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Corte Costituzionale Sentenza 14, 1956

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1956
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
14
Lingua
Italiano
Data generale
1956-07-04
Data deposito/pubblicazione
1956-07-04
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1956-06-15
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Avv. ENRICO DE NICOLA, Presidente - Dott.
GAETANO AZZARITI - Avv. GIUSEPPE CAPPI - Prof. TOMASO PERASSI - Prof.
GASPARE AMBROSINI - Prof. ERNESTO BATTAGLINI - Dott. MARIO COSATTI -
Prof. FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO -
Prof. ANTONINO PAPALDO - Prof. MARIO BRACCI - Prof. NICOLA JAEGER -
Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO PETROCELLI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto dal Presidente della Regione Trentino-Alto Adige,
rappresentato e difeso dagli avvocati Giovanni Persico e Raffaele
Resta, per la dichiarazione di illegittimità costituzionale degli
artt. 49, 50, 51, 52 e 53 del decreto del Presidente della Repubblica
30 giugno 1951, n. 574, contenente Norme di attuazione dello Statuto
speciale per il Trentino-Alto Adige, notificato il 18 febbraio 1956 e
depositato in cancelleria il 25 febbraio 1956:
Vista la costituzione in giudizio del Presidente del Consiglio dei
Ministri avvenuta col deposito delle deduzioni in cancelleria il 9
marzo 1956;
Udita all'udienza pubblica del 23 maggio 1956 la relazione fatta
dal Giudice Nicola Jaeger;
Uditi gli avvocati Giovanni Persico e Raffaele Resta per la Regione
Trentino-Alto Adige e il sostituto avvocato generale dello Stato
Marcello Frattini.

Ritenuto, in fatto:
Con deliberazione in data 31 gennaio 1956 il Consiglio regionale
del Trentino-Alto Adige decideva la impugnazione davanti alla Corte
costituzionale delle norme contenute negli artt. 49, 50, 53 e connessi
del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1951, n. 574,
contenente "Norme di attuazione dello Statuto speciale per il
Trentino-Alto Adige". In esecuzione di tale deliberazione e di quella 8
febbraio 1956 della Giunta regionale, veniva proposto il ricorso,
notificato al Presidente del Consiglio dei Ministri il 18 febbraio 1956
e depositato in cancelleria il 25 successivo. Per la Presidenza del
Consiglio si costituiva l'Avvocatura generale dello Stato, che
depositava le proprie deduzioni il 9 marzo. Successivamente venivano
depositate memorie illustrative.
Le disposizioni denunciate nel ricorso riguardano l'attribuzione e
l'esercizio dei poteri di polizia nella Regione; e, in particolare, gli
artt. 49, 50 e 53 le rispettive attribuzioni in materia del Commissario
del Governo e dei Presidenti delle Giunte provinciali; gli artt. 51 e
52 la designazione di alcuni membri di tre Commissioni previste nel
Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
A sostegno della asserita illegittimità costituzionale delle
suddette disposizioni la Regione denuncia la violazione dell'art. 16
dello Statuto regionale adottato con legge costituzionale 26 febbraio
1948, n. 5, e della autonomia funzionale del Presidente della Giunta
provinciale nelle attribuzioni conferitegli nell'articolo stesso.
L'Avvocatura generale dello Stato solleva anzitutto una eccezione
pregiudiziale di irricevibilità del ricorso, per essere stato questo
proposto oltre i termini perentori risultanti dall'art. 7 del D.P.R. 30
giugno 1951, n. 574, e dalla seconda disposizione transitoria della
legge 11 marzo 1953, n. 87. In via preliminare sostiene che le norme di
attuazione contenute nei decreti legislativi presidenziali emanati in
base all'art. 95 dello Statuto regionale hanno speciale natura quasi
costituzionale, essendo dirette ad integrare quanto disposto nello
Statuto, e potrebbero essere dichiarate costituzionalmente illegittime
solo nel caso di manifesto contrasto con le norme della Costituzione
della Repubblica o dello Statuto.
Nel merito, l'Avvocatura dello Stato contesta la sussistenza di
simile contrasto, sostenendo che le norme costituzionali non hanno
attribuito funzioni di polizia né alla Regione né alle Provincie di
Trento e di Bolzano, ma soltanto inquadrato il Presidente della Giunta
provinciale nella organizzazione della pubblica sicurezza (art. 16
dello Statuto speciale), sempre sotto la vigilanza del Commissario del
Governo, la cui competenza "nativa" e la cui responsabilità si
estendono alle attribuzioni della Pubblica Sicurezza (art. 76 e 77
dello Statuto).
La difesa della Regione, contestate le eccezioni avversarie,
sostiene che lo Statuto ha distinto fra l'ordine pubblico, la cui
tutela ha affidato al Commissario del Governo, e le funzioni di
polizia, connesse ai Presidenti provinciali, e non ha inteso conferire
al Commissario del Governo poteri di intervento diretto in materia e di
supremazia gerarchica sugli organi della Provincia; mentre le norme di
attuazione avrebbero violato lo Statuto, sia determinando una
sottrazione di competenza, sia attribuendo al Commissario la decisione
dei ricorsi contro i provvedimenti dei Presidenti provinciali.Considerato, in diritto:
1. - La eccezione di irricevibilità del ricorso sollevata
dall'Avvocatura generale dello Stato non può essere accolta. L'art. 7
delle norme di attuazione approvate con il D.P.R. 30 giugno 1951, n.
574, il quale stabilisce il termine di quindici giorni dall'inizio del
funzionamento della Corte costituzionale per la proposizione delle
impugnative da parte del Presidente della Giunta regionale, era inteso
a disciplinare le impugnative di leggi statali, che la Regione avesse
deliberato di proporre prima della entrata in funzione della Corte
costituzionale e delle quali essa avesse dato comunicazione al
Presidente del Consiglio dei Ministri, ancor prima della emanazione
della legge relativa, giusta quanto è disposto nell'art. 6 delle
medesime norme di attuazione.
La legge 11 marzo 1953, n. 87, ha poi introdotto un nuovo sistema,
portando il termine a trenta giorni dalla pubblicazione della legge o
dell'atto impugnati (art. 32) e disponendo che i termini stabiliti per
promuovere l'azione di legittimità costituzionale delle leggi e degli
atti aventi forza di legge e per impugnare atti pubblicati
anteriormente alla formazione della Corte costituzionale decorrono
dalla data del decreto del Presidente della Repubblica, che fissa la
prima adunanza della Corte (seconda disposizione transitoria).
Poiché lo stesso art. 7 delle norme di attuazione ricordate faceva
salva l'ipotesi che un termine diverso fosse stabilito nella legge sul
funzionamento della Corte, la Corte ritiene che il sistema unitario
introdotto da questa legge per le impugnative proposte da tutte le
Regioni, in analogia con quanto disposto dall'art. 2, primo comma,
della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, approvata in un
momento in cui si prevedevano ritardi nella formazione della Corte,
abbia sostituito la norma transitoria anteriore e costituisca la regola
da osservare nei riguardi delle impugnative di tutti gli atti
legislativi dello Stato pubblicati anteriormente all'entrata in
funzione della Corte costituzionale.
2. - Riguardo alla questione sulla ammissibilità del ricorso della
Regione contro norme di attuazione dello Statuto speciale approvate con
decreto del Presidente della Repubblica, questione ampiamente dibattuta
anche in altre cause analoghe, la Corte ritiene che, indipendentemente
da ogni discussione dottrinale sulla precisa natura giuridica di dette
norme e del potere conferito al Capo dello Stato di emanarle, il
proprio potere di giudicare sulla legittimità costituzionale delle
norme stesse, contenute in un "atto avente forza di legge", possa
desumersi agevolmente dalla funzione ad esse attribuita.
Esse sono, per definizione, norme dettate per "l'attuazione" di
norme costituzionali. Se esse risultano conformi alla norma
costituzionale (secundum legem), nessuna questione può essere
sollevata; ma se, al contrario, si dimostrano in contrasto con la norma
costituzionale, della quale dovrebbero rendere possibile l'attuazione
(contra legem), non si comprende come e perché potrebbero sottrarsi ad
una pronuncia di illegittimità costituzionale. Più delicati possono
essere i casi, nei quali, pur non prospettando un manifesto contrasto,
la norma di attuazione ponga un precetto nuovo, non contenuto neppure
implicitamente nella norma costituzionale (praeter legem): casi, che
mal si prestano ad essere classificati preventivamente in via generale
e che possono richiedere piuttosto decisioni di specie. È chiaro,
comunque, che ai fini di tali decisioni, non si potrà prescindere dal
criterio fondamentale stabilito dallo stesso costituente (art. 2 della
legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1), che ha affidato alla Corte
costituzionale il compito di garantire che non avvengano invasioni
nella sfera di competenza assegnata alla Regione dalla Costituzione. A
meno di attribuire alle norme di attuazione natura ed efficacia di vere
e proprie norme costituzionali (il che, in verità, non è stato
sostenuto neppure dall'Avvocatura generale dello Stato), la competenza
della Corte ad esaminarle e a pronunciare sulla legittimità
costituzionale di esse non può essere posta in dubbio.
3. - Nel merito, non ritiene la Corte che il ricorso della Regione
possa essere considerato fondato. È vero che l'art. 16 dello Statuto
speciale dispone nel primo comma che i Presidenti delle Giunte
provinciali esercitano le attribuzioni spettanti all'Autorità di
pubblica sicurezza, previste dalle leggi vigenti in varie materie ; ma,
la disposizione stessa, disciplinando in altri commi le attribuzioni
dei Questori, dei Sindaci quali ufficiali di pubblica sicurezza e dei
funzionari di pubblica sicurezza distaccati non giustifica la
conclusione che ne derivi un decentramento istituzionale. La portata
della norma è chiarita maggiormente dall'art. 48 (non impugnato) delle
norme di attuazione, che elenca le autorità locali di pubblica
sicurezza e le loro attribuzioni nel seguente ordine :
a) I Questori nei comuni di Trento e di Bolzano;
b) i Presidenti delle Giunte provinciali, nei comuni medesimi per
le materie indicate nel primo comma dell'art. 16 dello Statuto;
c) i funzionari di pubblica sicurezza degli uffici distaccati;
d) i Sindaci negli altri comuni.
Dopo la lettura di questo articolo, quella degli articoli seguenti,
oggetto dell'impugnativa, acquista più chiaro significato, ma rende
più difficile intendere quale sia esattamente la violazione di norme
costituzionali che la Regione ravvisa in tali disposizioni.
La figura giuridica del Presidente della Giunta provinciale quale
autorità locale di pubblica sicurezza, così come risulta dal riferito
art. 48, appare ben poco diversa da quella del Sindaco, né apporta
argomenti alla tesi del decentramento istituzionale delle attribuzioni
in materia di pubblica sicurezza a favore delle Province di Trento e di
Bolzano sostenuta dalla Regione, così che si possano ravvisare forme
di invasione nella sfera della autonomia accordata alle Province nella
vigilanza attribuita dall'art. 49 al Commissario del Governo
sull'esercizio di quelle attribuzioni o nella ammissione del ricorso
allo stesso Commissario contro i provvedimenti dei questori, dei
Presidenti delle Giunte provinciali e delle altre autorità di pubblica
sicurezza.
È anche vero che l'art. 77 dello Statuto speciale dispone che il
Commissario del Governo provvede al mantenimento dell'ordine pubblico,
del quale risponde verso il Ministro per l'interno, onde può avvalersi
fra l'altro degli organi e delle forze di polizia dello Stato; ed è
noto che una parte della dottrina ha voluto distinguere fra i due
concetti di ordine pubblico e di pubblica sicurezza. Ma è altrettanto
indiscutibile che tale distinzione e i termini di essa non sono affatto
pacifici, né è certo che nel dettare le disposizioni in esame il
legislatore abbia accolto e osservato rigorosamente la distinzione
accennata.
La Corte ritiene che, al contrario, la norma costituzionale in
esame abbia inteso comprendere nell'ampio concetto della tutela
dell'ordine pubblico anche le attribuzioni attinenti alla pubblica
sicurezza e abbia voluto concentrare nel Commissario del Governo tutti
i poteri di vigilanza su tali attribuzioni; né occorre spiegare per
quali ragioni un'altra interpretazione, che portasse a riconoscere un
decentramento istituzionale delle attribuzioni stesse alle Provincie di
Trento e di Bolzano sembrerebbe contraria allo spirito del sistema. Lo
Statuto consente alle due Provincie l'esercizio di una potestà
legislativa concorrente o complementare solo in materia di polizia
locale urbana e rurale (art. 12, in relazione all'art. 5), vale a dire
in un campo del tutto diverso da quello dell'ordine pubblico e della
polizia di sicurezza.
In quanto alle altre disposizioni denunciate è da rilevare che la
composizione delle commissioni consultive previste negli articoli 51 e
52, in relazione agli artt. 80, 91 e 123 del T.U. delle leggi di
pubblica sicurezza, e la attribuzione al Commissario del Governo della
potestà di nominare i componenti non possono dirsi lesive
dell'autonomia della Regione o delle Provincie, alle quali non è stata
attribuita alcuna competenza in materia. La sostituzione del
Commissario del Governo al Prefetto (si veda l'art. 76, n. 3, dello
Statuto) e di un funzionario di pubblica sicurezza al Questore o al
Consigliere di prefettura costituiscono adattamenti delle norme del
T.U. delle leggi di pubblica sicurezza, o più esattamente del relativo
regolamento, alle situazioni locali, non un attentato alla autonomia
regionale, anche se la Regione, come si dichiara negli scritti
difensivi, aveva auspicato che a quegli organi statali si sostituissero
organi provinciali o persone di fiducia delle amministrazioni
provinciali.
La valutazione della opportunità di decentrare ad una Regione e
alle due Provincie di Bolzano e di Trento le attribuzioni in materia di
ordine pubblico e di pubblica sicurezza è di natura essenzialmente
politica e, per ciò stesso, preclusa all'esame della Corte
costituzionale.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
respinge il ricorso proposto dal Presidente della Giunta regionale
Trentino-Alto Adige per la dichiarazione di illegittimità
Costituzionale degli artt. 49, 50, 51, 52 e 53 del Decreto del
Presidente della Repubblica 30 giugno 1951, n. 574, contenente norme di
attuazione dello Statuto speciale per la Regione Trentino-Alto Adige.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 15 giugno 1956.
ENRICO DE NICOLA - GAETANO AZZARITI -
GIUSEPPE CAPPI - TOMASO PERASSI -
GASPARE AMBROSINI - ERNESTO
BATTAGLINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI -
GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - ANTONINO
PAPALDO - MARIO BRACCI - NICOLA
JAEGER - GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI.

Spiegazione Sentenza

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