avviamento commerciale", promosso con ordinanza emessa il 31
luglio 1963 dal Pretore di San Donà di Piave nel procedimento civile
vertente tra Contardo Adelia e Michelon Veneranda, iscritta al n. 7 del
Registro ordinanze 1964 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica, n. 34 dell'8 febbraio 1964.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 5 novembre 1964 la relazione del
Giudice Nicola Jaeger;
udito il sostituto avvocato generale dello Stato Francesco Agrò,
per il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto in fatto:
Nel corso di un procedimento di opposizione ad esecuzione per
rilascio di un immobile locato per uso commerciale, pendente davanti al
Pretore di San Donà di Piave, la locatrice chiedeva che fosse revocata
la sospensione di tale esecuzione, già accordata, e che invece, previa
sospensione del giudizio di opposizione, il giudice rimettesse gli atti
alla Corte costituzionale per la decisione della questione di
legittimità costituzionale della norma contenuta nell'art. 4, terzo
comma, della legge 27 gennaio 1963, n. 19, sulla "Tutela giuridica
dell'avviamento commerciale", in riferimento agli artt. 3 e 24 della
Costituzione.
Con ordinanza in data 31 luglio 1963 il Pretore confermava la
sospensione della esecuzione; ritenuto poi che la dedotta questione di
legittimità costituzionale non fosse da considerare manifestamente
infondata e che la controversia non potesse essere decisa
indipendentemente dalla soluzione di tale questione, ordinava la
sospensione del giudizio e la trasmissione degli atti alla Corte
costituzionale per la risoluzione della questione di legittimità
costituzionale sollevata dalla convenuta.
Nella motivazione dell'ordinanza il Pretore premette testualmente
che "l'esame del magistrato adito va limitato, nel caso in esame,
all'accertamento della esistenza delle condizioni legittimanti, ai
sensi dell'art. 624 del Codice di procedura civile, la sospensione
della esecuzione, essendo competente, nel merito, il Tribunale di
Venezia, avanti il quale, in ogni caso, le parti dovranno riassumere il
giudizio".
Ad ogni modo, il giudice dell'esecuzione si è preso cura di
esaminare la questione di legittimità proposta dalla locatrice
convenuta in opposizione ed ha concluso nel senso che la norma del
terzo comma dell'art. 4 in discussione ha vulnerato le garanzie
predisposte dalla Costituzione nel combinato disposto degli artt. 3 e
24, primo comma, in quanto attribuisce al conduttore la facoltà di
optare per la proroga biennale del contratto di locazione, ad un canone
da concordarsi fra le parti, rinunziando al compenso previsto nel primo
comma della disposizione citata.
Si legge nell'ordinanza che non può revocarsi in dubbio che la
norma di cui all'art. 4 della legge in esame leda gli interessi di uno
soltanto dei titolari del rapporto di locazione, a danno della garanzia
costituzionale della parità dei cittadini di fronte alla legge; ove,
infatti, il conduttore non eserciti il diritto di prelazione di cui
all'art. 2 della legge e non intenda conseguire il compenso di cui al
primo comma dell'art. 4, viene ad esso, in ogni caso, attribuito un
diritto nei confronti del locatore all'altro compenso, che si concreta
nel vantaggio patrimoniale ritraibile dalla proroga biennale del
contratto, e ciò anche se l'azienda non subisca danno per la perdita
dell'avviamento ed anche se, dalla cessazione del rapporto, nessun
utile possa derivare al locatore.
A giudizio del Pretore non si può evincere dalla legge che il
conduttore abbia la facoltà di Optare per la proroga biennale solo ove
sussistano i presupposti per la richiesta del compenso, di cui al primo
comma dell'art. 4, essendo chiaramente espressa l'alternativa fra la
facoltà di chiedere il compenso e quella di optare per la proroga
biennale. Di conseguenza, sarebbe lasciata al conduttore piena e
discrezionale facoltà di ottenere un vantaggio patrimoniale, a danno
del locatore, il quale subirebbe una grave lesione dei propri diritti.
Né, in caso di mancato accordo per la determinazione del canone di
locazione, il locatore potrebbe chiederne la determinazione al giudice:
e tale conseguenza importerebbe la violazione della norma della
Costituzione (art. 24, primo comma), secondo la quale "tutti possono
agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi
legittimi".
L'ordinanza, comunicata ai Presidenti delle Camere del Parlamento e
notificata al Presidente del Consiglio dei Ministri, è stata
pubblicata, per disposizione del Presidente della Corte costituzionale,
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 34 dell'8 febbraio 1964.
Nessuna delle parti private si è costituita. È invece intervenuto
in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, con atto
depositato in cancelleria il 19 ottobre 1963. Nelle deduzioni
dell'Avvocatura generale dello Stato, che lo rappresenta e difende, si
afferma che la questione proposta dal Pretore di San Donà di Piave,
nel suo duplice aspetto, è da ritenere sprovvista di ogni fondamento,
soprattutto perché la norma impugnata non potrebbe interpretarsi se
non nel senso di una possibilità di scelta da parte del conduttore fra
due effettivi e paralleli vantaggi di natura e di contenuto
patrimoniale: da un lato il compenso per la perdita dell'avviamento,
previsto e regolato dal primo comma dell'articolo, e dall'altro la
proroga biennale del contratto, contemplata alternativamente nel terzo
comma dello stesso articolo.
In tanto il conduttore avrebbe diritto di optare per la proroga in
quanto potesse utilmente rinunziare ad un suo effettivo diritto al
compenso per la perdita di avviamento dell'azienda: occorrerebbe,
cioè, che quest'ultimo diritto sussistesse in realtà e che fosse
accertabile la esistenza dei relativi presupposti indicati dalla legge
(perdita di avviamento dell'azienda e utilità derivante al locatore).
La opzione consentita non importerebbe quindi affatto la denunciata
arbitraria lesione dei diritti di uno soltanto dei titolari del
rapporto di locazione, nella specie del locatore.
Nei riguardi degli altri rilievi contenuti nell'ordinanza e
concernenti il danno derivante al locatore nel caso di mancato accordo
per la determinazione del canone per il biennio di proroga del
contratto, l'Avvocatura generale dello Stato afferma che l'accordo
delle parti deve ritenersi elemento indispensabile e condizionante ai
fini dell'effettiva possibilità di perfezionamento della proroga
biennale, per la quale abbia optato il conduttore. Altrimenti il
contratto non potrebbe perfezionarsi; e di conseguenza verrebbe meno la
già dichiarata rinunzia al diritto di compenso per la perdita
dell'avviamento, che ne era il presupposto, oppure, considerandosi
definitivamente acquisita tale rinunzia, il contratto verrebbe
automaticamente a risolversi.
In una successiva memoria depositata il 23 ottobre 1964 la difesa
del Presidente del Consiglio ha ribadito gli argomenti già esposti,
insistendo particolarmente sulla osservazione che nel caso in esame
dovrebbe ravvisarsi un tentativo di rimettere alla Corte costituzionale
quel compito di interpretare la legge ordinaria, che sarebbe spettato
invece al giudice del processo principale.
Le stesse conclusioni sono state confermate all'udienza dal
rappresentante dell'Avvocatura generale dello Stato.Considerato in diritto:
Come risulta già in modo evidente dalla esposizione dei fatti
della causa, il testo della ordinanza del Pretore di San Donà di Piave
presenta alcuni aspetti contraddittori, i quali danno luogo a non poche
perplessità.
Vi si rileva, infatti, che - dopo avere premesso, nel modo più
esplicito, che l'esame del giudice (dell'esecuzione) era
necessariamente limitato all'accertamento delle condizioni, o
presupposti atti a giustificare la sospensione dell'esecuzione, ai
sensi dell'art. 624 del Codice di procedura civile, e che le parti
avrebbero dovuto quindi riassumere il giudizio davanti al Tribunale di
Venezia, competente sul merito - lo stesso giudice della esecuzione ha
ritenuto "che il presente giudizio non può essere definito
indipendentemente dalla risoluzione della stessa (questione di
legittimità costituzionale dell'art. 4, terzo comma, legge 27 gennaio
1963, n. 19)"; dopo di che il dispositivo della ordinanza si conclude
con la seguente prescrizione: "Manda alle parti di riassumere il
presente giudizio, una volta cessata la detta causa di sospensione e
nel termine di mesi sei dalla data della decisione della Corte
costituzionale, avanti il Tribunale civile di Venezia, competente per
ragioni di valore".
È da rilevare poi che lo stesso Pretore aveva d'altronde
provveduto nei riguardi della domanda proposta da una delle parti per
ottenere la revoca della sospensione dell'esecuzione già accordata, e
pertanto aveva risolto tutte le questioni di propria competenza, così
che risultava pienamente giustificata la rimessione da lui disposta
delle parti davanti al Tribunale, non restandogli più alcun altro
provvedimento da prendere.
Da ciò consegue peraltro che la affermazione sopra riferita,
contenuta nel dispositivo dell'ordinanza, che "il presente giudizio non
può essere definito indipendentemente dalla risoluzione della stessa
(questione di legittimità costituzionale)" non deve essere
interpretata nel senso che il Pretore volesse alludere al procedimento
già pendente davanti a lui, bensì nel senso che egli intendeva come
"giudizio" tutto il processo (considerato come successione di più
procedimenti), ivi compresa la fase ulteriore che avrebbe dovuto
svolgersi davanti al Tribunale; e ciò trova conferma nell'uso della
medesima espressione, adoperata proprio in tal senso, anche nel testo
dell'ultimo paragrafo dell'ordinanza, ove si legge: "Manda alle parti
di riassumere il presente giudizio... avanti al Tribunale di Venezia,
competente per ragioni di valore".
Risulta pertanto nel modo più evidente, dalle espressioni usate
nell'ordinanza, che il Pretore non ha sollevato la questione di
legittimità costituzionale della norma denunciata, ritenendola
rilevante ai fini di una decisione affidata alla propria competenza, ma
ha considerato rilevante la risoluzione di tale questione nei riguardi
di quegli altri aspetti della controversia, da lui stesso considerati
oggetto della futura decisione sul merito della causa spettante al
Tribunale, cui rimetteva le parti.
E noto però che la legge attribuisce espressamente il potere di
sollevare la questione di legittimità costituzionale alla "autorità
giurisdizionale davanti alla quale verte il giudizio" (art. 23 legge 11
marzo 1953, n. 87); ed il principio stesso è stato riaffermato nelle
"Norme integrative per i giudizi" approvate dalla Corte costituzionale
il 16 marzo 1956, ove è prevista "l'ordinanza, con cui il giudice,
singolo o collegiale, davanti al quale pende la causa, promuove il
giudizio di legittimità costituzionale" (art. 1), in base alla logica
considerazione che soltanto il giudice chiamato a decidere nel merito
la controversia è in grado di valutare se la soluzione del dubbio
insorto sulla legittimità costituzionale di una o più norme
costituisca un presupposto necessario della propria decisione.
La Corte si è costantemente attenuta a tale principio, né ha mai
voluto affrontare il problema se l'organo, che aveva proposto la
questione, fosse competente a decidere la controversia, posto che la
soluzione di tale quesito non le apparteneva, né essa avrebbe potuto
disporre dei dati necessari per risolverlo. Senonché nel caso in esame
risulta dal testo stesso della ordinanza che la valutazione della
rilevanza, nonché quella della "non manifesta infondatezza", della
questione di legittimità costituzionale della norma denunciata, sono
state compiute invece da un giudice, il quale non solo non aveva
competenza ad applicare o no quella norma al rapporto controverso, ma
aveva riconosciuto e dichiarato nel modo più esplicito e
contestualmente che tale competenza spettava ad una diversa autorità
giurisdizionale, a cui rimetteva le parti per la riassunzione del
giudizio.
Da ciò consegue la conclusione, che il Pretore di San Donà di
Piave non poteva più considerarsi come "il giudice, singolo o
collegiale, davanti al quale pende la causa" (art. 1 delle Norme
integrative), e che pertanto la questione di legittimità
costituzionale proposta con l'ordinanza deve essere dichiarata
inammissibile, né vi è luogo ad esaminare i motivi di merito in essa
prospettati.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara inammissibile la questione proposta dal Pretore di San
Donà di Piave con ordinanza emessa il 31 luglio 1963, concernente la
legittimità costituzionale della norma contenuta nell'art. 4, terzo
comma, della legge 27 gennaio 1963, n. 19, in riferimento agli artt. 3
e 24 della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 4 dicembre 1964.
GASPARE AMBROSINI - ANTONINO PAPALDO
- NICOLA JAEGER - GIOVANNI CASSANDRO
- BIAGIO PETROCELLI - ANTONIO MANCA -
ALDO SANDULLI - GIUSEPPE BRANCA -
MICHELE FRAGALI - COSTANTINO MORTATI
- GIUSEPPE CHIARELLI - GIUSEPPE
VERZÌ - GIOVANNI BATTISTA BENEDETTI
- FRANCESCO PAOLO BONIFACIO.

Spiegazione Sentenza

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