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Corte Costituzionale Sentenza 170, 1963

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1963
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
170
Lingua
Italiano
Data generale
1963-12-23
Data deposito/pubblicazione
1963-12-23
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1963-12-12
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Prof. GASPARE AMBROSINI, Presidente - Prof.
GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - Prof. NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI
CASSANDRO - Dott. ANTONIO MANCA - Prof. ALDO SANDULLI - Prof.
GIUSEPPE BRANCA - Prof. MICHELE FRAGALI - Prof. COSTANTINO MORTATI -
Prof. GIUSEPPE CHIARELLI - Dott. GIUSEPPE VERZÌ - Prof. FRANCESCO
PAOLO BONIFACIO, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 506, 507,
508, 509 e 510 del Codice di procedura penale, promosso con ordinanza
emessa il 30 maggio 1962 dal Pretore di Milano nel procedimento penale
a carico di Monti Michele, iscritta al n. 54 del Registro ordinanze
1963 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 74 del
16 marzo 1963.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 20 novembre 1963 la relazione del
Giudice Michele Fragali;
udito il sostituto avvocato generale dello Stato Franco Chiarotti,
per il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto in fatto:
1. - Un'ordinanza emessa il 30 maggio 1962 dal Pretore di Milano,
pervenuta a questa Corte il 1 marzo 1963, ha prospettato
l'illegittimità costituzionale degli artt. 506, 507, 508, 509 e 510
del Cod. proc., penale che consentono al Pretore, nei casi ivi
previsti, di pronunziare la condanna con decreto senza procedere al
dibattimento e regolano il relativo procedimento. Ha ritenuto il
Pretore che, non essendo prescritto che si nomini il difensore al
denunciato prima di emettere il decreto, resta violato il diritto alla
difesa garantito dall'art. 24, comma secondo, della Costituzione; il
quale diritto non può ritenersi tutelato dalla possibilità di
proporre opposizione, sia perché questo atto istituisce uno stadio
ulteriore del procedimento, diverso da quello che conduce alla
condanna, sia perché i brevissimi termini entro cui l'opposizione è
proponibile non creano presupposti di un'idonea difesa allorché manchi
la possibilità che questa sia assunta da un soggetto, quale il
difensore, tecnicamente capace.
2. - L'ordinanza fu emessa nel dibattimento e venne pertanto
notificata solo al Presidente del Consiglio dei Ministri (29 settembre
1962): venne comunicata ai Presidenti delle Camere del Parlamento in
data 2 ottobre 1962.
3. - Nel giudizio così promosso l'imputato non si è costituito,
ed è intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il quale, per un verso, ha richiamato la sentenza di questa Corte
del 22 marzo 1962, n. 29, secondo la quale il diritto di difesa deve
ritenersi garantito ogni qualvolta è assicurata la possibilità di
tutelare in giudizio le proprie ragioni e di farsi assistere dal
difensore e, per altro verso, ha fatto presente che il procedimento per
decreto consente alla parte di farsi assistere dal difensore pure nella
fase che precede la condanna, anche mediante la presentazione di
memorie. Quando la parte non nomina un suo difensore per assisterla
nel corso di tale fase, esprime un comportamento non diverso da quello
che attua ove non comparisca nella fase di opposizione, i cui effetti
legali sono stati dichiarati legittimi da questa Corte (sentenza 8
marzo 1957, n. 46) perché conseguenti ad una condotta volontaria del
soggetto. Se, nella fase anteriore alla condanna, non è previsto
l'obbligo della nomina di un difensore, ciò accade perché l'esercizio
del diritto di proporre opposizione dà all'interessato la possibilità
di chiedere il giudizio con la sicurezza di tutte le garanzie
processuali; e nemmeno la brevità dei termini previsti per
l'opposizione incide sulla salvaguardia del diritto di difesa, non
sussistendo, fra l'altro, uno strumento di misura che permetta di
condurre una indagine di congruenza.
4. - Alla pubblica udienza del 20 novembre 1963 il Presidente del
Consiglio dei Ministri ha insistito nelle osservazioni proposte.Considerato in diritto:
1. - È infondato che il procedimento penale per decreto, così
com'è regolato negli articoli denunciati, menomi il diritto alla
difesa garantito dall'art. 24, secondo comma, della Costituzione.
L'opposizione prevista nell'art. 507, secondo e terzo comma, del
Codice di procedura penale, rende esperibile quel diritto nella stessa
sede dibattimentale di primo grado in cui si sarebbe esercitato ove non
fosse stato emesso il decreto di condanna, e con la medesima ampiezza
che avrebbe potuto assumere nel procedimento ordinario; e non vale
perciò obiettare che la difesa, per regola costituzionale, deve essere
possibile in ogni grado del processo. Mediante l'opposizione, la parte
è anzi in grado di svolgere le sue ragioni nella conoscenza della
valutazione data dal giudice alle risultanze processuali, e non
soltanto sulla base della contestazione o della notizia di un'accusa;
il che è di agevolazione anziché di pregiudizio.
Nemmeno ha pregio rilevare che non è garantito il diritto di
difesa nella fase anteriore al decreto di condanna. Ove il Pretore
decida di emettere questo decreto, la parte ha notizia formale del
procedimento soltanto quando riceve la notifica della pronunzia; solo
da quel momento la legge perciò deve apprestare un modo, di difesa, e
ben si spiega allora come l'opposizione al decreto sia il mezzo formale
di far valere le proprie ragioni. Peraltro la legge né vieta alla
parte che in qualsiasi modo abbia avuto, conoscenza del procedimento di
presentare al Pretore le sue difese, né vieta al Pretore di escuterle
e, prima di emettere il decreto, di sentire la parte e di prenderne in
considerazione le istanze.
Questa Corte ha deciso (sentenza 8 marzo 1957, n. 46) non solo che
il diritto alla difesa va inteso esclusivamente come possibilità
effettiva del suo esperimento, ma altresì che non lo ferisce né lo
pregiudica la legge che ne adegua le modalità di esercizio alle
speciali caratteristiche di struttura del singolo procedimento, essendo
sufficiente che della difesa vengano realizzati lo scopo e la funzione:
per quanto si è detto, a codesti criteri, risponde pienamente il
sistema del procedimento penale per decreto, e deve perciò ritenersi
che esso non violi in nessun modo il principio invocato dal Pretore di
Milano.
2. - Qualora non venga proposta opposizione, il decreto penale
diviene esecutivo, non perché l'ordinamento dà valore ad una
pronunzia emessa senza che si sia dato modo alla parte di dedurre le
proprie ragioni, ma perché la parte, non opponendosi alla condanna, ha
ritenuto di non avere motivi da far valere contro l'apprezzamento delle
risultanze processuali espresso dal giudice e la qualificazione che ne
ha dato; così come essa riconosce di non avere interesse a rimuovere
gli effetti del decreto, quando, proposta opposizione, non compaia
all'udienza fissata per il dibattimento senza giustificato motivo.
Con riguardo a questa seconda ipotesi, in cui l'inattività della
parte è semplicemente parziale, questa Corte, nella citata sentenza 8
marzo 1957, n. 46, ha deciso che legittimamente l'art. 510, primo
comma, del Codice di procedura penale, in vista del comportamento
dell'opponente, fa obbligo di disporre l'esecuzione del decreto di
condanna ed esclude, quindi, che il diritto di difesa possa esercitarsi
ai fini di un riesame del merito. A fortiori deve ritenersi legittimo
prescrivere, come fa l'art. 507, terzo comma, del Cod. proc. penale,
che, decorso inutilmente il termine stabilito per la proposizione
dell'opposizione, il decreto di condanna diviene esecutivo: in questo
caso l'inerzia della parte è assoluta e perciò, più chiaramente che
nell'altro, essa riconosce di non aver alcun interesse alla difesa.
Non deve perciò opinarsi che resti leso questo diritto quando esso
non può svolgersi perché la legge ragionevolmente ritiene o presume
che la parte, con il proprio contegno processuale, ha dimostrato di non
avere ragioni da far valere o si sia preclusa la possibilità di farne
valere.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale
degli artt. 506, 507, 508, 509 e 510 del Codice di procedura penale,
proposta dal Pretore di Milano con ordinanza del 30 maggio 1962, in
riferimento all'art. 24, secondo comma, della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 12 dicembre 1963.
GASPARE AMBROSINI - GIUSEPPE CASTELLI
AVOLIO - NICOLA JAEGER - GIOVANNI
CASSANDRO - ANTONIO MANCA - ALDO
SANDULLI - GIUSEPPE BRANCA - MICHELE
FRAGALI - COSTANTINO MORTATI -
GIUSEPPE CHIARELLI - GIUSEPPE VERZÌ
- FRANCESCO PAOLO BONIFACIO.

Spiegazione Sentenza

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