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Corte Costituzionale Sentenza 13, 1956

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1956
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
13
Lingua
Italiano
Data generale
1956-07-04
Data deposito/pubblicazione
1956-07-04
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1956-06-21
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Avv. ENRICO DE NICOLA, Presidente - Dott. GAETANO
AZZARITI - Avv. GIUSEPPE CAPPI - Prof. TOMASO PERASSI - Prof. GASPARE
AMBROSINI - Prof. ERNESTO BATTAGLINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof.
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - Prof. BIAGIO PETROCELLI - Prof. GIUSEPPE
CASTELLI AVOLIO - Prof. ANTONINO PAPALDO - Prof. MARIO BRACCI - Prof.
NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 45, comma 3 del
D.P.R. 30 giugno 1951, n. 574, promosso dal Presidente della Giunta
regionale Trentino-Alto Adige con ricorso 18 febbraio 1956, in ordine a
deliberazione 31 gennaio 1956 del Consiglio regionale, notificato al
Presidente del Consiglio dei Ministri il 18 febbraio 1956, depositato
nella cancelleria della Corte costituzionale il 26 febbraio 1956 e
iscritto al n. 11 del Registro dei ricorsi 1956:
Udita alla pubblica udienza del 23 maggio 1956 la relazione del
Giudice Mario Bracci;
Uditi gli avv. Giorgio Balladore Pallieri per la ricorrente Regione
e il sostituto avvocato generale dello Stato Raffaello Bronzini.

Ritenuto, in fatto:
Con ricorso notificato al Presidente del Consiglio dei Ministri il 18
febbraio 1956 e depositato il 26 febbraio 1956, il Presidente della
Regione Trentino-Alto Adige, agendo in esecuzione della deliberazione
31 gennaio 1956 del Consiglio regionale, ha chiesto che sia dichiarata
l'illegittimità costituzionale del comma 3 dell'art. 45 del D.P.R. 30
giugno 1951 n. 574 per violazione dell'art. 58 dello Statuto speciale
per la Regione Trentino-Alto Adige, emanato con legge cost. 26 febbraio
1948, n. 5.
La censura d'illegittimità costituzionale, sollevata dal ricorso
della Regione, è la seguente.
Gli edifici che appartenevano allo Stato nel territorio della
Regione, sia quale patrimonio indisponibile perché destinati ad uffici
tavolari, sia quale patrimonio disponibile sono passati in proprietà
della Regione ai sensi dei commi 1 e 2 dell'art. 58 dello Statuto.
Perciò la norma impugnata che stabilisce che "per gli uffici tavolari,
aventi sede in edifici di proprietà demaniale, la Regione subentra ai
Comuni nei contratti vigenti fra questi e lo Stato per la parte
relativa agli uffici medesimi" sarebbe costituzionalmente illegittima
in quanto gli "edifici di proprietà demaniale" che possono essere
oggetto di "contratti" fra lo Stato e i Comuni sono evidentemente gli
edifici del patrimonio indisponibile dello Stato che ai sensi dell'art.
58 dello Statuto sono già passati in proprietà della Regione: è
ovvio che la Regione non può essere obbligata a subentrare ai Comuni
nei contratti che hanno per oggetto beni di proprietà regionale.
L'Avvocatura dello Stato con deduzioni depositate il 9 marzo 1956
nell'interesse del Presidente del Consiglio, ha eccepito che il comma 3
dell'art. 45 del detto D.P.R. 30 giugno 1951 n. 574 si riferisce ai
beni di demanio statale in senso proprio, cioè agli edifici che sono
sedi di uffici tavolari, ma che fanno parte del demanio artistico,
storico ed archeologico dello Stato (Bressanone-Chiusa di Bressanone) e
che non sono stati trasferiti alla Regione perché non sono compresi
nell'elenco dell'art. 57 dello Statuto speciale per la Regione
Trentino-Alto Adige.
La parola "contratti" usata dalla norma d'attuazione impugnata è
un termine giuridicamente improprio riferito ai rapporti che hanno per
oggetto questi beni demaniali, ma, secondo la difesa dello Stato
l'improprietà terminologica è priva di rilevanza giuridica ai fini
della legittimità costituzionale della norma così interpretata.
All'udienza di trattazione la difesa della Regione e quella dello
Stato hanno illustrato oralmente le rispettive tesi.Considerato, in diritto:
L'interpretazione del 3 comma dell'art. 45 del D.P.R. 30 giugno
1951 n. 574, proposta dalla difesa dello Stato, merita d'essere
accolta.
Si osserva anzitutto che "proprietà demaniale" si riferisce,
giuridicamente, ai beni che appartengono allo Stato e che fanno parte
del demanio pubblico. E poiché gli immobili riconosciuti d'interesse
storico, archeologico e artistico fanno parte di questo demanio ai
sensi dell'art. 822 Cod. civ., è ragionevole ritenere che gli edifici
di proprietà demaniale che sono sedi di uffici tavolari, ai quali si
riferisce la norma impugnata, siano soltanto quelli che hanno questa
natura e che nel Trentino-Alto Adige effettivamente esistono, secondo
quanto è stato documentato dalla difesa dello Stato e non smentito
dalla Regione.
A questa interpretazione non può essere di serio ostacolo la
disciplina della norma impugnata che considera la sostituzione della
Regione ai Comuni nei "contratti" vigenti fra questi e lo Stato.
È pacifico che i beni di demanio pubblico non possono essere
oggetto di contratti di diritto privato, ma quando, come nel caso, si
tratti di rapporti fra soggetti di diritto pubblico per fini di
interesse pubblico, è comunemente ammessa la possibilità di atti
bilaterali ed è più ragionevole ritenere che a questi atti abbia
voluto riferirsi il legislatore col termine "contratti" sia pure
improprio, anziché dare tale importanza al significato giuridico che
questa parola ha nel diritto privato da doversi leggere "patrimonio
indisponibile" là dove è scritto "proprietà demaniale".
Del resto gli edifici d'interesse artistico o storico di proprietà
dello Stato sono entrati a fare parte del demanio pubblico soltanto di
recente (legge 1 giugno 1939, n. 1089 e Cod. civ. del 1942). È quindi
possibile che siano tuttora osservati, sia pure di fatto, negozi che
furono posti in essere quali contratti di diritto privato quando gli
edifici appartenevano allo Stato e i Comuni dovevano provvedere alle
spese necessarie per i locali ad uso dei servizi giudiziari e degli
Uffici tavolari e che lo Stato non abbia provveduto a mutare né il
nome, né la sostanza di questi atti, secondo la mutata natura
giuridica dei propri edifici. Ciò spiega, anche storicamente, la
improprietà terminologica del legislatore in sede di norme
d'attuazione dello Statuto speciale Trentino-Alto Adige.
Ritiene pertanto la Corte che il comma 3 dell'art. 45 del D.P.R. 30
giugno 1951 n. 574 si riferisca soltanto agli edifici d'interesse
storico e artistico, appartenenti allo Stato e che fanno parte del
demanio pubblico ai sensi dell'art. 822 del Cod. civ.
Da ciò deriva che non può riconoscersi giuridicamente fondata
l'impugnazione della Regione.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
Respinge il ricorso 18 febbraio 1956 presentato dal Presidente
della Giunta regionale Trentino-Alto Adige per la dichiarazione di
illegittimità costituzionale del 3 comma dell'art. 45 del D.P.R. 30
giugno 1951 n. 574 contenente norme d'attuazione dello Statuto speciale
Trentino-Alto Adige.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il giorno 21 giugno 1956.
ENRICO DE NICOLA - GAETANO AZZARITI -
GIUSEPPE CAPPI - TOMASO PERASSI -
GASPARE AMBROSINI - ERNESTO
BATTAGLINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - BIAGIO
PETROCELLI - GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO
- ANTONINO PAPALDO - MARIO BRACCI -
NICOLA JAEGER - GIOVANNI CASSANDRO.

Spiegazione Sentenza

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