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Corte Costituzionale Sentenza 38, 1957

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1957
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
38
Lingua
Italiano
Data generale
1957-03-09
Data deposito/pubblicazione
1957-03-09
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1957-02-27
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Avv. ENRICO DE NICOLA, Presidente - Dott.
GAETANO AZZARITI - Avv. GIUSEPPE CAPPI - Prof. TOMASO PERASSI - Prof.
GASPARE AMBROSINI - Prof. ERNESTO BATTAGLINI - Dott. MARIO COSATTI -
Prof. FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO -
Prof. ANTONINO PAPALDO - Prof. MARIO BRACCI - Prof. NICOLA JAEGER -
Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO PETROCELLI, Giudici,

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

sui seguenti cinque ricorsi iscritti ai nn. 54, 55, 59, 60 e 63 del
Registro ricorsi 1956 proposti dal Presidente del Consiglio dei
Ministri:
1. - Ricorso n. 54, notificato il 23 luglio 1956 e depositato nella
cancelleria della Corte costituzionale il 28 successivo, per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale della legge regionale
siciliana 30 giugno 1956, n. 40, intitolata "Provvedimenti in materia
di imposta generale sull'entrata".
2. - Ricorso n. 55, notificato il 23 luglio 1956 e depositato nella
cancelleria della Corte costituzionale il 28 successivo, per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 13 della legge
regionale siciliana intitolata "Fondo di sovvenzione e prestiti per i
dipendenti regionali".
3. - Ricorso n. 59, notificato il 29 settembre 1956 e depositato
nella cancelleria della Corte costituzionale il 4 ottobre 1956, per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale dell' art. 13 della
legge regionale siciliana 13 settembre 1956, n. 47, intitolata "Fondo
di sovvenzione e prestiti per i dipendenti regionali".
4. - Ricorso n. 60, notificato il 10 ottobre 1956 e depositato
nella cancelleria della Corte costituzionale il 19 successivo, per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale della legge regionale
siciliana, approvata in data 5 ottobre 1956 dal titolo "Modifiche alla
legge 29 aprile 1949, n. 264, e provvedimenti in materia di avviamento
al lavoro e di assistenza ai lavoratori involontariamente disoccupati".
5. - Ricorso n. 63, notificato il 2 novembre 1956 e depositato
nella cancelleria della Corte costituzionale il 7 successivo per la
dichiarazione di illegittimità costituzionale degli art. 80, 53 e 82,
3, 79 e 83, 48 lett. g, 7, 67 della legge regionale siciliana 1 ottobre
1956, n. 54, sulla "Disciplina della ricerca e coltivazione delle
sostanze minerali nella Regione".
Viste le costituzioni in giudizio del Presidente della Giunta
regionale siciliana;
udita nell'udienza pubblica del 6 febbraio 1957 la relazione del
Giudice Giovanni Cassandro;
uditi i sostituti avvocati generali dello Stato Cesare Arias,
Giuseppe Guglielmi e Giuseppe Belli per il ricorrente, e gli avvocati
Giuseppe Chiarelli, Franco Pierandrei, Giuseppe Guarino, Alfonso
Tesauro, Emilio Crosa, Pietro Virga e Camillo Ausiello Orlando per la
Regione siciliana.

Ritenuto in fatto:
1. - Con ricorso notificato al Presidente della Giunta regionale
siciliana il 23 luglio 1956 il Presidente del Consiglio dei Ministri,
su conforme deliberazione del Consiglio stesso, sollevò la questione
di legittimità costituzionale della legge regionale siciliana 30
giugno 1956, n. 40, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Regione
n. 41 del 7 luglio 1956, recante "provvedimenti in materia di imposta
generale sull'entrata". Questa legge, nell'art. 1, stabilisce
testualmente: "L'Assessore per le finanze può avvalersi della facoltà
prevista dall'art. 10 del D.L.L. 19 ottobre 1944, n. 348, ai fini della
determinazione degli speciali regimi di imposizione dell'imposta
sull'entrata ivi contemplati, oltreché per le entrate derivanti dagli
atti economici indicati nel detto articolo e da quelli previsti
dall'art. 9 del D.L.L. 7 giugno 1945, n. 386, dall'art. 12 del
D.L.C.P.S. 27 dicembre 1946, n. 469, dall'art. 13 del D.L. 3 maggio
1948, n. 799, dall'art. 11 della legge 7 gennaio 1949, n. 1, dall'art.
8 della legge 29 dicembre 1949, n. 955, dall'art. 3 della legge 4 marzo
1952, n. 110, anche per le entrate derivanti dal commercio delle fave
secche e della manna".
2. - La difesa dello Stato sottolinea che questa legge fu emanata
quando già pendeva davanti alla Corte costituzionale un ricorso dello
Stato contro il decreto 31 dicembre 1954, n. 147, dell'Assessore per
le finanze, che stabiliva speciali regimi di imposizione dell'imposta
generale sull'entrata per l'anno 1955 e per alcune categorie di entrate
e dopo che un analogo decreto del 31 dicembre 1955 non era stato
registrato dalla Corte dei conti. Si può ora aggiungere che il
conflitto di attribuzione sollevato con quel ricorso è stato esaminato
dalla Corte e deciso con sentenza n. 9 del 16 gennaio 1957.
La Corte già conosce la tesi della difesa dello Stato sulla
potestà legislativa della Regione siciliana in materia tributaria:
l'art. 36 dello Statuto, pure nella sua formulazione imprecisa e
lacunosa, non conferisce alcuna potestà legislativa alla Regione
tranne che per i tributi propri. Per conseguenza, nessuna potestà
amministrativa può essere riconosciuta alla Regione siciliana, nemmeno
nel caso in cui si concedesse quel che si nega e cioè che l'art. 36
sia fonte di un potere legislativo della Regione, stante che nessun
richiamo a questo articolo è fatto nell'altro - 20 dello Statuto
medesimo - che delinea i poteri amministrativi della Regione. Né,
infine, può richiamarsi questo medesimo art. 20, primo comma, seconda
parte, perché l'esercizio di potestà amministrativa ivi previsto è
sottoposto alla condizione che siano impartite le direttive del Governo
dello Stato che nella materia tributaria mancano.
3. - La difesa dello Stato fa poi un'ipotesi subordinata che ha un
maggiore interesse e un riferimento più immediato al presente
giudizio. E l'ipotesi è la seguente. Se si vuol riconoscere alla
Regione potestà legislativa in materia tributaria, questa potestà non
potrebbe essere se non di natura sussidiaria o concorrente e non
potrebbe trovare fondamento se non nell'art. 17 dello Statuto. Ma anche
in tal caso la legge impugnata sarebbe costituzionalmente illegittima,
in quanto essa, attribuendo all'Assessore per le finanze poteri
maggiori di quelli assegnati dalla legge statale al Ministro per le
finanze, ed estendendo la facoltà di cui all'art. 10 del D.L.L. 19
ottobre 1944, n. 348, anche a materia diversa da quella contemplata
dalla legislazione dello Stato (fave secche e manna), non avrebbe
osservato i limiti posti dal medesimo art. 17 dello Statuto speciale al
potere legislativo concorrente o secondario della Regione.
4. - La Regione siciliana, nelle sue deduzioni difensive depositate
nella cancelleria della Corte il 14 agosto 1956, ha eccepito
l'inammissibilità e l'irricevibilità del ricorso per i seguenti
motivi:
1) lo Stato non potrebbe proporre questione di legittimità
costituzionale di una legge regionale siciliana davanti a questa Corte,
perché per la Sicilia non hanno vigore le norme degli artt. 2 della
legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, e 31 della legge 11 marzo
1953, n. 87, in relazione all'art. 127 della Costituzione, ma bensì le
norme contenute negli artt. 24 a 30 dello Statuto siciliano, che
stabiliscono un particolare regime di controllo delle leggi siciliane,
articoli che non possono considerarsi abrogati dall'art. 134 della
Costituzione e dalle disposizioni transitorie VII e XVI della
Costituzione stessa;
2) questa tesi troverebbe conferma nel fatto che le leggi siciliane
non sono soggette a quel controllo politico del Governo che si esprime
nell'apposizione del visto o nel rinvio all'Assemblea regionale per una
seconda deliberazione con maggioranza qualificata, né subiscono il
controllo di merito da parte dello Stato in quanto, ai sensi dell'art.
29 dello Statuto siciliano, esse devono essere promulgate e pubblicate
decorsi otto giorni dalla comunicazione al Commissario dello Stato se
non vi sia stata impugnativa davanti all'Alta Corte per la Regione
siciliana;
3) in particolare la legge, della cui legittimità si discute, è
stata promulgata e pubblicata il 7 luglio 1956 e pertanto non può più
essere impugnata in via principale dallo Stato davanti alla Corte
costituzionale, perché il sistema stabilito dall'art. 127 della
Costituzione e 31 della legge 11 marzo 1953, n. 87, consente allo Stato
di impugnare soltanto leggi deliberate, ma non ancora promulgate e
tanto meno pubblicate;
4) il Presidente del Consiglio dei Ministri che ha proposto la
questione non è legittimato ad agire perché ai sensi dell'art. 27
dello Statuto speciale l'impugnativa delle leggi siciliane deve essere
proposta dal Commissario dello Stato per la Regione siciliana;
5) il ricorso sarebbe irricevibile per scadenza dei termini, tanto
di quello di cinque giorni dalla comunicazione della legge al
Commissario dello Stato di cui all'art. 28 dello Statuto speciale,
quanto dell'altro di quindici giorni di cui al quinto comma dello art.
127 della Costituzione che è il solo applicabile al caso, dato che le
deliberazioni dell'Assemblea siciliana hanno carattere definitivo;
6) inammissibili, infine, sarebbero i motivi secondo e terzo del
ricorso dello Stato in quanto essi denunziano vizi di violazione dello
Statuto fondati sul contenuto della legge, e non vizi di competenza: i
soli che possa conoscere la Corte costituzionale ai sensi degli artt.
127 della Costituzione, 2 della legge costituzionale 9 febbraio 1948,
n. 1, e 31 della legge 11 marzo 1953, n. 87.
5. - Quanto al merito della questione di legittimità la difesa
della Regione riafferma la tesi del potere legislativo regionale
siciliano ex art. 36 e sostiene che da questa affermata potestà
legislativa discende come necessario corollario la competenza
amministrativa della Regione. Impossibile perciò il ricorso all'art.
17 dello Statuto, alla pretesa violazione dei principi della
legislazione statale e all'affermata, ma non dimostrata, mancanza del
fine di soddisfare alle condizioni particolari e agli interessi propri
della Regione, di cui fa parola il citato art. 17.
6. - Con memoria depositata nella cancelleria della Corte il 22
gennaio 1957, la Regione, partendo anch'essa dall'ipotesi che le
spettano in materia tributaria poteri legislativi secondari, respinge
la tesi dello Stato che la norma regionale abbia violato i principi
della legislazione statale e perché tale motivo, come che riferito al
contenuto della legge, non è rilevabile dalla Corte costituzionale,
competente a giudicare soltanto sui vizi di incompetenza, e perché il
precetto contenuto in quella norma non urta contro alcun principio
espresso dal D.L.L. 19 ottobre 1944, n. 348, e successive integrazioni,
dal quale decreto si potrebbe ricavare soltanto il criterio che debba
essere la legge a determinare caso per caso i prodotti da assoggettare
allo speciale regime di imposizione, non l'altro che tale regime sia da
applicare soltanto ai prodotti appartenenti alle particolari categorie
stabilite inizialmente una volta per tutte. In linea più subordinata e
per mera cautela la Regione chiede che una eventuale pronuncia di
illegittimità abbia ad oggetto non l'intera legge, sibbene unicamente
quel precetto di essa che si riferisce alle fave secche e alla manna.
7. - Con altro ricorso notificato al Presidente della Giunta
regionale il 23 luglio 1956, il Presidente del Consiglio dei Ministri,
su conforme deliberazione del Consiglio, ha proposto la questione di
legittimità costituzionale dell'art. 13 della legge regionale
siciliana regolante il "fondo di sovvenzioni e prestiti per i
dipendenti regionali", comunicata al Commissario dello Stato il 9
luglio 1956. Tale articolo dispone: "Sono estesi ai prestiti di cui
all'art. 1 le agevolazioni fiscali previste dall'art. 47 e dall'art.
66 del T.U. approvato con decreto del Presidente della Repubblica il 5
gennaio 1950, n. 180, in quanto applicabili".
8. - La difesa dello Stato ripropone, in questo giudizio, gli
stessi motivi svolti nel ricorso precedente e intorno alla potestà
legislativa regionale in materia tributaria e alla connessa potestà
amministrativa. Per quanto specificamente attiene all'articolo di legge
in contestazione essa, muovendo dall'ipotesi subordinata che una
potestà legislativa della Regione non potrebbe essere fondata se non
sull'art. 17 dello Statuto speciale, afferma che, pure in questa
ipotesi, sussisterebbe l'illegittimità costituzionale dell'art. 13,
perché questo articolo sarebbe in contrasto con i principi ai quali si
ispira la legislazione dello Stato, dato che le agevolazioni fiscali
previste dagli artt. 47 e 66 del T.U. 5 gennaio 1950, n. 180, sono
state abrogate per effetto dell'art. 47 del D.L. 25 giugno 1953, n.
492, il quale ha disposto che tutte le esenzioni e riduzioni
dell'imposta di bollo stabilite senza determinazione di tempo o per
tempo superiore al quinquennio cesseranno "di diritto allo scadere del
quinquennio dalla data in cui ha avuto inizio la esenzione o la
riduzione". Né sarebbe possibile invocare condizioni particolari o
interessi propri della Regione, dei quali parla il citato art. 17 dello
Statuto, perché non sarebbe in nessun modo giustificato che i
dipendenti della Regione siciliana godano un privilegio fiscale negato
ai dipendenti dello Stato o degli altri enti pubblici.
La difesa regionale, da parte sua, ha riproposto le eccezioni di
irricevibilità e di inammissibilità già sollevate per il ricorso
precedente, ribadita la sua tesi intorno ai limiti della potestà
legislativa e amministrativa della Regione siciliana in materia
tributaria, e respinta la tesi subordinata della difesa dello Stato
della violazione dell'art. 17 dello Statuto siciliano.
9. - Senonché, mentre pendeva davanti alla Corte il ricorso del
Presidente del Consiglio, il Presidente della Regione ha promulgato e
pubblicato la legge in questione che ha preso la data del 13 settembre
1956, n. 47, ed è comparsa nel n. 61 del 15 settembre 1956 della
Gazzetta Ufficiale della Regione. Di qui nuovo ricorso del Presidente
del Consiglio dei Ministri, notificato al Presidente della Giunta
regionale il 29 settembre dello scorso anno.
Anche questo ricorso, sostiene la difesa regionale, nelle sue
deduzioni depositate nella cancelleria della Corte il 24 ottobre 1956,
deve essere ritenuto inammissibile, sia perché tardivo - il
Commissario dello Stato non propose impugnativa entro i cinque giorni
dalla comunicazione della legge giusta l'art. 28 dello Statuto
siciliano - e sia perché diretto contro una legge legittimamente già
promulgata - il Presidente della Giunta regionale, trascorso il termine
dell'art. 28, ha l'obbligo di promulgare la legge ai sensi dell'art. 29
dello Statuto -.
10. - Nel merito, con memoria depositata nella cancelleria della
Corte il 24 gennaio 1957, che sarà ricordata in seguito, per la parte
che attiene alle eccezioni pregiudiziali di inammissibilità, la difesa
regionale nega che il vizio di violazione di legge denunciato dallo
Stato possa rientrare tra quelli il cui giudizio competa alla Corte
costituzionale. Subordinatamente, sostiene che l'asserita violazione
dei principi della legislazione statale non ha avuto luogo. L'articolo
13 della legge regionale non detta un nuovo precetto, ma recepisce
quello contenuto nella legge statale 5 gennaio 1950, n. 180, che non
sarebbe stato abrogato dall'art. 47 dei D.P.R. 25 giugno 1953, n. 492,
ma piuttosto integrato con la fissazione di un termine di durata. E
codesta integrazione opererebbe anche nei confronti della legge
siciliana che conterrebbe un rinvio formale e non materiale. Ma, anche
se si volesse ammettere l'abrogazione delle disposizioni contenute
negli artt. 47 e 66 del T.U. 5 gennaio 1950, n. 180, non per questo
sarebbe illegittima la norma regionale, perché essa si inspirerebbe ai
principi impliciti nelle esenzioni elencate nella tabella B allegata al
D.P.R. 25 giugno 1953. In linea subordinatissima, infine, qualora si
ritenesse l'art. 13 della legge regionale incompatibile coi principi
della legge statale, la pronuncia di illegittimità dovrebbe limitarsi
soltanto al precetto che accorda l'esenzione per un periodo superiore
al quinquennio.
11. - L'Assemblea regionale siciliana il 5 ottobre 1956 approvava
una legge recante "modifiche alla legge 29 aprile 1949, n. 264, e
provvedimenti in materia di avviamento al lavoro e di assistenza ai
lavoratori involontariamente disoccupati". Questa legge stabilisce che
nel territorio della Regione siciliana "le funzioni esecutive ed
amministrative sono esercitate dall'Assessore al lavoro, previdenza ed
assistenza sociale anche per le materie previste dalla legge 29 aprile
1949, n. 264, la cui applicazione nel territorio della Regione avviene
secondo le norme e le direttive disposte dall'assessore predetto" (art.
1); dispone che il ricordato assessore ha il potere di emanare "i
provvedimenti connessi ai pareri espressi dalla Commissione regionale
per l'avviamento al lavoro" istituita con decreto del Presidente della
Regione siciliana 18 aprile 1951, n. 25 (art. 2); detta norme circa la
formazione nel territorio della Regione delle liste di collocamento,
previste dall'art. 10 della legge 264 del 1949 (art. 3); conferisce al
Presidente della Regione su proposta dell'Assessore al lavoro, alla
previdenza ed assistenza sociale e sentita la Commissione regionale, la
facoltà di organizzare in caso di necessità per determinate categorie
di lavoratori il servizio di collocamento con carattere
interprovinciale o regionale, nonché di provvedere alle "altre
incombenze previste dall'art. 23" della citata legge statale del 1949
(art. 4); attribuisce all'Assessore regionale al lavoro la nomina delle
commissioni provinciali previste dall'art. 25 della legge 29 aprile
1949, n. 264, nonché quella dei coadiutori previsti dall'ultimo comma
dell'art. 26 della stessa legge (art. 5); fissa la composizione delle
commissioni comunali per il collocamento e conferisce all'Assessore
regionale al lavoro la facoltà di nominarne i membri (art. 6); allo
stesso Assessore, infine, attribuisce il potere di risolvere le
divergenze che possano sorgere tra le commissioni comunali ora
ricordate, competenti a dare parere sulla materia prevista dalla
lettera c dell'art. 25 della legge statale del 1949, e il collocatore,
sentita la Commissione regionale per l'avviamento al lavoro, per la
massima occupazione in agricoltura e per l'assistenza ai lavoratori
disoccupati, e dichiara inapplicabile nel territorio regionale l'ultimo
comma di questo stesso art. 25.
12. - La legge fu comunicata il giorno successivo 6 ottobre 1956 al
Commissario dello Stato per la Regione siciliana. Essa fu impugnata con
ricorso del Presidente del Consiglio dei Ministri su conforme
deliberazione del Consiglio stesso e "per quanto possa occorrere" dal
Commissario dello Stato, con ricorso notificato al Presidente della
Regione siciliana il 10 ottobre 1956 e depositato nella cancelleria
della Corte costituzionale il 19 dello stesso mese. Di questo deposito
fu data notizia, per disposizione del Presidente della Corte
costituzionale, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e in quella
della Regione siciliana rispettivamente n. 279 del 3 novembre 1956 e n.
73 del 10 novembre dello stesso anno.
13. - La difesa dello Stato e del Commissario per la Regione
siciliana, dopo avere negato che la materia del collocamento rientri
nella competenza legislativa e amministrativa della Regione, ha
sostenuto che, in ogni caso, sarebbero violati i limiti imposti al
potere legislativo della Regione dall'art. 17 dello Statuto, in quanto
la legge regionale avrebbe contraddetto ai principi fissati dalla legge
statale 29 aprile 1949, n. 264:
a) disponendo nell'art. 3 la pubblicazione delle liste di
collocamento;
b) istituendo con l'art. 6 in tutti i comuni la Commissione per il
collocamento, la cui istituzione l'art. 26 della legge statale rimette
all'apprezzamento discrezionale del Ministro per il lavoro e la
previdenza sociale;
c) riducendo col medesimo articolo 6 da sette a quattro i
rappresentanti dei lavoratori in seno alle Commissioni;
d) richiamando in vigore, per quanto attiene alla nomina dei
coadiutori, la legge 21 agosto 1949, n. 586, che è stata abrogata
dall'art. 21 della legge 16 maggio 1956, n. 562, sulla condizione
giuridica ed economica dei collocatori comunali.
14. - La difesa della Regione siciliana, nelle deduzioni depositate
nella cancelleria della Corte l'8 novembre 1956, premessa la eccezione
di irricevibilità e di improponibilità del ricorso per incompetenza
della Corte costituzionale, ne ha chiesto il rigetto nel merito
sostenendo:
1) la competenza legislativa e amministrativa della Regione in
materia di collocamento ex art. 17, lett. f, dello Statuto siciliano;
2) l'insussistenza della violazione dei principi della
legislazione statale e perché, in linea generale, non ogni difformità
da singoli precetti contenuti in norme di leggi dello Stato configura
una contrarietà ai principi e perché, in particolare:
a) l'art. 3 della legge regionale, imponendo la pubblicità delle
liste, avrebbe assicurato una obiettiva comparazione delle posizioni
individuali;
b) l'art. 6 risponderebbe, in sede regionale, alle medesime
esigenze garantite dall'art. 26, primo comma, della legge n. 264 del
1949;
c) sempre l'art. 6, riducendo i rappresentanti dei lavoratori da
sette a quattro, assicurerebbe egualmente, conformemente alla norma
statale, la prevalenza in seno alle Commissioni, dei lavoratori
rispetto ai datori di lavoro;
d) il riferimento ai principi contenuti nella legge 16 maggio 1956,
n. 562, che sarebbero stati violati, col richiamo della abrogata legge
statale 21 agosto 1949, n. 586, non sarebbe pertinente perché non è
stato indicato quali questi principi siano.
15. - L'Assemblea regionale siciliana il 14 marzo 1956 approvò la
legge sulla "disciplina della ricerca e coltivazione delle sostanze
minerali della Regione". Il 17 dello stesso mese la legge venne
comunicata, ai sensi dell'art. 28 dello Statuto della Regione
siciliana, al Commissario dello Stato, il quale la impugnò davanti
all'Alta Corte siciliana; ma nel relativo giudizio di legittimità
costituzionale la difesa del Commissario dello Stato eccepì
l'incompetenza dell'Alta Corte siciliana.
Nelle more del giudizio la legge regionale fu promulgata e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Regione n. 67 del 18 ottobre
1956. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, su conforme
deliberazione del Consiglio stesso del 26 ottobre 1956, e il
Commissario dello Stato per la Regione siciliana "per quanto possa
occorrere" hanno impugnato davanti a questa Corte la ricordata legge
regionale con ricorso notificato il 2 novembre 1956 al Presidente della
Regione siciliana e depositato nella cancelleria della Corte
costituzionale il 7 dello stesso mese. Di questo ricorso, per
disposizione del Presidente della Corte costituzionale, è stata data
notizia nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e in quella della
Regione siciliana rispettivamente del 10 e del 17 novembre 1956.
16. - La difesa dello Stato e del Commissario dello Stato per la
Sicilia propone i seguenti motivi di impugnazione:
1) L'art. 80 della legge regionale, trasformando in concessione
trentennale la concessione mineraria perpetua di cui allo art. 54 del
R.D. 29 luglio 1927, n. 1443, e subordinando la nuova concessione alla
istanza degli aventi diritto, da proporre entro sei mesi dall'entrata
in vigore della stessa legge regionale, avrebbe violato l'art. 42 della
Costituzione. Il decreto del 1927, ora ricordato, avrebbe conferito
alle concessioni perpetue, che esso regola, il carattere di un diritto
reale immobiliare tutelabile erga omnes che può essere affievolito
soltanto in ipotesi tassativamente determinate dalla legge. L'art. 80,
invece, avrebbe attuato una espropriazione ex lege, senza indennità,
dei diritti dei concessionari perpetui, non avrebbe rispettato un
diritto quesito e avrebbe stabilito una situazione di disuguaglianza
tra i concessionari perpetui di miniere della Regione siciliana e
quelli del restante territorio statale. La violazione dell'art. 42
della Costituzione risulterebbe da ciò: che codesto articolo
garantisce non soltanto il diritto di proprietà ma tutti i diritti
reali, alla stessa guisa che la legge sulla espropriazione per pubblica
utilità si riferisce sia al diritto di proprietà sia ai diritti
reali.
2) Gli artt. 53, commi terzo e quarto, e 82 della legge, prevedendo
un diritto di accrescimento della quota a favore degli eredi e dei
contitolari di concessioni minerarie violerebbe egualmente l'art. 42
della Costituzione. Si avrebbe, infatti, in questo caso la
espropriazione di un diritto reale senza indennità e a favore di
privati, mentre la Costituzione vuole che l'espropriazione avvenga col
pagamento di una indennità. Ma quegli articoli violerebbero anche lo
Statuto siciliano, perché, configurando una comunione di diritti in
contrasto con le disposizioni del Codice civile, non avrebbero
rispettato i limiti posti dall'art. 14 dello Statuto alla potestà
legislativa della Regione.
3) L'art. 3 della legge, riconoscendo al Presidente della Regione
la facoltà di trasferire con decreto le sostanze comprese nella
categoria "cave" nell'altra "miniere" (l'art. 2 della medesima legge
distingue i giacimenti delle sostanze minerali in miniere e cave),
violerebbe lo Statuto siciliano e l'art. 76 della Costituzione. Non si
tratterebbe, invero, di un mero accertamento amministrativo costitutivo
in base ai criteri fissati dalla legge, ma di una delega legislativa,
che lo Statuto non prevede e che, ad ogni modo, si porrebbe senza
l'osservanza delle disposizioni dell'art. 76 della Costituzione. La
norma, poi, operando un trasferimento dalla proprietà privata (cava)
alla proprietà demaniale (miniera) configurerebbe un altro caso di
esproprio senza indennità e sarebbe, perciò, anche dal punto di vista
sostanziale, illegittimo.
4) Gli artt. 79 e 83 della legge regionale, disponendo in materia
tributaria, violerebbero gli artt. 14, 17 e 20 dello Statuto siciliano
che non riconoscono alla Regione potere legislativo né amministrativo
in tale materia e invaderebbero la sfera di competenza dello Stato.
D'altra parte, la stessa Alta Corte siciliana, che pure ha ammesso che
alla Regione spetti un siffatto potere legislativo, avrebbe escluso che
esso possa essere esercitato per stabilire agevolazioni ed esenzioni
tributarie. In terzo luogo, se si volesse fondare un potere di emanare
norme in materia tributaria sull'art. 17 dello Statuto, le disposizioni
della legge regionale sarebbero egualmente illegittime, perché
avrebbero varcato i limiti posti dal medesimo art. 17 alla potestà
legislativa secondaria o concorrente della Regione.
5) L'art. 48, lettera g, della legge, riconoscendo validità
giuridica erga omnes ai contratti collettivi di lavoro e agli accordi
interconfederali circa le commissioni interne e ricollegando alla loro
inosservanza la decadenza dalla concessione, avrebbe violato l'art. 17,
lettera f, dello Statuto siciliano. Questo articolo attribuisce,
infatti, alla Regione in materia di lavoro una potestà legislativa
secondaria o complementare, tenuta all'osservanza di limiti precisi,
che qui invece sarebbero stati superati, col riconoscere, anche in
mancanza di una legge statale, efficacia generale ai contratti
collettivi e agli accordi confederali.
6) La legge, non riproducendo nell'art. 7, che pur regola l'intera
materia dei permessi di ricerca, l'art. 5 del R.D. 29 luglio 1927, n.
1443, il quale subordina la concessione di permessi di ricerca nelle
zone interessanti la difesa al parere dell'amministrazione militare,
avrebbe attribuito a organi regionali (esattamente all'Assessore per
l'industria), competenza per le zone di interesse militare, la cui
tutela è riservata allo Stato.
7) L'art. 67 prima parte della legge, comminando una pena
pecuniaria di 300. 000 lire a carico di chi intraprenda lavori di
ricerca senza permesso o di coltivazione senza concessione, avrebbe
violato gli artt. 14 e 17 dello Statuto siciliano in relazione all'art.
25 della Costituzione. Vero è, aggiunge la difesa dello Stato, che non
può negarsi alla Regione il potere di applicare sanzioni
amministrative, ma la sanzione amministrativa presupporrebbe uno stato
di subordinazione del soggetto, al quale essa si rivolge, di fronte
all'amministrazione. Quando queste condizioni non si verificano, e nel
caso non si verificherebbero, si avrebbe, nonostante il nomen iuris di
sanzione amministrativa, la creazione di un illecito penale.
Trasgressori della norma sarebbero qui, infatti, persone che non sono
né permissionari né concessionari.
17. - La difesa della Regione, con deduzioni depositate nella
cancelleria della Corte il 23 novembre 1956, ha sollevato, pure nei
confronti di questo ricorso, eccezioni di inammissibilità per
incompetenza di questa Corte, per decorso del termine e perché il
ricorso sarebbe diretto a promuovere in via principale un sindacato
successivo di legittimità costituzionale della legge regionale.
Inoltre viene denunziato, anche questa volta, un difetto di
legittimazione attiva, ma in termini diversi, nel senso che, essendo
stato il ricorso proposto dal Presidente del Consiglio e per "quanto
possa occorrere" dal Commissario dello Stato per la Regione siciliana,
ma sottoscritto soltanto da quest'ultimo, si sostiene che o si ammette
che la impugnativa doveva essere proposta dal Presidente del Consiglio
ai sensi dell'art. 127, e allora doveva rimanere estraneo al ricorso
stesso il Commissario dello Stato, o si ammette che legittimato ad
agire fosse quest'ultimo, e allora avrebbe dovuto essere adita l'Alta
Corte per la Sicilia e non la Corte costituzionale. Sicché in tutte e
due le ipotesi si avrebbe difetto di legittimazione processuale.
18. - Nel merito la difesadella Regione osserva:
1) Non sussiste la violazione dell'art. 42 della Costituzione. Il
diritto del concessionario, quale è stato determinato dalla legge
mineraria e quale è stato costantemente configurato dalla
giurisprudenza, sarebbe un semplice "diritto di esercizio di una
attività di sfruttamento di cose immobili, condizionato
dall'interesse pubblico che tale attività presenta per l'economia
generale". La riprova di codesta natura del diritto del concessionario
si trae sia dal regime della decadenza così come è delineato dalla
legge del 1927 e per il quale, nei numerosi casi in cui la decadenza si
verifica, non si fa luogo a indennizzo a favore del concessionario
decaduto, sia dall'identità della natura del diritto del
concessionario tanto nei casi di concessioni temporanee quanto nei casi
di concessioni perpetue. Si dovrebbe, perciò, parlare più che di
concessioni perpetue, di concessioni a scadenza indeterminata e
concludere che la unificazione di tipi di concessione mineraria
stabilita dalla legge regionale non costituisce espropriazione della
proprietà privata agli effetti dell'art. 42 della Costituzione, "ma
soltanto una disciplina, con carattere generale e per esigenze di
interesse pubblico, della durata del rapporto di concessione".
2) L'art. 42 della Costituzione non sarebbe stato violato nemmeno
dagli artt. 53 e 82 della legge. Non sarebbe esatto parlare, nei
confronti della disciplina posta da questi articoli, di un'avocazione
alla Regione del diritto del privato. Quegli articoli fanno derivare
certe conseguenze dal rifiuto, nel caso di pluralità di permissionari
o concessionari, di ottemperare alla condizione, imposta dalla legge
per esigenze imperiose della tecnica produttiva, per l'esercizio del
permesso o della concessione: l'associazione, cioè, in una forma di
impresa che abbia natura di società commerciale. Codesto rifiuto
verrebbe equiparato dalla legge ad un atto volontario di rinuncia, le
cui conseguenze (reintegrazione della frazione rinunciata nell'entità
unitaria complessiva a beneficio dei rimanenti contitolari) sarebbero
conformi a un principio generale del diritto, che trova specifica
applicazione negli artt. 572 e 674 del Codice civile. Con ciò
perderebbe fondamento anche l'altra censura mossa dall'Avvocatura dello
Stato che la Regione avrebbe, cioè, statuito in materia di rapporti
privati in modifica del Codice civile: censura che, per altro, la
difesa della Regione ritiene di dover respingere in via generale.
Comunque, gli articoli in questione non avrebbero il fine di regolare
direttamente rapporti privati ma rientrerebbero tra quelle norme, che
senza dubbio possono essere emanate dalla Regione, in quanto hanno come
scopo il conseguimento di fini di pubblico interesse e interferiscono
sui diritti privati nei limiti in cui la sfera di tali diritti tocca
l'interesse pubblico.
3) Infondato è anche il rilievo della violazione dello Statuto
regionale e dell'art. 76 della Costituzione. L'art. 3 della legge non
contempla un caso di delegazione di potestà legislativa, ma prevede
un'attività tipicamente amministrativa fondata sul variare delle
condizioni di fatto e degli sviluppi dei sistemi produttivi. Le
conseguenze che derivano dall'appartenenza all'una o all'altra
categoria di sostanze minerali non sono prodotte dall'atto
amministrativo, ma dalla legge. Né può dirsi che la norma impugnata
abbia preveduto un caso di espropriazione senza indennità. La stessa
legislazione statale (art. 45 R.D. 29 luglio 1927) prevede in certi
casi il passaggio in virtù di semplice provvedimento amministrativo
della cava sotto il regime della concessione previsto per le miniere ed
accorda in tali casi al proprietario il semplice rimborso del valore
degli impianti, dei lavori utilizzabili e del materiale estratto
disponibile. La legge regionale si mantiene perfettamente aderente a
tali principi.
4) Nemmeno violati gli artt. 14, 17, 20 dello Statuto siciliano
dagli artt. 79 e 83 della legge, posto che la Regione avrebbe una
potestà legislativa propria in materia tributaria. Ma nemmeno fondata
è la tesi subordinata dello Stato: che sarebbero stati violati i
principi e gli interessi generali ai quali si informa la legge statale.
Nulla direbbe il fatto che nella legge statale manchino agevolazioni
corrispondenti puntualmente a quelle previste dalla legge regionale,
perché è un indirizzo generale della legge statale quello del favore
fiscale per certe attività industriali e nelle stesse forme adottate
dalla legge siciliana. L'Alta Corte per la Sicilia, contrariamente a
quel che afferma la difesa dello Stato, avrebbe in più occasioni
riconosciuta la legittimità del potere legislativo regionale di
estendere agevolazioni fiscali da una categoria all'altra.
5) L'art. 48, lettera g, non ha violato l'art. 17, lettera f, dello
Statuto, perché esso non riguarderebbe direttamente la disciplina
della materia del lavoro, ma mirerebbe ad assicurare il regolare
andamento dell'attività mineraria, a salvaguardare la funzionalità
della concessione, e rientrerebbe nell'ambito dell'art. 14, lettera h,
dello Statuto. Comunque, la norma regionale, prevedendo la grave
inadempienza dei contratti liberamente stipulati fra i rappresentanti
delle categorie come causa suscettibile di turbare il normale andamento
dell'esercizio minerario, si sarebbe tenuta nei limiti dell'art. 17
dello Statuto, dovendo essere considerato il rispetto degli accordi
stipulati un interesse generale, che sussiste anche quando manchi nella
legislazione attuale dello Stato esplicito riconoscimento
dell'efficacia generale degli accordi sindacali.
6) Non sarebbe vero che la mancanza di una esplicita norma della
legge regionale che riproduca l'art. 5 del R.D. 29 luglio 1927, n.
1443, significhi che questo articolo non sia più in vigore nel
territorio della Regione siciliana. Esso non è stato né
esplicitamente né implicitamente abrogato dalla legge regionale, la
quale, se regola l'intera materia dei permessi di ricerca, la regola
ovviamente nei limiti della potestà legislativa della Regione, alla
quale è sottratta la materia della difesa militare.
7) Nemmeno fondato l'ultimo motivo di ricorso dello Stato: l'art.
67 porrebbe una sanzione amministrativa, non una sanzione penale, e la
differenza tra l'una e l'altra sanzione non può dedursi dal fatto che
la prima deve essere rivolta a soggetti legati alla pubblica
amministrazione da un rapporto di subordinazione, bensì, oltre che dal
contenuto della sanzione e dai presupposti della sua applicabilità,
dalla materia degli interessi a cui tutela è disposta la sanzione:
"l'interesse generale offeso dall'atto illecito nel caso di violazione
di una norma penale, l'interesse particolare del ramo di attività
pubblica cui presiede l'amministrazione nel caso di violazione del
precetto amministrativo".
19. - Nelle note aggiunte, depositate nella cancelleria della Corte
il 24 gennaio 1957, la difesa dello Stato respinge l'eccezione
d'inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione
processuale sollevata dalla Regione in questo giudizio in termini in
parte diversi. La presenza nel giudizio del Commissario dello Stato
sarebbe stata dettata da motivi di cautela processuale, dato anche che
era stato appunto il Commissario a impugnare la legge davanti all'Alta
Corte per la Regione siciliana. Il Presidente del Consiglio, poi, non
sarebbe tenuto a sottoscrivere l'atto di ricorso, dato che, come si
deduce dall'art. 20 della legge 11 marzo 1953, n. 87, e dall'art. 1 del
T.U. 30 ottobre 1933, n. 1611, egli è rappresentato ex lege
dall'Avvocato generale dello Stato.
Per quel che attiene al merito, la difesa dello Stato riprende e
svolge la tesi e i motivi esposti nelle deduzioni. Per la chiarezza
delle posizioni delle parti è sufficiente ricordare quanto segue:
1) La tesi che la concessione perpetua rappresenti un diritto
privato di godimento di carattere reale viene svolta col richiamo alla
legge del 1927, che, con l'attuazione del regime demaniale delle
miniere, avrebbe rispettato nella sostanza i diritti dei privati,
convertendo il diritto di proprietà in un diritto o concessione
perpetua, che avesse un contenuto analogo a quello del diritto di
proprietà e come questo una durata illimitata nel tempo. Codesto
rispetto invece non sarebbe stato osservato dalla legge regionale, che
ha trasformato la concessione perpetua in concessione temporanea,
convertendo, cioè, un diritto in altro di contenuto economico non
equivalente.
2) Che l'art. 3 della legge regionale configuri un caso di delega
legislativa sarebbe confermato dall'art. 4 della medesima, che,
consentendo al Presidente di assegnare all'una o all'altra categoria
(miniere o cave), sostanze non indicate nell'art. 2, avrebbe veramente
previsto un caso di accertamento tecnico amministrativo, fondato sulla
volontà della legge già espressa nell'elenco dell'art. 2. Non così,
invece, nel caso dell'art. 3 che, attribuendo al Presidente regionale
la facoltà di mutare la classificazione stabilita dall'art. 2 e di
modificare pertanto una disposizione di legge, presuppone l'esercizio
di un potere legislativo. Inoltre questo cambio di qualificazione
comporterebbe la sostituzione di un diritto di proprietà in una
aspettativa di concessione, che può ottenersi soltanto dal
proprietario che coltivi direttamente la cava. Né varrebbe il richiamo
dell'art. 45 della legge del 1927, perché questo, prevedendo nel caso
di inerzia del proprietario, la concessione ad altri della cava, non
attenterebbe ai diritti del proprietario, ma creerebbe un sistema
idoneo a conciliare questi diritti con la pubblica utilità e il
pubblico interesse in applicazione del principio del fine sociale della
proprietà privata. Né si avrebbe una espropriazione, perché, in
questo caso, cessando per qualsiasi motivo la concessione, il
giacimento ritorna nella disponibilità del proprietario.
3) La difesa dello Stato prende atto che la Regione non nega che
l'art. 5 del R.D. 1927 relativo all'obbligo di sentire, per il rilascio
dei permessi, il Ministero della difesa, sia in vigore in Sicilia, ma
conclude egualmente perché la Corte dichiari l'illegittimità
costituzionale dell'art. 7 della legge regionale oppure affermi che
l'art. 5 ha vigore tuttora in Sicilia.
20. - Sulla eccezione pregiudiziale di incompetenza della Corte
costituzionale sollevata dalla difesa della Regione in tutti i ricorsi
che formano l'oggetto del presente giudizio, la difesa dello Stato ha
esposto le sue tesi in un'ampia memoria depositata nella cancelletia
della Corte il 24 gennaio di quest'anno. Il quesito che la Corte deve
risolvere viene posto in questa memoria nei termini seguenti: si tratta
di decidere, dice la difesa dello Stato, "se la competenza generale
della Corte costituzionale abbia o non assorbito la particolare
competenza attribuita all'Alta Corte per la Regione siciliana dagli
artt. 25 e 26 dello Statuto speciale".
Tale quesito dovrebbe essere risoluto con la dichiarazione "che la
competenza generale sulle questioni di legittimità costituzionale
delle leggi o degli atti aventi forza di legge dello Stato e delle
Regioni attribuita alla Corte costituzionale dagli artt. 134 della
Costituzione, 2 legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, e 1 legge
costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, non soffra alcuna eccezione o
limitazione e che, quindi, con l'entrata in funzione della Corte, sia
venuta meno la speciale giurisdizione costituzionale in tale materia
attribuita all'Alta Corte, precisamente come è venuta meno quella
attribuita ai giudici ordinari dalla VII disposizione transitoria e
finale della Costituzione". Fondamento di questa tesi la constatazione
che la concorrenza delle due giurisdizioni sarebbe in contrasto col
principio dell'unità dello Stato, sancito solennemente nell'art. 5
della Costituzione e nell'art. 1 dello Statuto siciliano, e con l'altro
che discende dall'unità dell'ordinamento costituzionale e della
giurisdizione costituzionale.
Premessa alla dimostrazione di questa tesi è l'affermazione che
nel nostro ordinamento esisterebbe una graduazione delle norme
costituzionali, secondo la quale quelle contenute nella Costituzione,
fonte autonoma rispetto ad ogni altra fonte, sarebbero in una posizione
di assoluta prevalenza. A un grado inferiore si troverebbero le leggi
di revisione costituzionale perché derivano dalla Costituzione la loro
efficacia e trovano in questa i loro limiti formali e sostanziali; da
codesta loro posizione discenderebbe, per esempio, la conseguenza che
esse devono procedere in modo espresso con dichiarata volontà ai
mutamenti della Costituzione. Allo stesso grado delle leggi di
revisione si troverebbero le altre leggi costituzionali e fra queste,
ovviamente, anche quelle che approvano uno Statuto regionale, le quali,
anzi, troverebbero un limite insuperabile nelle norme contenute negli
artt. 114 a 116 della Costituzione. Esse farebbero parte
dell'ordinamento costituzionale, ma non della Costituzione e potrebbero
essere abrogate con successive leggi costituzionali o attraverso
speciali procedimenti senza necessità di un'esplicita applicazione del
procedimento di revisione di cui all'art. 138 della Carta
costituzionale.
Ciò che l'art. 116 della Costituzione consentirebbe è la deroga
non già ai principl fondamentali della Costituzione, ma a quelle
particolari norme di questa relative alla potestà legislativa e
amministrativa delle Regioni a statuto comune. Ora, la
"costituzionalizzazione" dello Statuto siciliano, avvenuta il 26
febbraio 1948, altro scopo non ebbe, come si deduce, del resto, dal
testo della legge, se non quello di assicurare allo Statuto siciliano
efficacia costituzionale esclusivamente a questi effetti. Ne
conseguirebbe che non si è derogato alla competenza generale, estesa
anche alla Sicilia, della Corte costituzionale, espressione del
principio dell'unità della giurisdizione costituzionale sancito dalla
Costituzione e dalle successive leggi costituzionali. Un esame appunto
di queste norme nonché dello Statuto siciliano porterebbe alla
conclusione che, per quanto riguarda la materia, cioè le leggi e gli
atti aventi forza di legge dello Stato o della Regione siciliana, la
competenza della Corte costituzionale è comprensiva di quella
attribuita all'Alta Corte. Sarebbe, infatti, pacifico, anche tra le
parti, che la competenza della Corte costituzionale sussiste per i
giudizi di legittimità costituzionale di leggi regionali siciliane
sorti in via incidentale - ai sensi dell'art. 1 della legge
costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, e 23 e seguenti della legge 11
marzo 1953, n. 87 - e altrettanto pacifico sarebbe il riconoscimento
della competenza della Corte costituzionale a conoscere dei giudizi di
legittimità costituzionale della legge regionale siciliana, su
impugnativa delle altre Regioni, ai sensi dell'art. 2 della legge
costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, e 33 della legge 11 marzo 1953,
n. 87. Escludere dal campo di una competenza così ampia quella dei
giudizi di legittimità costituzionale delle leggi regionali, quando
l'impugnativa sia proposta in via principale dallo Stato,
significherebbe snaturare il principio fondamentale che emerge
dall'art. 134 della Costituzione, secondo il quale la competenza in
materia costituzionale si determina esclusivamente in base all'oggetto:
più specificamente, significherebbe affermare l'esistenza di una
competenza speciale concorrente fondata sul procedimento, per cui una
controversia nella stessa materia fra gli stessi soggetti ed avente lo
stesso oggetto sarebbe devoluta alla cognizione di questo o quel
giudice secondo il diverso insorgere della controversia.
La difesa dello Stato espone poi gli inconvenienti a cui porterebbe
la coesistenza delle due giurisdizioni in materia di legittimità
costituzionale delle leggi regionali siciliane. Tali inconvenienti
rivelerebbero la violazione di un altro principio che è della
"certezza" dei giudicati: in tale materia imprescindibile esigenza.
Si dovrebbe perciò concludere che la competenza dell'Alta Corte in
materia di legittimità costituzionale delle leggi regionali siciliane
è caducata perché incompatibile con l'entrata in funzione della Corte
costituzionale. Né codesta caducazione contrasterebbe con l'autonomia
siciliana che trova la sua garanzia non già nell'esistenza di un
organo giurisdizionale particolare, ma nell'attribuzione di particolari
poteri e funzioni di carattere sostanziale, legislativo e
amministrativo, e nella istituzione dei mezzi e dei rimedi
giurisdizionali necessari ad assicurarne l'esercizio.
21. - In secondo luogo, la difesa dello Stato sostiene che
l'articolo 134 è uno degli articoli della Costituzione di non
immediata applicazione. Sicché, a buon diritto, si dette attuazione
alle norme dello Statuto siciliano che prevedevano l'Alta Corte. Ma,
una volta entrata in funzione la Corte costituzionale, doveva cessare
di esistere non già l'Alta Corte come organo, ma dovevano e devono
rimanere assorbite le competenze di questa nelle altre non diverse
della Corte costituzionale, ai sensi della VII disp. trans. della
Costituzione. Queste competenze sono comprensive anche di quella in
materia di regolamenti statali, dato che essa andrebbe ricondotta alla
competenza generale della Corte costituzionale a giudicare sui
conflitti di attribuzione fra Stato e Regione.
22. - Infondati la difesa dello Stato ritiene anche gli argomenti
della difesa della Regione:
a) lo Statuto siciliano non è successivo nel tempo alla
Costituzione. Esso fu approvato con R.D.L. 15 maggio 1946, n. 455; né
la legge 26 febbraio 1948, n. 2, poté apportare innovazioni o
modifiche allo Statuto. Essa si limitò ad attribuire valore di legge
costituzionale, ai sensi e per gli effetti dell'art. 116 della
Costituzione, allo Statuto quale esso era al momento in cui la legge
costituzionale entrò in vigore - abrogato nelle sue norme
incompatibili con la Costituzione, successiva nel tempo al R.D.L. 15
maggio 1946. Né potrebbe invocarsi il principio che la norma speciale
- nel caso lo Statuto - deroga alla norma generale (Costituzione),
essendo questo un principio valido tra norme di pari grado non tra
quelle di grado diverso.
b) Nemmeno fondata è l'obiezione che le leggi regionali siciliane
non siano soggette al visto e siano definitive subito che siano state
approvate dall'Assemblea regionale e non siano impugnabili dopo la loro
promulgazione, perché tutte le leggi regionali sono impugnabili
soltanto prima della promulgazione, e tutte le leggi regionali possono
essere impugnate dopo la promulgazione da parte di un'altra Regione o
in via incidentale nel corso di un giudizio.
23. - Per quel che attiene poi al problema della forma e dei
termini del procedimento, la difesa dello Stato sostiene che l'ultimo
comma dell'art. 127 della Costituzione sarebbe applicabile anche per la
Regione siciliana, dovendosi dire che esso si trova occasionalmente
inserito in detto articolo dal quale anzi può considerarsi "estratto",
per efetto del rinvio recettizio, di cui è parola nell'art. 2 della
legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, e nell'art. 31 della legge
ordinaria 11 marzo 1953, n. 87. Mentre tutto quanto si riferisce
all'autonomia regionale può essere derogato dallo Statuto siciliano -
e sarebbero le norme contenute nei commi 1 a 4 dell'art. 127 - le
forme e i termini del procedimento davanti alla Corte, regolati, ai
sensi dell'art. 1 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, dalle
norme della Costituzione, dalla legge costituzionale 9 febbraio 1948,
n. 1, e dalla legge ordinaria 11 marzo 1953, n. 87, non potrebbero
essere derogate, per non riguardare l'autonomia siciliana, dallo
Statuto della Regione.
Da ciò si dovrebbero trarre queste conclusioni:
1) la questione di legittimità costituzionale delle leggi
siciliane deve essere proposta dal Presidente del Consiglio dei
Ministri entro 15 giorni dalla comunicazione, previa deliberazione del
Consiglio dei Ministri;
2) il ricorso ha effetto sospensivo e non può trovare applicazione
la norma dell'art. 29 dello Statuto siciliano dato che il potere che vi
è attribuito al Presidente della Regione siciliana di promulgare e
pubblicare la legge è collegata al termine per la proposizione del
ricorso - che sarebbe ora di 15 giorni e non più di 5 - e all'altro di
20, imposto all'Alta Corte per la Regione siciliana per la decisione,
termine che non potrebbe essere valido per la Corte costituzionale.
24. - In una lunga e dettagliata memoria allegata agli atti del
ricorso n. 55, ma riferibile, ora tutta, ora in parte, agli altri
ricorsi che hanno promosso le questioni di legittimità costituzionale
oggetto dei presenti giudizi, la difesa della Regione ripropone e
svolge le eccezioni di inammissibilità e improponibilità sopra
esposte. Ai fini della chiarezza delle reciproche posizioni delle parti
va ricordato quanto segue:
1) L'esame comparativo delle competenze dell'Alta Corte per la
Sicilia e della Corte costituzionale dimostrerebbe che le competenze di
questi due organi non sono del tutto identiche, non soltanto perché
l'Alta Corte ha il potere di giudicare il Presidente e gli Assessori
regionali posti in istato d'accusa dall'Assemblea, ma anche perché
essa, nei giudizi promossi in via principale, è competente a giudicare
di tutti i vizi di costituzionalità delle leggi regionali, e non
soltanto del vizio di competenza, ed egualmente di ogni illegittimità
costituzionale delle leggi e dei regolamenti dello Stato, nell'ambito
dell'osservanza dello Statuto e limitatamente all'efficacia loro nel
territorio della Regione. Inoltre, là dove l'Alta Corte ha competenza
limitata alle sole leggi regionali, la Corte costituzionale estende il
suo esame ai regolamenti e agli atti amministrativi quando diano luogo
a conflitti di attribuzione; e ancora, là dove l'Alta Corte limita la
sua competenza alle leggi e ai regolamenti dello Stato, la Corte
costituzionale estende la sua competenza anche agli atti
amministrativi, sempre nell'ipotesi di conflitto di attribuzione.
2) In secondo luogo, l'Alta Corte per la Sicilia si inserirebbe in
un sistema di norme, relativo ai rapporti tra Stato e Regione, diverso
da quello stabilito per i rapporti tra Stato e Regioni di diritto
comune e per quanto attiene ai controlli e per quanto attiene
all'impugnativa giurisdizionale.
3) Non vi sarebbe stata abrogazione delle norme relative alla Alta
Corte, né esplicita né implicita. Non esplicita, perché manca
qualsiasi espressa disposizione a riguardo, e nemmeno implicita,
perché non è sufficiente, per un'abrogazione siffatta, che la legge
anteriore e la legge posteriore regolino la stessa materia, ma è
necessario che l'una e l'altra regolino i medesimi rapporti relativi
alla stessa materia e, ciò che è più, che la legge posteriore si
ispiri a una ratio e postuli principi, che escludano la validità della
ratio e dei principi consacrati nella legge anteriore. E questo non è
il caso in discussione. Infatti le norme statutarie che istituiscono e
regolano l'Alta Corte per la Sicilia sarebbero norme speciali,
perfettamente compatibili con le norme generali sulla Corte
costituzionale, ispirate - a differenza di queste che hanno per scopo
di tutelare da un canto il principio della legittimità degli atti di
legislazione ordinaria e dall'altro quello di garanzia della coordinata
distribuzione della competenza legislativa - al principio della tutela
della particolare autonomia della Regione siciliana.
4) La conferma della tesi si trarrebbe dall'esame delle
disposizioni costituzionali. L'art. 134 non può avere abrogato le
norme sull'Alta Corte, perché ha stabilito in termini generali le
attribuzioni della Corte costituzionale e ha disciplinato le
controversie di legittimità costituzionale, tra le quali non può
essere inquadrata l'impugnazione in via principale promossa dallo Stato
avverso una legge regionale. Per questa parte la competenza della Corte
costituzionale trae la sua origine dagli artt. 127 della Costituzione e
2 della legge costituzionale 1948, n. 1, come risulta dal rilievo
testuale che l'ora citato art. 2 richiama proprio l'art. 127 e non
l'art. 134. Né questo effetto abrogativo si può giustificare
collegando l'art. 134 con l'art. 1 della legge 9 febbraio 1948, n. 1,
perché - e ne sono conferma gli artt. 23 e segg. della legge 11 marzo
1953, n. 87 -, quest'articolo si riferisce soltanto al giudizio di
legittimità sorto in via incidentale. Ma v'è di più. L'art. 127 non
è applicabile alle Regioni a statuto speciale, ma soltanto a quelle di
diritto comune; del che sarebbero conferma:
a) il più volte citato art. 2 della legge costituzionale 9
febbraio 1948, n. 1, che, per i ricorsi dello Stato in via principale
contro leggi regionali, non delinea una competenza generale della Corte
costituzionale, ma una competenza limitata ai casi in cui l'art. 127
della Costituzione è applicabile, che sono quelli nei quali
l'impugnativa davanti alla Corte si inserisce in un sistema di
controlli politico - giurisdizionali non estendibile alle Regioni ad
autonomia speciale;
b) il fatto che quando il Costituente ha voluto estendere il
medesimo sistema di controllo alle leggi delle Regioni a statuto
speciale lo ha dovuto fare in maniera esplicita; nemmeno conforta il
richiamo alle disp. trans. XVII e VII, tutte e due estranee al problema
che si deve risolvere: quello cioè, se le norme sull'Alta Corte siano
state oppure no abrogate dalla Costituzione.
5) Mancherebbe anche, per potere parlare di abrogazione, la
successione cronologica tra le due discipline normative: lo Statuto
siciliano, al quale venne attribuita forza di legge costituzionale con
la legge 26 febbraio 1948, n. 2, deve ritenersi a tutti gli effetti
successivo alla Costituzione. Il conferimento di efficacia
costituzionale diede luogo a una novazione della fonte delle norme
dello Statuto siciliano e di tutte le norme in esso contenute,
dovendosi respingere la tesi, anche sulla base del testo della legge,
che tale conversione fosse limitata alle norme in precedenza non
abrogate dal sopravvenire della Costituzione.
25. - Come infondata è la tesi dell'abrogazione tacita dell'Alta
Corte per la Sicilia con l'entrata in funzione della Corte
costituzionale, così infondata sarebbe la tesi che l'Alta Corte debba
intendersi ipso iure caducata con l'entrata in funzione di detta Corte
per contrasto radicale coi principi dell'unità e indivisibilità
della Repubblica (art. 5 della Costituzione), dell'accentramento della
giurisdizione costituzionale (art. 134 e segg. della Costituzione),
della indipendenza dei giudici (artt. 104 e 108). Non vi sarebbe il
contrasto col primo principio, perché la particolare composizione
della Corte siciliana, alla quale si è voluto fare riferimento, è
giustificata dal proposito di consentirle di adempiere nella maniera
più soddisfacente il compito di salvaguardare le rispettive sfere
giuridiche di competenza dello Stato e della Regione. Non contrasto col
principio dell'indipendenza dei giudici, perché il fatto che i giudici
dell'Alta Corte siano nominati in parti eguali dallo Stato e dalla
Regione serve a una più efficace rappresentanza degli interessi dei
due enti, senza dire che per i giudici della Corte siciliana vi sarebbe
la massima delle gara dovendosi essi considerare come nominati a vita.
Non contrasto col principio dell'"accertamento della giurisdizione
costituzionale" - che sarebbe il presupposto dell'altro dell'"unità e
indivisibilità dello Stato" -, perché i conflitti che si
determinerebbero tra le due Corti, che la difesa della Regione esamina
particolarmente, non sarebbero di tale portata, né di così facile
insorgere da porre in pericolo l'unità dello Stato e, più che
riconducibili a un insanabile contrasto di principi, sono espressione
di una situazione singolare che si è venuta a determinare e comunque
non potrebbe essere risoluta se non mediante l'approvazione di norme
esplicite attraverso il procedimento della legiferazione
costituzionale.
Nemmeno, infine, può essere richiamato il principio dell'unità
della giurisdizione costituzionale, perché questo è un principio
particolare della giustizia civile e penale per la tutela dei diritti
soggettivi (e pur qui sottoposto a deroghe) e non della giustizia
amministrativa e non sarebbe comunque invocabile per la giurisdizione
costituzionale la quale, alla pari di quella amministrativa ha
caratteri particolari.
26. - Ma, anche se si volesse ritenere la Corte decaduta per
"illegittimità costituzionale" in quanto incompatibile con alcuni dei
sommi principi dell'ordinamento, non sarebbe certo la Corte
costituzionale competente a emettere un giudizio, perché essa può
bensì giudicare le leggi costituzionali dal punto di vista formale, ma
non ha il potere di controllare le disposizioni contenute in leggi
costituzionali dal punto di vista del loro rapporto di conformità o
difformità ai principi supremi dell'ordinamento, che dovrebbero
considerarsi sottratti alla possibilità giuridica di qualsiasi
modificazione o deroga.
27. - La difesa della Regione respinge anche la tesi che
l'Assemblea costituente avrebbe agito invalidamente quando approvò lo
Statuto siciliano. La verità sarebbe, invece, che essa anche dopo il
l gennaio 1948 era investita della pienezza del potere costituente e
non si era trasformata nell'organo di un potere costituito. Il che
sarebbe confermato dalla stessa XVII disposizione transitoria, che
esplicitamente le riconobbe il potere di deliberare sulla materia
costituzionale; né si potrebbe fare richiamo alle necessità che la
medesima disposizione poneva come condizione per le deliberazioni
relative, perché di questa necessità la stessa Assemblea, una volta
che fosse riunita, era l'unico giudice.
28. - La difesa della Regione nella stessa memoria riprende e
svolge anche l'eccezione di inammissibilità per mancanza di
legittimazione attiva del Presidente del Consiglio e per tardività
della presentazione del ricorso. Sul primo punto essa sostiene che la
proposizione del ricorso non è atto di natura giurisdizionale, ma può
essere variamente qualificata e certamente, quando è il Governo che è
autorizzato a compierla, può essere inspirata da motivi politici. Non
così, invece, quando autorizzato a sollevare - la questione di
legittimità costituzionale sia il Commissario dello Stato, nominato
sì dal Governo, ma col compito di controllare l'osservanza dello
Statuto, nei confronti sia dello Stato sia della Regione, senza
perseguire finalità politiche, ma inspirandosi a motivi di
legittimità. Sul secondo punto la difesa regionale sostiene che il
termine da osservare è quello di cinque giorni dell'art. 28 dello
Statuto speciale: anch'esso, nella sua brevità, è la conferma del
carattere più ampio ed intenso dell'autonomia siciliana, alla quale si
collega tutto il sistema di impugnativa posto dagli artt. 27 e 28
dello Statuto.
Né queste norme debbono seguire la sorte dell'Alta Corte, -
distinte come sono da quelle che disciplinano gli organi e l'attività
giurisdizionale, e connesse invece con la disciplina del rapporto
sostanziale -, dovendo essere pacifico, anche in linea generale, che le
modalità della impugnativa sono sempre determinate dalla natura delle
situazioni soggettive alle quali di volta in volta si ricollega
l'azione. Il che sarebbe confermato dal fatto che la Costituzione si è
occupata delle impugnative delle leggi regionali non nel titolo che
regola la Corte costituzionale, ma nell'altro relativo alle Regioni.
Comunque, il sistema di impugnativa delineato dallo Statuto siciliano
sarebbe perfettamente compatibile coi principi della Costituzione,
anche a non voler ripetere qui l'affermazione che l'Assemblea
costituente aveva in ogni modo il potere di porre validamente norme di
contenuto diverso da quelle della Costituzione.
29. - Il Presidente, avvalendosi della facoltà conferitagli dallo
art. 15 delle Norme integrative, ha ordinato che i cinque giudizi
fossero congiuntamente discussi. Alla pubblica udienza, i patroni delle
parti hanno riassunto e illustrato le argomentazioni ampiamente svolte
negli scritti difensivi.Considerato in diritto:
1. - La Corte, tenuto conto che nei cinque giudizi indicati
nell'epigrafe è stata sollevata l'eccezione d'incompetenza della Corte
costituzionale, e che in quattro di essi è stata eccepita la
inammissibilità dei ricorsi per inosservanza dei termini e per
mancanza di legittimazione attiva del Presidente del Consiglio -
eccezioni di particolare rilievo e di importanza determinante ai fini
della decisione -, ha ritenuto opportuno riunire i cinque giudizi e
deciderli con unica sentenza.
2. - La difesa della Regione ha sollevato in primo luogo
l'eccezione d'incompetenza della Corte costituzionale a conoscere in
via principale dei giudizi di legittimità costituzionale delle leggi
siciliane. Questa eccezione non è fondata.
Non è dubbio, infatti, che l'art. 134 della Costituzione abbia
istituito la Corte costituzionale come unico organo della giurisdizione
costituzionale o, più specificamente, come unico giudice della
legittimità delle leggi statali o regionali e dei conflitti di
attribuzione tra lo Stato e le Regioni o delle Regioni tra loro.
Né può ritenersi che la formula adoperata nel ricordato art. 134
sia tale da lasciar fuori qualche parte della materia e che, per
esempio, la competenza della Corte costituzionale a conoscere della
"questione di legittimità" delle leggi regionali di cui è parola
nell'ultimo comma dell'art. 127, debba intendersi come una competenza
particolare aggiunta a quella generale e comprensiva dell'art. 134, e
non già specificazione di questa. Vero è che si è sostenuto contro
questa tesi che l'ora richiamata "questione di legittimità" dell'art.
127 sia da includere, per i suoi innegabili rapporti col procedimento
di legiferazione regionale, nella categoria della giurisdizione
volontaria o onoraria o nell'altra del controllo preventivo in forma
contenziosa, e che essa quindi non possa essere ricompresa tra "le
controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi"
dell'art. 134 della Costituzione. Ma si tratta di affermazioni
controvertibili sul piano teorico - dovendosi i giudizi di legittimità
costituzionale intendere nella loro originale natura, senza ricondurli
sic et simpliciter sotto categorie costruite ad altri fini e per altri
istituti -, e non fondate sul terreno del diritto positivo, dall'esame
del quale risulta che il legislatore, adoperando ora per i giudizi di
legittimità sorti in via incidentale, ora per quelli introdotti
mediante ricorso dello Stato o della Regione la medesima espressione
(artt. 127 della Costituzione e 1 della legge costituzionale 9 febbraio
1948, n. 1), ha voluto ricomprenderli, pur con le loro particolarità
processuali, sotto un'unica e medesima categoria.
3. - La competenza, pertanto, della Corte costituzionale quale
unico organo della giurisdizione costituzionale risulta consacrata con
ogni desiderabile chiarezza e senza riserve dalla Costituzione. Ma
nemmeno le leggi costituzionali e ordinarie preannunziate dall'art.
137 della Carta costituzionale hanno modificato questa situazione: che
anzi esse, articolando e specificando le competenze della Corte e le
forme e condizioni dei procedimenti davanti ad essa, hanno confermato
l'unicità dell'organo della giurisdizione costituzionale. Così la
legge 9 febbraio 1948, n. 1, che regola tanto le questioni di
legittimità costituzionale rilevate d'ufficio dal giudice o sollevate
da una delle parti nel corso di un giudizio (art. 1) quanto le altre
che la Regione sollevi nei confronti di una legge o di un atto avente
forza di legge dello Stato, o che questo, oppure un'altra regione,
sollevi contro le leggi di quella, ponendo anche qui un regolamento,
conciso ma preciso, di ogni possibile controversia di legittimità
costituzionale, senza riserve e senza limitazioni. Così, ancora, la
legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, che richiama e riconsacra
l'unitaria disciplina della giurisdizione costituzionale, elencandone
tassativamente le relative fonti, sia pure con riferimento alle forme,
ai limiti e alle condizioni, che la Corte costituzionale deve osservare
nell'esercizio delle sue "funzioni". Così, infine, la legge ordinaria
n. 87, pur essa dell'11 marzo 1953, che reca norme minuziose sulla
costituzione e sul funzionamento della Corte. Leggi tutte quante
posteriori allo Statuto siciliano e le due ultime successive anche alla
legge cosiddetta di "costituzionalizzazione" promulgata il 26 febbraio
1948.
4. - Che attraverso le norme della Costituzione e le altre
contenute nelle leggi ora richiamate si sia affermato il principio
dell'unità della giurisdizione costituzionale, espresso nella unicità
dell'organo competente ad amministrarla, è non soltanto un dato certo
del nostro ordinamento positivo, ma una conseguenza necessaria del
nostro sistema costituzionale. Il quale sistema costituzionale
ricomprende sì le autonomie regionali, ma nel quadro e sul fondamento
dell'unità dello Stato, solennemente consacrata nella Costituzione e
negli Statuti speciali delle Regioni, prezioso retaggio dei padri, che
l'unità della giurisdizione costituzionale appunto riconferma e
garantisce.
Sul piano tecnico - giuridico, poi, questa unità è richiesta,
forse ancora più energicamente, dal carattere rigido della nostra
Costituzione. Tale carattere rigido non postula già una innaturale
immobilità dell'ordinamento costituzionale, ma si concreta nel
rispetto di una regola fondamentale: che, cioè, modificazioni e
revisioni avvengano con l'osservanza di procedimenti speciali e
rigorosi. E l'esigenza contenuta in questa regola è soddisfatta non
soltanto dal procedimento di revisione costituzionale consacrato
dall'art. 138 della Costituzione, che richiede riflessione e
consapevolezza nel legislatore, il quale, soltanto col rispetto di
forme determinate, può apportare modifiche alle norme e ai principi
costituzionali, ma altrettanto, e forse ancora di più, dalla
unità della giurisdizione costituzionale che, per parte sua e nel campo
suo proprio, assicura una vita organica e uno sviluppo coerente, pur
nella varietà degli ordinamenti regionali - anzi proprio in virtù
dell'esistenza di codesta varietà -, dei principi e delle norme
fondamentali che il popolo italiano ha dato a se stesso nell'esercizio
della sua sovranità. Non a caso, del resto, le norme sulla Corte
costituzionale e quelle sulla revisione della Costituzione formano
rispettivamente la prima e la seconda sezione del titolo VI della Carta
fondamentale. Alla stregua di questi motivi, l'unità della
giurisdizione costituzionale si pone come una esigenza logica prima
ancora che come una necessità giuridica.
5. - Vero è che lo Statuto siciliano stabilisce all'art. 25 che
l'Alta Corte giudica sulla costituzionalità delle leggi emanate
dall'Assemblea regionale e delle leggi e dei regolamenti emanati dallo
Stato rispetto allo Statuto e limitatamente alla efficacia loro nel
territorio della Regione. Ma, se si pone mente che quello Statuto fu
approvato con D.L.L. 15 maggio 1946, quando cioè la Costituzione della
Repubblica non era ancora nata, in un delicato momento di trapasso dal
vecchio al nuovo ordinamento, del quale è in certa parte quasi un
preannunzio, non si può non riconoscere che la ricordata competenza
dell'Alta Corte sia stata travolta dalla Costituzione. Del che sono
conferma non tanto o non soltanto gli inconvenienti - che variamente
valutati nella loro gravità dalle avverse parti, deriverebbero dalla
contemporanea esistenza delle due competenze -, quanto il fatto che
nessun rimedio è posto dal nostro ordinamento per superare gli
inevitabili conflitti fra i due organi, quando non si voglia far
ricorso a escogitazioni che dimostrano la buona volontà di coloro che
le propongono ma non trovano fondamento nel diritto positivo.
Né vale obiettare che la competenza dell'Alta Corte si pone
legittimamente quale competenza speciale giustificata dalla particolare
autonomia siciliana, accanto alla competenza generale della Corte
costituzionale, dato che la ratio di tutto il sistema, così delle
garanzie giurisdizionali come delle autonomie regionali, quale è
delineato dalla Costituzione e dalle leggi sopra ricordate, postula la
necessità dell'unità della giurisdizione costituzionale ed esclude la
possibilità di competenze speciali. Deve essere osservato a questo
proposito che la non perfetta coincidenza delle competenze assegnate
all'uno e all'altro organo non comporta la conseguenza della valida
esistenza di una competenza speciale accanto alla competenza generale
della Corte costituzionale. Che anzi la diversità dei limiti e
dell'oggetto della competenza dell'Alta Corte per la Regione siciliana
è piuttosto argomento che sorregge la tesi del suo assorbimento in
quella più ampia e diversamente regolata di questa Corte. La
Costituzione, infatti, e le leggi successive hanno regolato ex novo e
senza riserve l'intera materia, attribuendo alla Corte costituzionale
tanto il potere di conoscere dei giudizi di legittimità costituzionale
delle leggi siciliane e delle leggi dello Stato rispetto alla Regione e
nei limiti territoriali di questa, quanto l'altro di risolvere i
conflitti di attribuzione e, con ciò, anche di giudicare quelle
controversie di costituzionalità dei regolamenti dello Stato, di cui
nell'art. 25 dello Statuto siciliano: una specie particolare del più
ampio genere dei conflitti di attribuzione. Più che di una competenza
speciale dell'Alta Corte, occorre parlare di una competenza
provvisoria, destinata a scomparire con l'entrata in funzione della
Corte costituzionale, com'è attestato esplicitamente dalla VII
disposizione transitoria della Costituzione.
6. - L'obiezione principale contro questa conclusione e tale che ad
essa si riconducono per l'una o per l'altra via tutte le altre, è
quella che muove dalla considerazione che la competenza dell'Alta Corte
sia protetta dalla natura di legge costituzionale conferita allo
Statuto siciliano dalla legge 26 febbraio 1948, n. 2, posteriore nel
tempo alla Costituzione; ma non è una obiezione che possa essere
accolta. In primo luogo deve essere osservato che il carattere di legge
costituzionale non poteva essere attribuito se non allo Statuto quale
era nel momento in cui veniva promulgata la legge di
"costituzionalizzazione", vale a dire modificato in questa parte, nella
quale esso contrastava con la sopravvenuta Costituzione, e che veniva
lasciata soltanto temporaneamente in vigore dalla ricordata VII
disposizione transitoria. In secondo luogo, il primo comma dell'art. 1
di quella legge non affermava se non questo: che lo Statuto siciliano
dovesse far parte delle leggi costituzionali della Repubblica "ai sensi
e per gli effetti dell'art. 116 della Costituzione", cioè al fine di
garantire "forme e condizioni particolari di autonomia", tra le quali
non può farsi rientrare la competenza dell'Alta Corte siciliana in
materia di giudizi di costituzionalità, necessariamente assorbita nel
più ampio sistema posto dalla Costituzione, inspirato alla visione che
il legislatore costituente ebbe delle autonomie regionali, saldamente
ancorate all'unità e all'indivisibilità dello Stato.
Se così è, non occorre attardarsi ad esaminare la tesi, dibattuta
tra le parti, intorno ai poteri dell'Assemblea costituente dopo
l'entrata in vigore della Costituzione, dovendo essere chiaro, ormai,
che l'Assemblea costituente non intese modificare né modificò la
Costituzione, ma si limitò, in ossequio a questa, a conferire allo
Statuto siciliano, ai fini dell'art. 116 della medesima Costituzione,
il carattere di legge costituzionale. E nemmeno occorre esaminare
l'altra tesi, che si fonda sulla inosservanza delle procedure stabilite
nel secondo comma dell'art. 1 della legge costituzionale del 6 febbraio
1948, n. 2, dato che l'assorbimento della competenza dell'Alta Corte
non è avvenuto in virtù di una modifica dello Statuto siciliano, ma
ipso iure per incompatibilità con la Costituzione, e al momento
dell'entrata in vigore di questa che operò l'inserimento dello Statuto
nel nuovo ordinamento costituzionale.
7. - Devono essere, invece, accolte le altre due eccezioni
sollevate dalla Regione siciliana dell'inammissibilità dei ricorsi per
inosservanza dei termini fissati dagli artt. 28 e 29 dello Statuto
siciliano e per mancanza di legittimazione attiva del Presidente del
Consiglio dei Ministri (art. 27 del medesimo Statuto). Quale che sia la
configurazione teorica che si voglia dare dei nessi che passano tra
organo competente e modi e termini della proposizione del giudizio di
legittimità costituzionale, non è dubbio che codesti nessi non sono
di loro natura necessari, sicché il destino delle norme che regolano
la competenza debba essere identico a quello delle altre che
stabiliscono i modi e i termini del giudizio. Le particolari forme e
condizioni di autonomia di cui è parola nell'art. 116 della
Costituzione, e che sono stati erroneamente invocati per giustificare
la competenza dell'Alta Corte per la Sicilia, vengono qui di proposito
e giustificano le particolarità dell'impugnazione delle leggi
siciliane e statali e dei termini relativi. L'esistenza di un organo
speciale autorizzato a promuovere le questioni di legittimità - il
Commissario dello Stato -, e i termini più brevi che l'art. 28
stabilisce, perché l'impugnativa sia valida, bene si inseriscono nella
particolare forma di autonomia riconosciuta alla Regione siciliana. E
lo stesso è da dire del termine di venti giorni per la decisione della
Corte (art. 29), fermo restando, peraltro, nei rapporti di detto
termine, il carattere ordinatorio, quale, del resto, è stato già
ammesso nella prassi dell'Alta Corte per la Sicilia.
8. - Dall'applicazione dei criteri ora enunciati ai ricorsi che
hanno promosso le questioni di legittimità costituzionale oggetto dei
presenti giudizi riuniti, discende:
a) Il ricorso del Presidente del Consiglio dei Ministri contro la
legge regionale siciliana recante "provvedimenti in materia d'imposta
generale sull'entrata" è inammissibile. Esso, infatti, fu proposto dal
Presidente del Consiglio dei Ministri e notificato al Presidente della
Giunta regionale siciliana il 23 luglio 1956, quando la legge era stata
già promulgata (30 giugno 1956, n. 40) e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Regione siciliana (n. 41 del 7 luglio 1956).
b) Inammissibile è anche il ricorso del Presidente del Consiglio
dei Ministri contro la legge regionale siciliana riguardante il "fondo
sovvenzioni e prestiti per i dipendenti regionali", perché notificato
il 23 luglio 1956 al Presidente della Giunta regionale, mentre
l'approvazione della legge da parte dell'Assemblea siciliana era stata
comunicata al Commissario dello Stato il 9 luglio 1956. A fortiori
inammissibile è l'altro ricorso del Presidente del Consiglio dei
Ministri notificato al Presidente della Giunta regionale siciliana il
29 settembre 1956 contro la medesima legge, dopo che essa era stata
promulgata (13 settembre 1956, n. 47) e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Regione siciliana n. 61 del 15 settembre 1956.
c) Inammissibile è anche il ricorso del Presidente del Consiglio
dei Ministri e del Commissario dello Stato contro la legge regionale
siciliana 1 ottobre 1956, n. 54, "sulla disciplina della ricerca e
coltivazione delle sostanze minerarie nella Regione" (Gazzetta
Ufficiale della Regione siciliana n. 67 del 18 ottobre dello stesso
anno), notificato il 2 novembre 1956 al Presidente della Giunta
regionale. Vero è che contro questa legge, prima della relativa
promulgazione e pubblicazione e dentro i termini stabiliti dallo
Statuto speciale, era stata proposta impugnativa davanti all'Alta Corte
per la Sicilia. Ma è vero anche che il ricorso presentato alla Corte
costituzionale è indipendente da quello, è diretto contro una legge
già promulgata e pubblicata legittimamente per il decorso dei termini
di cui all'art. 29 dello Statuto speciale, ed è stato notificato
decorsi i termini fissati dall'art. 27 dello stesso Statuto. Resta,
peraltro, del tutto salva e impregiudicata la questione della
riproponibilità davanti alla Corte costituzionale di quel primo
ricorso presentato nei termini all'Alta Corte dal Commissario dello
Stato, dopo che ora la Corte costituzionale ha affermato la sua
competenza a giudicare le controversie di legittimità costituzionale
delle leggi siciliane.
9. - Viceversa le eccezioni di inammissibilità non possono essere
accolte per il ricorso del Presidente del Consiglio dei Ministri e del
Commissario dello Stato per la Regione siciliana contro la legge
regionale siciliana recante "modifiche alla legge 29 aprile 1949, n.
264, e provvedimenti in materia di avviamento al lavoro e di assistenza
ai lavoratori involontariamente disoccupati". Questa legge, infatti, fu
approvata dall'Assemblea regionale il 5 ottobre 1956, comunicata al
Commissario dello Stato il giorno successivo e impugnata da questo e
dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 10 dello stesso mese;
l'impugnativa è stata quindi promossa nei termini anche dall'organo
competente.
Di questa legge sono stati impugnati alcuni articoli, ma in linea
preliminare è stata affermata l'incompetenza della Regione a emanare
norme in materia di collocamento della mano d'opera, per non essere
questa materia ricompresa nella "legislazione sociale" assegnata dalla
lettera f dell'art. 17 dello Statuto alla Regione siciliana.
Ma la Corte ha già avuto occasione di affermare (sentenza n. 7 del
17 gennaio 1957) che nel concetto di legislazione sociale, sia pure nei
limiti in cui la configura la lett. f del ricordato art. 17 dello
Statuto, rientra la materia del collocamento, né ritiene di dover
modificare questo suo convincimento.
Nemmeno fondate sono le censure di incostituzionalità mosse dalla
difesa dello Stato agli artt. 3 e 6 della legge siciliana. L'art. 3,
infatti, disponendo la pubblicazione delle liste di collocamento non
viola in alcun modo i limiti posti dall'art. 17 alla potestà
legislativa della Regione, non potendosi ravvisare nel maggiore rigore
che così viene assicurato nella compilazione delle liste e nella
maggiore tutela che ne deriva degli interessi dei lavoratori
disoccupati, la violazione di principi o interessi generali affermati
dalla legislazione statale.
E le medesime o analoghe considerazioni valgono per le censure
mosse all'art. 6. L'art. 26 della legge statale 29 aprile 1949, n. 264,
conferendo al Ministro del lavoro la facoltà di autorizzare il
Prefetto a istituire, con proprio decreto, presso le Sezioni di
collocamento ed i collocatori, una commissione per il collocamento, non
ha stabilito altro principio, se si vuole che un principio abbia
stabilito, se non quello di affidare alla valutazione discrezionale del
Ministro l'istituzione nei comuni di commissioni per il collocamento. E
la norma della legge siciliana, disponendo, una volta per tutte, che in
ogni comune debba essere istituita una commissione per il collocamento
ha interpretato e soddisfatto particolari esigenze locali, e con ciò
si è tenuta dentro i confini assegnati alla legislazione secondaria
dall'art. 17 dello Statuto.
Nemmeno fondata è l'altra censura rivolta allo stesso articolo
della legge, nella parte che fissa a quattro il numero dei
rappresentanti dei lavoratori in seno alle commissioni per il
collocamento. Basterebbe, per respingere codesta censura, la
considerazione, già fatta dalla difesa della Regione, che nella
composizione di dette commissioni resta sempre rispettato il principio
della legge statale che la prevalenza numerica debba essere assicurata
ai rappresentati dei lavoratori, principio che non è violato dal fatto
che, di fronte ai tre rappresentanti dei datori di lavoro, vi siano
quattro e non sette rappresentati dei lavoratori. D'altro canto, è
sfuggita alle parti la circostanza che il numero di tali rappresentanti
non è diverso nemmeno per la legge statale. Vero è che la legge 21
agosto 1949, n. 586, modificò il primo comma dell'art. 26 della legge
29 aprile 1949, n. 264, elevando da quattro a sette il numero dei
rappresentanti dei lavoratori, ma è vero anche che la legge 16 maggio
1956, n. 562, abrogò (art. 21) la legge precedente, ridando così
vigore al primo comma dell'art. 26 della citata legge 264 del 1949.
10. - La Corte ritiene fondata, invece, la censura di
illegittimità mossa ai commi secondo, terzo e quarto dell'art. 5 della
legge regionale. Tale articolo è fondato, infatti, sul presupposto,
erroneo, che, nella materia in esso regolata, siano tuttavia in vigore
le disposizioni contenute nella legge del 1949. Vero è, invece, che
codeste disposizioni sono state abrogate dalla legge 16 maggio 1956, n.
562 (art. 21), la quale ha stabilito un diverso ordinamento della
situazione giuridica ed economica dei collocatori e coadiutori
comunali, delineando una nuova e diversa disciplina della materia, come
si evince in particolare dall'art. 3 che distribuisce i collocatori in
tre classi e dall'art. 12, dove è prevista la nuova figura del
"corrispondente", che non è del tutto riconducibile a quella
precedente del "coadiutore". È pacifico che questa legge è in vigore
nel territorio della Regione siciliana senza necessità di un esplicito
atto di recezione, e deve essere anche pacifica la conseguenza che il
legislatore regionale non possa, nella sua limitata potestà
legislativa ex art. 17, ignorarla, fondando le sue deliberazioni sopra
una legge esplicitamente abrogata.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
pronunziando con unica sentenza nei giudizi riuniti indicati in
epigrafe:
1) respinge l'eccezione di incompetenza della Corte costituzionale
sollevata dalla difesa della Regione siciliana;
2) dichiara inammissibile i ricorsi registrati ai nn. 54, 55, 59 e
63 che chiedono la dichiarazione di illegittimità costituzionale:
a) della legge regionale siciliana 30 giugno 1956, n. 40 intitolata
"provvedimenti in materia di imposta generale sull'entrata",
b) dell'art. 13 della legge regionale siciliana intitolata "fondo
di sovvenzione e prestiti per i dipendenti regionali",
c) dell'art. 13 della legge regionale siciliana 13 settembre 1956,
n. 47, intitolata "fondo di sovvenzione e prestiti per i dipendenti
regionali",
d) degli artt. 80, 53 e 82, 3, 79 e 83, 48, lett. g, 7 e 67 della
legge siciliana 1 ottobre 1956, n. 54, "sulla disciplina della ricerca
e coltivazione delle sostanze minerali nella Regione";
3) in parziale accoglimento del ricorso registrato al n. 60, che
chiede la dichiarazione di illegittimità costituzionale della legge
regionale siciliana, approvata in data 5 ottobre 1956, dal titolo
"modifiche alla legge 29 aprile 1949, n. 264, e provvedimenti in
materia di avviamento al lavoro e di assistenza ai lavoratori
involontariamente disoccupati", dichiara l'illegittimità
costituzionale del secondo, terzo e quarto comma dell'art. 5 di detta
legge.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 27 febbraio 1957.
ENRICO DE NICOLA - GAETANO AZZARITI -
GIUSEPPE CAPPI - TOMASO PERASSI -
GASPARE AMBROSINI - ERNESTO
BATTAGLINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI -
GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - ANTONINO
PAPALDO - MARIO BRACCI - NICOLA
JAEGER - GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI.

Spiegazione Sentenza

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