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Corte Costituzionale Sentenza 48, 1959

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1959
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
48
Lingua
Italiano
Data generale
1959-07-15
Data deposito/pubblicazione
1959-07-15
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1959-07-09
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Dott. GAETANO AZZARITI, Presidente - Avv.
GIUSEPPE CAPPI - Prof. TOMASO PERASSI - Prof. GASPARE AMBROSINI - Prof.
ERNESTO BATTAGLINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof. FRANCESCO PANTALEO
GABRIELI - Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - Prof. ANTONINO PAPALDO -
Prof. NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO
PETROCELLI - Dott. ANTONIO MANCA - Prof. ALDO SANDULLI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 6 del D. L.
L. 21 marzo 1946, n. 144, promosso con ordinanza del 24 settembre 1958
del Tribunale militare territoriale di Padova nel procedimento penale a
carico di Niedermayer Guglielmo, iscritta al n. 41 del Registro
ordinanze del 1958 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 312 del 27 dicembre 1958.
Vista la dichiarazione di intervento del Presidente del Consiglio
dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 17 giugno 1959 la relazione del
Giudice Biagio Petrocelli;
udito il vice avvocato generale dello Stato Cesare Arias, per il
Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto in fatto:
La Sezione speciale della Corte d'Assise di Belluno, nel
procedimento penale a carico di Niedermayer Guglielmo, maresciallo
della Gestapo, imputato di collaborazionismo, violenza mediante
omicidio aggravato e continuato e di furto aggravato e continuato, con
sentenza 4 marzo 1947, assolveva il Niedermayer dalla imputazione di
collaborazionismo, rinviandolo al Tribunale militare di Padova per gli
altri reati. Con sentenza 11 gennaio 1955 il Giudice istruttore presso
il predetto Tribunale militare, esclusa la competenza del giudice
militare per i reati di omicidio, e ciò in forza della connessione
soggettiva col reato comune di furto, rimetteva gli atti alla Procura
della Repubblica presso il Tribunale di Belluno. Il Giudice istruttore
presso questo Tribunale, ritenendo che in base all'art. 8 della legge
23 marzo 1956, n. 167, modificativa del sistema precedente, la
connessione puramente soggettiva non fosse più sufficiente ai fini
della competenza, con sentenza 31 dicembre 1957, dichiarava il difetto
di giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria per i reati di
omicidio ed ordinava la trasmissione degli atti relativi al Procuratore
della Repubblica presso il Tribunale militare di Padova. Il predetto
Tribunale, con ordinanza del 24 settembre 1958, ordinò la sospensione
del giudizio e la trasmissione degli atti a questa Corte, proponendo la
questione di legittimità costituzionale dell'art. 6 D. L. L. 21 marzo
1946, in riferimento all'art. 103 della Costituzione, in quanto tale
norma della Costituzione avrebbe posto confini invalicabili alla
competenza dei Tribunali militari in tempo di pace, con lo stabilire
che essi dovessero conoscere soltanto dei reati militari commessi da
appartenenti alle Forze armate dello Stato italiano. Il predetto
Tribunale militare tuttavia, nella citata ordinanza, considerava l'art.
6 in questione anche sotto il profilo dell'abrogazione, manifestando
l'avviso che l'art. 103 della Costituzione, di indubbio carattere
precettivo, avesse tacitamente abrogata, ai sensi dell'art. 15 delle
Disposizioni sulla legge in generale, la norma per la quale, in tempo
di pace, la cognizione dei reati contro le leggi e gli usi della guerra
commessi dagli appartenenti alle forze armate nemiche era attribuita
alla giurisdizione militare. Nonostante tali considerazioni, il
Tribunale militare riteneva però opportuno di invocare da questa Corte
il sindacato di legittimità costituzionale dell'accennato art. 6 D. L.
L. 21 marzo 1946.
L'ordinanza del Tribunale, regolarmente notificata, fu pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica il 27 dicembre 1958. Il 6
dicembre 1958 si costituiva in giudizio il Presidente del Consiglio dei
Ministri con atto di intervento e deduzioni dell'Avvocatura generale
dello Stato. Con tali deduzioni l'Avvocatura dello Stato, manifestando
l'avviso che l'art. 103, ultimo comma, della Costituzione avesse
automaticamente abrogato, in quanto norma precettiva perfetta, l'art. 6
del D. L. L. 21 marzo 1946, e ritenendo che l'abrogazione comporti la
radiazione della norma abrogata dall'ordinamento giuridico, concludeva
col richiedere che questa Corte dichiarasse inammissibile e
manifestamente infondata la proposta questione di legittimità
costituzionale. Tuttavia la stessa Avvocatura, con memoria depositata
il 3 giugno 1959, dichiarando di aver proceduto a più approfondito
esame della questione, richiedeva che questa fosse dichiarata infondata
nel merito, dovendosi la formula "reati militari commessi da
appartenenti alle Forze armate" ritenere estensibile anche agli
appartenenti alle forze armate nemiche.Considerato in diritto:
È da ritenere privo di fondamento l'asserito contrasto fra l'art.
6 del D. L. L.21 marzo 1946, n. 144, e l'art. 103 della Costituzione.
L'art. 6 è una norma transitoria, come del resto tutte le
disposizioni dello stesso decreto, le quali sono dirette a regolare il
passaggio, che è fatto per sua natura transitorio, dall'applicazione
della legge militare di guerra all'applicazione di quella di pace. In
vista della cessazione delle stato di guerra e del conseguente
scioglimento dei tribunali militari di guerra (art. 22 C. P. M. G.), fu
dall'art. 6 attribuita ai tribunali militari di pace la competenza per
i reati preveduti dal Codice penale militare di guerra e commessi
durante lo stato di guerra. Una siffatta disposizione è in fondo priva
di un vero e proprio carattere innovativo, in quanto si inserisce in un
sistema di preesistenti norme della legge penale militare (articoli 264
a 266, 297 a 300 Cod. pen. mil. g.), le quali appunto riguardano la
rimessione dei procedimenti pendenti, alla data della cessazione dello
stato di guerra, davanti ai tribunali militari di guerra, e trovano il
loro fondamento nello stesso carattere temporaneo della giurisdizione
dei tribunali militari di guerra.
Ben diverso carattere ha la norma dell'art. 103, ultimo comma,
della Costituzione. Nel regolare la competenza dei tribunali militari
in tempo di pace e in tempo di guerra, essa si pone come disciplina
permanente ed organica della materia, con la quale le ridotte e
contingenti finalità della norma impugnata non vengono punto in
collisione.
Secondo l'ordinanza del Tribunale militare di Padova, il preteso
contrasto si ravviserebbe in ciò: che mentre l'art. 6 del D. L. L. 21
marzo 1946, n. 144, contiene da ultimo anche una esplicita attribuzione
ai tribunali militari di pace della competenza per i reati contro le
leggi e gli usi della guerra commessi dagli appartenenti alle forze
armate nemiche, l'art. 103 della Costituzione, con l'adottare
puramente e semplicemente la locuzione "appartenenti alle Forze
armate", senza alcuna specificazione, si sarebbe riferito soltanto agli
appartenenti alle Forze armate dello Stato italiano, escludendo con
ciò dalla competenza dei tribunali militari di pace quella categoria
di cui aveva fatta espressa menzione il citato art. 6.
In effetti deve ritenersi che l'art. 103 abbia inteso riferirsi
alle Forze armate dello Stato italiano; ma non per ciò è valida la
illazione che se ne trae ai fini della sussistenza del denunciato
contrasto.
A tal proposito è da considerare in primo luogo che la categoria
dei reati contro le leggi e gli usi della guerra, sebbene sia stata
oggetto, nel predetto art. 6, di un esplicito richiamo, probabilmente
dovuto a qualche dubbio di interpretazione sorto nella pratica, si
inquadrava anch'essa nel preesistente sistema della legge penale
militare. E ciò da un lato in forza dell'art. 13 Cod. pen. mil. g.,
per il quale le disposizioni di questo Codice relative ai reati contro
le leggi e gli usi della guerra si applicano anche ai militari e a ogni
altra persona appartenente alle forze armate nemiche, quando alcuno di
tali reati sia commesso a danno dello Stato italiano o di un cittadino
italiano, ovvero di uno Stato alleato o di un suddito di questo; e
dall'altro per la natura stessa di questi reati, i quali costituiscono
né più né meno che una categoria di reati militari del tempo di
guerra, formante materia dell'intero titolo IV del libro terzo del
Codice penale militare di guerra. Contro il sistema della legge penale
militare in ordine a questo punto non v'è manifestazione concreta di
sorta di quel diverso orientamento della invocata norma costituzionale,
che si vorrebbe ora ravvisare nella omissione, da parte dell'art. 103
della Costituzione, di quella esplicita menzione, relativa ai reati
contro le leggi e gli usi di guerra, contenuta nell'art. 6.
In secondo luogo va tenuto presente che l'art. 103, nella sua
organica disciplina della materia, contiene due distinte previsioni:
l'una riguarda la giurisdizione dei tribunali militari in tempo di
guerra, la cui determinazione è riservata alla legge: l'altra riguarda
la giurisdizione dei tribunali militari in tempo di pace, e questa
viene limitata soltanto ai reati militari commessi da militari
appartenenti alle Forze armate. Per intendere lo spirito di questa
disposizione, e quindi la sua estraneità ad esigenze contingenti come
quelle tenute presenti dall'art. 6 del D. L. L. 21 marzo 1946, bisogna
risalire all'art. 102 della Costituzione e al principio della unità
della giurisdizione, che esso volle, almeno in via generale, affermare.
Questo principio non fu condotto alle estreme conseguenze, e appunto
l'art. 103 ne disciplina le principali eccezioni, consistenti nel
mantenimento del Consiglio di Stato e degli altri organi di giustizia
amministrativa (primo comma), della Corte dei conti (secondo comma), e
dei Tribunali militari di guerra e di pace (terzo ed ultimo comma). In
vista di questi fondamentali problemi è da ritenere che la
particolarissima questione della competenza per i reati contro le leggi
e gli usi della guerra commessi da militari nemici non si sia neanche
presentata. Ed infatti nel corso dei lavori preparatori le discussioni
sorte sul significato della locuzione "appartenenti alle Forze armate"
riguardano essenzialmente, in vista sempre del principio della unità
della giurisdizione, le categorie di cittadini da includere oppure no
nell'ambito della giurisdizione speciale, occasionalmente mantenuta.
Posto il raffronto fra la norma impugnata e la norma della
Costituzione nei termini di cui innanzi, è sicuramente da escludere
che l'art. 103 abbia avuto una incidenza qualsiasi sulla disposizione
dell'art. 6 del citato D. L. L., la quale svolge per suo conto, e senza
ledere alcun principio costituzionale, la sua efficacia, in rapporto ad
una esigenza del tutto transeunte, manifestatasi nel passaggio dall'una
all'altra legge militare. D'altra parte non sarebbe ravvisabile alcun
ragionevole motivo a giustificazione di una contraria volontà del
Costituente, la quale poi, in un sistema che mantiene - sia pure
eccezionalmente -la giurisdizione dei tribunali militari, avrebbe
dovuto praticamente tradursi nel sottrarre a questi, e devolvere al
giudice ordinario, proprio una così speciale materia, destinata, oltre
tutto, ad esaurirsi nel tempo.
È infine evidente, in forza delle considerazioni che precedono,
che ogni altra questione sollevata dall'ordinanza, in rapporto all'art.
15 delle Disposizioni sulla legge in generale, rimane assorbita.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione, proposta con ordinanza del
Tribunale militare territoriale di Padova del 24 settembre 1958, sulla
legittimità costituzionale dell'art. 6 del D. L. L. 21 marzo 1946, n.
144, contenente norme dirette a regolare il passaggio dall'applicazione
della legge penale militare di guerra all'applicazione di quella di
pace, in riferimento all'art. 103, terzo comma, della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 9 luglio 1959.
GAETANO AZZARITI - GIUSEPPE CAPPI -
TOMASO PERASSI - GASPARE AMBROSINI -
ERNESTO BATTAGLINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI -
GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - ANTONINO
PAPALDO - NICOLA JAEGER - GIOVANNI
CASSANDRO - BIAGIO PETROCELLI -
ANTONIO MANCA - ALDO SANDULLI.

Spiegazione Sentenza

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