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Corte Costituzionale Sentenza 18, 1956

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1956
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
18
Lingua
Italiano
Data generale
1956-07-12
Data deposito/pubblicazione
1956-07-12
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1956-07-05
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Avv. ENRICO DE NICOLA, Presidente - Dott. GAETANO
AZZARITI - Avv. GIUSEPPE CAPPI - Prof. TOMASO PERASSI - Prof. GASPARE
AMBROSINI - Prof. ERNESTO BATTAGLINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof.
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - Prof.
ANTONINO PAPALDO - Prof. MARIO BRACCI - Prof. NICOLA JAEGER - Prof.
GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO PETROCELLI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale degli articoli 3 e
seguenti del D.P.27 aprile 1951, n. 264, contenente "Norme per la
istituzione di una Sezione speciale per la riforma fondiaria presso
l'Ente autonomo del Flumendosa" e dell'art. 2, comma 2, della legge 21
ottobre 1950, n. 841, contenente "Norme per l'espropriazione, bonifica,
trasformazione ed assegnazione di terreni ai contadini" , nonché degli
artt. 3 e seguenti del D.P. 27 aprile 1951, n. 265, contenente "Norme
per la istituzione dell'Ente per la trasformazione fondiaria ed agraria
in Sardegna" , promossi con i seguenti ricorsi:
1) Ricorso proposto dalla Regione autonoma della Sardegna in
persona del Presidente "pro tempore" della Giunta regionale con atto
notificato al Presidente del Consiglio dei Ministri il 20 febbraio
1956, depositato nella cancelleria della Corte costituzionale il 28
successivo ed iscritto al n. 13 del Registro ricorsi 1956, per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale degli articoli 3 e
seguenti del D.P. 27 aprile 1951, n. 264, contenente "Norme per la
istituzione di una Sezione speciale per la riforma fondiaria presso
l'ente autonomo del Flumendosa" , e dell'art. 2, comma 2, della legge
21 ottobre 1950, n. 481, intitolata "Norme per l'espropriazione,
bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini".
2) Ricorso proposto dalla Regione autonoma della Sardegna in
persona del Presidente "pro tempore" della Giunta Regionale con atto
notificato al Presidente del Consiglio dei Ministri il 20 febbraio
1956, depositato nella cancelleria della Corte costituzionale il 28
successivo ed iscritto al n. 14 del Registro ricorsi 1956, per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale degli articoli 3 e
seguenti del D.P. 27 aprile 1951, n. 265, contenente "Norme per
l'istituzione dell'Ente per la trasformazione fondiaria ed agraria in
Sardegna":
Udita nella pubblica udienza del 30 maggio 1956 la relazione del
Giudice Antonino Papaldo;
Uditi gli avvocati Egidio Tosato e Pietro Gasparri per la Regione
sarda ed il sostituto avvocato generale dello Stato Cesare Arias per il
Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto, in fatto:
Con ricorso a questa Corte, notificato al Presidente del Consiglio
dei Ministri il 20 febbraio 1956 e depositato in cancelleria il 28
successivo, la Regione autonoma della Sardegna in persona del
Presidente "pro tempore" della Giunta regionale, ha proposto ricorso,
in base a deliberazione in data 3 febbraio 1956 della stessa Giunta,
contro gli artt. 3 e segg. del D.P. 27 aprile 1951, n. 264, con cui
venne istituita una Sezione speciale per la riforma fondiaria presso
l'Ente autonomo del Flumendosa, e ne ha chiesto la dichiarazione di
illegittimità costituzionale per violazione degli articoli 3, lett. a)
e d), 4, lett. c) e d), 6 e 54 dello Statuto speciale per la Sardegna;
ha chiesto altresì, la dichiarazione di illegittimità costituzionale,
per quanto concerne la suddetta Sezione, dell'art. 2, comma 2, della
legge 21 ottobre 1950, n. 841. Ha esposto:
La legge 21 ottobre 1950, n. 841, autorizzò con l'art. 1 il
Governo della Repubblica ad applicare, con alcune deroghe stabilite
negli articoli successivi, la legge 12 maggio 1950, n. 230, con tenente
provvedimenti per la colonizzazione dell'Altopiano della Sila e dei
territori ionici contermini, ad altri territori nazionali, suscettibili
di trasformazione fondiaria o agraria.
Per il secondo comma del menzionato articolo la determinazione dei
territori in questione doveva essere fatta "dal Governo entro il 30
giugno 1951, sentite le Amministrazioni regionali ove siano già
costituite, con decreti aventi valore di legge ordinaria". ll
Consiglio regionale sardo espresse, interpellato dal Governo, parere
favorevole alla estensione dei provvedimenti di riforma alla Sardegna
ed in conseguenza venne emanato il D.P. 10 aprile 1951, n. 256, con cui
si statuì:
"Ai sensi dell'art. 1 della legge 21 ottobre 1950, n. 841, a tutto
il territorio della Sardegna si applicano, con le deroghe stabilite
nella legge suddetta, le norme della legge 12 maggio 1950, n. 230 e
successive modificazioni.
"Con successivi decreti saranno emanate, ai sensi dell'art. 2 della
citata legge 21 ottobre 1950, n. 841, le norme per l'istituzione degli
enti, o sezioni speciali di enti, incaricati dell'attuazione della
legge stessa nel territorio indicato al comma precedente".
In base all'anzidetto art. 2 della legge n. 841 del 1950 fu
emanato il D.P. 27 aprile 1951, n. 264, che istituì una Sezione
speciale per la riforma fondiaria presso l'Ente autonomo del
Flumendosa, con lo scopo di esercitare (entro un territorio determinato
dal successivo art. 2), "le funzioni relative alla espropriazione,
bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini,
nonché le altre attribuzioni previste dalla citata legge 21 ottobre
1950, n. 841, e quelle che potranno essere conferite da successive
disposizioni di legge in materia di riforma fondiaria o di bonifica".
Con le disposizioni degli articoli 4 e seguenti lo stesso decreto
n. 264 del 1951 attribuì ad organi dello Stato una serie di competenze
di ordine amministrativo, ma tali disposizioni sono viziate di
illegittimità costituzionale per i seguenti motivi: "I) Invasione di
competenze legislative della Regione. Il legislatore statale,
disciplinando la struttura dell'Ente, il modo di nomina e il
trattamento dei suoi dirigenti, la fissazione dell'organico e dello
stato giuridico dei suoi dipendenti, ed, in particolare, i controlli,
in una parola, dettando norme che concernono l'ordinamento dell'Ente e
quello degli uffici amministrativi destinati ad agire nei suoi
confronti, ha invaso, e tuttora occupa, un territorio giuridico
riservato al legislatore regionale dagli artt. 3, lett. a) e d) e 4,
lett. c) e 6 dello Statuto. E, in quanto il funzionamento dell'Ente
comporta atti di "espropriazione non riguardanti opere a carico dello
Stato" , può ritenersi invaso anche il settore legislativo di cui
all'art. 4 lett. d)"; II) Invasione di competenze amministrative della
Regione. Per quanto poi riguarda il contenuto delle disposizioni in
esame, è facile rilevare come esso invada indirettamente (nel senso
che riconosce a degli organi dello Stato di invadere) un campo
riservato, per il combinato disposto degli artt. 3 lett. a) e d), 4
lett. c) e d) e 6 dello Statuto, alle Autorità amministrative della
Regione; III) Modifica dello statuto speciale della Regione senza
l'osservanza della procedura prevista dallo stesso: "le norme
impugnate, in quanto presuppongono l'appartenenza al legislatore
statale ed al Presidente della Repubblica di funzioni normative, che
viceversa sono costituzionalmente proprie del legislatore regionale, ed
agli organi centrali dello Stato competenze amministrative che
viceversa sono costituzionalmente proprie della Regione, modificano,
arbitrariamente, diverse disposizioni dello Statuto" senza l'osservanza
della procedura stabilita dallo stesso per la sua modifica, e quindi
con violazione della norma statutaria (art. 54) che tale procedura
prescrive.
Quanto all'impugnativa dell'articolo 2, comma 2, della legge 21
ottobre 1950, n. 841, la ricorrente ne ha spiegato così la ragione
nella chiusa del primo motivo, riguardante l'"invasione delle
competenze legislative della Regione":
"poiché il funzionamento dell'Ente comporta atti di espropriazione
non riguardanti opere a carico dello Stato, può ritenersi invaso anche
il settore dell'art. 4, lett. d) (dello Statuto).
È sotto questo profilo è viziato di incompetenza costituzionale,
in quanto lo si possa riferire anche alla Sezione dell'Ente Flumendosa,
il disposto dell'art. 2, comma secondo, legge 12 maggio 1950, n. 230
(recte: 21 ottobre 1950, n. 841), ove si parla della vigilanza sugli
enti indicati nel precedente comma, tra i quali la allora costituenda
Sezione del Flumendosa".
Il ricorso è stato pubblicato, su ordine del Presidente della
Corte, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica del 21 aprile 1956, n.
98.
Nel giudizio è intervenuto, a mezzo dell'Avvocatura generale dello
Stato, il Presidente del Consiglio dei Ministri, sostenendo
("Controdeduzioni" depositate l'8 marzo 1956), in via pregiudiziale,
che l'impugnativa della Regione è inammissibile perché non investe le
disposizioni che istituiscono la Sezione, ma solo quelle che ne
regolano la "struttura" ed il "funzionamento": invero, la istituzione
di un ente comprende necessariamente anche l'organizzazione dello
stesso, e pertanto nel riconoscimento della legittimità
dell'istituzione dell'ente da parte dello Stato è compreso il
riconoscimento della legittimità dell'organizzazione dell'ente
medesimo da parte dello Stato. Sicché in linea pregiudiziale conclude
che "l'impugnativa proposta dalla Regione sarda è inammissibile per
acquiescenza da parte della Regione stessa, alla norma legislativa
dell'art. 2, primo comma, della legge 21 ottobre 1950, n. 841, perché,
cioè, creatosi l'Ente con legge statale, questo non può essere
organizzato che con legge dello Stato e l'attività di vigilanza,
controllo e coordinamento, di conseguenza, spettano al Potere
amministrativo dello Stato. Peraltro "la norma dell'art. 2 della legge
21 ottobre 1950, n. 841, è inscindibile nel suo integrale contenuto,
perché il secondo comma" , che riguarda l'organizzazione dell'ente,
"è, necessariamente, complementare del primo", che ne contempla
l'istituzione.
In ordine, poi, ai primi due motivi del ricorso, ha negato che le
norme impugnate contengano alcuna invasione delle competenze
legislative ed amministrative della Regione, assumendo che "la Regione
sarda in materia di creazione, organizzazione, vigilanza e
coordinamento di Enti o Sezioni speciali di Enti per la riforma
fondiaria, come per l'intera materia della riforma fondiaria, difetta
in modo assoluto di potestà legislativa". E quanto all'ultimo motivo,
concernente la modifica dello Statuto della Regione senza l'osservanza
della procedura prevista dalle norme dello stesso, lo ha detto
inconsistente affermando che "nessuna delle invasioni lamentate dalla
Regione sarda è stata compiuta mediante la emanazione delle norme a
torto impugnate".
Indi, con "Note" depositate il 16 maggio 1956 la Regione ha
replicato alla difesa del Presidente del Consiglio.
Con altro ricorso, notificato, depositato e pubblicato nelle stesse
date del precedente, la medesima Regione autonoma della Sardegna ha
impugnato gli artt. 3 e seguenti del D.P. 27 aprile 1951, n. 265,
contenente "Norme per la istituzione dell'Ente per la trasformazione
fondiaria ed agraria in Sardegna", e ne ha chiesto la dichiarazione di
illegittimità costituzionale per violazione delle norme statutarie
precisate nel ricorso di cui sopra s'è detto. Con questo secondo
ricorso non è stata proposta l'impugnativa dell'art. 2, comma secondo,
della legge 21 ottobre 1950.
Come motivi la ricorrente ha addotto gli stessi dell'altro ricorso,
in quanto essendo identico l'oggetto dei due Enti (Sezione speciale per
la riforma fondiaria presso l'Ente autonomo del Flumendosa ed
E.T.F.A.S.: artt. 1 D.P. n. 264 e 1 D.P. n. 265), diversi solo per il
territorio in cui sono destinati ad operare, non possono che essere
identiche le ragioni poste a base delle impugnative delle norme statali
che ne regolano in modo analogo la struttura ed il funzionamento.
Anche nel giudizio istituitosi per il ricorso in parola, è
intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri a mezzo
dell'Avvocatura generale dello Stato, e ha eccepito ("Controdeduzioni"
depositate l'8 marzo 1956) l'inammissibilità e, in subordine,
l'infondatezza della impugnativa della Regione per considerazioni
analoghe a quelle svolte contro il primo ricorso.
La Regione ha replicato con " Note" depositate il 16 maggio 1956.
È pure intervenuto in giudizio l'E.T.F.A.S. in persona del suo
Presidente "pro tempore" sostenendo di avere diritto a costituirsi o
almeno ad intervenire in giudizio nella sua qualità di
controinteressato. Ma all'udienza di discussione del 30 maggio 1956 la
Corte ha dichiarato con ordinanza che nei giudizi di legittimità
costituzionale non è ammissibile né la costituzione né l'intervento
del controinteressato.Considerato, in diritto:
Nelle due cause riunite, che sono state congiuntamente discusse
all'udienza, può emettersi un'unica pronuncia, stante la identità
delle questioni in oggetto.
Passando all'esame dei ricorsi, giova premettere un cenno circa lo
svolgimento e circa alcuni principi informatori della legislazione
statale in materia di riforma agraria, con particolare riferimento alla
Sardegna.
La legge 12 maggio 1950, n. 230, affidò all'Opera per la
valorizzazione della Sila il compito di provvedere alla ridistribuzione
della proprietà terriera, ricadente in una certa zona del territorio
nazionale, e alla conseguente sua trasformazione, con lo scopo di
ricavarne i terreni da concedersi in proprietà ai contadini. Non cade
dubbio sul punto che tali compiti, devoluti all'Opera predetta, sono di
carattere esclusivamente statale. L'Opera, sottoposta fin dalla sua
istituzione alla vigilanza e alla tutela del Ministero dell'agricoltura
e delle foreste (legge 31 dicembre 1947, n. 1629, art. 3) ricevette, in
vista dei nuovi compiti che lo Stato veniva ad affidarle, una struttura
amministrativa ancora più saldamente legata ai poteri
dell'Amministrazione statale dell'agricoltura (articoli 12 a 15 della
legge 12 maggio 1950).
Con la legge del 21 ottobre 1950, n. 841, art. 1, il Governo fu
autorizzato a determinare, con decreti aventi valore di legge, i
territori suscettibili di trasformazione fondiaria o agraria, per
rendervi applicabili le norme della legge 12 maggio 1950. Con l'art. 2
della medesima legge 21 ottobre 1950, il Governo fu altresì delegato
ad emanare norme per l'istituzione di enti o di sezioni speciali degli
enti di colonizzazione o di trasformazione fondiaria nonché dell'ente
autonomo del Flumendosa, che adempissero, nei territori determinati ai
sensi dell'art. 1 della legge stessa, le funzioni attribuite dalla
legge 12 maggio 1950 all'Opera per la valorizzazione della Sila. L'art.
2 della legge 21 ottobre 1950 soggiunge, nel secondo comma, che il
Ministero dell'agricoltura esercita la vigilanza sugli enti indicati
nel precedente comma e ne coordina le funzioni e i compiti ai fini
dell'attuazione della stessa legge. Seguono numerose altre disposizioni
dalle quali si evince, senza possibilità di dubbio, che tutto il
complesso delle attribuzioni inerenti alla "espropriazione, bonifica,
trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini" (titolo della
legge 21 ottobre 1950) rientra nella sfera dei compiti dello Stato, del
quale i vari enti non sono che strumenti di esecuzione, soggetti alla
vigilanza ed ai poteri di coordinamento del Ministero dell'agricoltura.
Allo Stato, direttamente o per il tramite della Cassa per il
Mezzogiorno, fa carico l'onere delle spese (artt. 18 e 24). Delle
Regioni la legge 21 ottobre 1950 parla una sola volta, nell'art. 1,
prescrivendo che le Amministrazioni regionali, ove siano state
costituite, debbano essere sentite prima dell'emanazione del decreto
legislativo ivi previsto.
Con decreto del Presidente della Repubblica 10 aprile 1951, n. 256,
emanato in virtù della più volte ricordata disposizione contenuta nel
secondo comma dell'art. 1 della legge 21 ottobre 1950, n. 841, fu
estesa a tutto il territorio della Sardegna la applicazione della legge
12 maggio 1950, n. 230, e successive modificazioni.
Due decreti presidenziali, aventi la medesima data del 27 aprile
1951 ed i numeri 264 e 265, emanati in base allo art. 2 della ripetuta
legge 21 ottobre 1950, hanno provveduto ad istituire una Sezione
speciale per la riforma fondiaria presso l'Ente autonomo del Flumendosa
(decreto n. 264) ed un Ente per la trasformazione fondiaria ed agraria
in Sardegna (decreto n. 265). Con l'art. 1 dei due decreti si
stabilisce che la Sezione speciale e l'Ente esercitano, nei rispettivi
territori, le funzioni relative alla espropriazione, bonifica,
trasformazione e assegnazione dei terreni ai contadini, nonché le
altre attribuzioni previste dalla legge 21 ottobre 1950, e quelle che
potranno essere conferite da successive disposizioni di legge in
materia di riforma fondiaria e di bonifica. Gli altri articoli dei due
decreti, dopo aver previsto la possibilità di delega dell'esercizio di
alcuni poteri all'Assessore all'agricoltura della Regione sarda
(articoli 3), danno ben scarso rilievo allo intervento degli organi
regionali in questa materia.
È opportuno ora vedere esattamente di che cosa la Regione si duole
nei suoi ricorsi.
Intanto, è da notare che nessuna impugnativa viene avanzata nei
riguardi del decreto legislativo 10 aprile 1951, n. 256, con il quale
fu disposta l'applicazione della legge 12 maggio 1950 e successive
modificazioni a tutto il territorio della Sardegna; e nessuna
impugnativa si muove contro i due primi articoli dei due decreti n. 264
e 265. Si impugnano le "rimanenti disposizioni" di detti decreti, e nel
ricorso relativo alla Sezione speciale presso l'Ente del Flumendosa si
impugna anche l'art. 2, comma secondo, della legge 21 ottobre 1950, n.
841. Ciò significa che nell'or menzionato ricorso relativo alla
Sezione dell'Ente del Flumendosa nessuna impugnativa è stata proposta
contro tutte le altre disposizioni della detta legge. Nel ricorso
relativo all'E.T.F.A.S. nessuna disposizione della legge stessa è
stata impugnata. Così pure, nei due ricorsi, nessuna contestazione
viene mossa circa la legge 12 maggio 1950, anch'essa estesa, con le
successive modificazioni, al territorio della Sardegna.
Ciò premesso, la Corte deve, innanzi tutto, rilevare come sia
stato adempiuto solo incompletamente dalla Regione al dovere di
denunziare in forma specifica le disposizioni della cui legittimità
costituzionale si deve discutere. Come si è detto, l'impugnativa nei
riguardi dei due decreti si riferisce alle "rimanenti disposizioni" dei
detti decreti, esclusi, cioè, gli articoli 1 e 2, mentre nel ricorso
avverso il decreto n. 264 si aggiunge anche l'impugnativa dell'art. 2,
comma secondo, della legge 21 ottobre 1950. Ora, la legge 11 marzo
1953, n. 87, negli articoli 23, primo comma, lett. a), e 34, disponendo
che debbono essere indicate le norme della legge o dell'atto avente
forza di legge che si denunziano come viziate da illegittimità
costituzionale, ha inteso porre alla parte ricorrente un onere, che
trova la sua giustificazione nella esigenza che in questi giudizi, la
cui formula terminativa, in caso di accoglimento del ricorso, deve
essere quella di una precisa dichiarazione di illegittimità
costituzionale di norme ben determinate, la materia del contendere sia
delimitata nella maniera più chiara e più rigorosa. Nella specie, la
impugnativa delle "rimanenti disposizioni" lascia l'equivoco se tali
disposizioni siano state impugnate in tutto o se, invece, siano state
impugnate solo nella parte riguardante l'organizzazione ed il
funzionamento degli enti, come potrebbe apparire dalle argomentazioni
dei ricorsi e delle memorie.
Ad ogni modo, anche ammesso che tutte e singole le "rimanenti"
disposizioni dei decreti - ossia quelle dall'art. 3 all'art. 18 del
decreto n. 264 e quelle dall'art. 3 all'art. 25 del decreto n. 265 -
siano state impugnate (cosa che appare poco credibile alla semplice
lettura dei due testi), la Corte giudica che i ricorsi siano
inammissibili.
È utile ricordare che i due giudizi riuniti, che sono oggi in
esame, sono stati proposti a norma dell'art. 32 della legge 11 marzo
1953, n. 87, in relazione all'art. 134 della Costituzione. L'esercizio
dell'azione promossa dalla Regione è vincolato all'osservanza di
termini e di formalità, previsti dalla citata legge e dalle norme
integrative dettate da questa Corte. Nell'esame di tali ricorsi, anche
la Corte è tenuta ad osservare le predette disposizioni di carattere
processuale, riscontrando se esse siano state rispettate. In caso di
mancata osservanza, la Corte non deve dare ingresso al giudizio di
merito, non essendo lecito confondere questo giudizio con quello di
legittimità costituzionale sollevato in via incidentale con ordinanza
di un organo giurisdizionale.
Nel caso attuale, basta por mente alla esposizione dello sviluppo
della legislazione ed alla portata delle richieste della Regione per
vedere come il merito di tali richieste non possa essere esaminato
dalla Corte.
La lesione della sfera di competenza della Regione e la violazione
delle norme dello Statuto speciale per la Sardegna - se lesione e
violazione vi fossero state - ebbero luogo con il decreto legislativo
10 aprile 1951, n. 256. Con questo decreto, e precisamente con il primo
comma dell'art. 1, si venne definitivamente a stabilire che le norme
della legge 12 maggio 1950, n. 230, e successive modificazioni, si
applicavano, con le deroghe stabilite dalla legge 21 ottobre 1950, n.
841, a tutto il territorio della Sardegna. Con il secondo comma dello
stesso art. 1 del decreto legislativo 10 aprile 1951 fu fatta riserva
di emanare le norme per la istituzione degli enti, o sezioni speciali
di enti "incaricati dell'attuazione della legge stessa (21 ottobre
1950) nel territorio della Sardegna". Questa riserva è stata sciolta
con i successivi decreti n. 264 e n. 265 del 27 aprile 1951, che hanno
formato l'oggetto dell'impugnativa in questa sede.
È certo, dunque, che con il decreto n. 256 venne definitivamente
stabilito che le leggi sulla riforma agraria si applicavano alla
Sardegna. Se, come si è visto, il carattere essenziale di tali leggi
consiste nel delineare i compiti della riforma agraria quali compiti di
esclusiva spettanza dello Stato, è certo che gli enti non sono che
strumenti dell'azione statale, "incaricati dell'attuazione della
legge", come esattamente dice il secondo comma dello art. 1 del decreto
n. 256.
Ora, la Regione non ha impugnato né il decreto legislativo n. 256
né, all'infuori del secondo comma dell'art. 2 della legge 21 ottobre
1950, le leggi che con detto decreto sono state dichia rate applicabili
al territorio della Sardegna. E, quindi, ormai incontrovertibile, per
effetto della mancata' impugnativa delle norme predette, che tutto il
sistema delle leggi relative alla riforma agraria si applica nel
territorio della Sardegna. Il che importa che il sistema stesso non
possa essere scalfito nel suo presupposto essenziale che, come più
volte si è accennato, consiste nel fatto che la riforma agraria
rientra nei compiti dello Stato, il quale vi provvede con lo strumento
di appositi enti.
Ora, è vano impugnare il secondo comma dell'art. 2 della legge 21
ottobre 1950 per contestare i poteri di vigilanza e di coordinamento
del Ministero dell'agricoltura, se non si sono impugnate e non si
impugnano tutte le altre disposizioni della stessa legge 21 ottobre
1950 e tutte quelle - alle quali la legge successiva non ha apportato
deroghe - della legge 12 maggio 1950. Così pure è vano impugnare le
norme, in gran parte di carattere strumentale ed esecutivo, contenute
nei due decreti n. 264 e 265, se resta fermo che anche i due enti
operanti in Sardegna debbono, nella rispettiva sfera territoriale,
adempiere le medesime funzioni attribuite all'Opera per la
valorizzazione della Sila: preparazione dei programmi di trasformazione
fondiaria ed agraria ed esecuzione degli stessi nei terreni sottoposti
a procedimento di espropriazione; espropriazione dei terreni ed
acquisto o permuta di altri terreni, previa autorizzazione del
Ministero; atti di espropriazione con procedura ed effetti speciali;
indennità corrisposta in titoli dello Stato; spese relative
all'applicazione della legge a carico dello Stato o sul bilancio
statale o su quello della Cassa per il Mezzogiorno. Tutte norme queste
- e l'elenco è tutt'altro che completo - che implicano una disciplina
unitaria, che la Regione avrebbe potuto impugnare nella sua interezza,
ma che non può essere intaccata solo in una parte, che è quella
relativa alla natura degli enti di riforma ed al loro funzionamento.
Né si potrebbe dichiarare, a norma dell'art. 27 della legge 11
marzo 1953, n. 87, la illegittimità delle norme precedenti come
effetto di una dichiarazione di illegittimità delle norme qui
impugnate, essendo evidente l'impossibilità di capovolgere la
situazione delle cose; in altri termini, non si potrebbe far derivare
l'illegittimità delle norme fondamentali da quella delle norme che ne
costituiscono una derivazione.
Nel quadro ora delineato deve essere posta l'eccezione di
inammissibilità sollevata dall'Avvocatura dello Stato. Nei limiti e
nella forma in cui detta eccezione è stata prospettata, essa potrebbe
essere disattesa per le argomentazioni addotte dalla Regione. Si
potrebbe, infatti, accogliere la tesi che avere accettato l'istituzione
degli enti non significa fare acquiescenza alle norme che ne regolano
la struttura ed il funzionamento. Ma l'inammissibilità deriva da una
causa più complessa e più perentoria. La Regione non può lagnarsi di
essere stata esclusa dallo esercizio di poteri che essa ritiene di sua
spettanza nei confronti dei due enti, quando, per mancanza di
impugnativa di quelle norme che regolano fonda mentalmente la materia,
l'impugnazione dedotta non ha logico significato e non ha pratico
effetto;

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
pronunciando con unica sentenza sopra i due ricorsi riuniti, di cui
in epigrafe, proposti dalla Regione autonoma della Sardegna nei
riguardi degli articoli 3 e seguenti dei decreti del Presidente della
Repubblica 27 aprile 1951, n. 264 e n. 265, contenenti norme per
l'istituzione di una Sezione speciale per la riforma fondiaria presso
l'Ente autonomo del Flumendosa e per l'istituzione dell'Ente per la
trasformazione fondiaria ed agraria in Sardegna, nonché nei riguardi
dell'articolo 2, comma secondo, della legge 21 ottobre 1950, n. 841,
contenente norme per l'espropriazione, bonifica, trasformazione ed
assegnazione dei terreni ai contadini, li dichiara inammissibili.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il giorno 6 luglio 1956.
ENRICO DE NICOLA - GAETANO AZZARITI -
GIUSEPPE CAPPI - TOMASO PERASSI -
GASPARE AMBROSINI - ERNESTO
BATTAGLINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI -
GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - ANTONINO
PAPALDO - MARIO BRACCI - NICOLA
JAEGER - GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI.

Spiegazione Sentenza

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