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Corte Costituzionale Sentenza 70, 1961

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1961
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
70
Lingua
Italiano
Data generale
1961-12-22
Data deposito/pubblicazione
1961-12-22
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1961-12-07
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Avv. GIUSEPPE CAPPI, Presidente - Prof.
GASPARE AMBROSINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof. FRANCESCO PANTALEO
GABRIELI - Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - Prof. ANTONINO PAPALDO -
Prof. NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BLAGIO
PETROCELLI - Dott. ANTONIO MANCA - Prof. ALOO SANDULLI - Prof.
GIUSEPPE BRANCA - Prof. MICHELE FRAGALI - Prof. COSTANTINO MORTATI -
Prof: GIUSEPPE CHIARELLI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'articolo 10 della
legge 23 maggio 1950, n. 253, promosso con ordinanza emessa l'11 giugno
1960 dal Pretore di Palermo nel procedimento civile vertente tra
Miraglia Costantino ed altri e Saccone Giuseppe ed altri, iscritta al
n. 92 del Registro ordinanze 1960 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 315 del 24 dicembre 1960.
Vista la dichiarazione di intervento del Presidente del Consiglio
dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 22 novembre 1961 la relazione del
Giudice Giuseppe Branca;
udito il sostituto avvocato generale dello Stato Stefano Varvesi,
per il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto in fatto:
1. - Nel corso di una causa di cessazione della proroga legale di
una locazione, l'11 giugno 1960 il Pretore di Palermo rimetteva a
questa Corte una ordinanza con la quale sollevava la questione di
legittimità costituzionale dell'art. 10 della legge 23 maggio 1950, n.
253. Secondo l'ordinanza, che è stata notificata il 19 luglio 1960,
tale norma, là dove demanda al Genio civile, sentite le parti,
l'accertamento delle condizioni tecniche che impongono lo sgombero
dell'immobile, contrasterebbe con l'art. 24 della Costituzione ledendo
il diritto del cittadino alla tutela giurisdizionale: essa, infatti,
toglie al giudice il potere di scegliere il consulente tecnico, di
guidarlo, controllarlo ed eventualmente sostituirlo; affida
l'accertamento ad un organo amministrativo non sempre competente;
sottrae al giudicante il potere di disponibilità e di valutazione
della prova; perciò limita e offende il diritto del cittadino ad avere
giustizia.
È vero - prosegue l'ordinanza - che il giudice può procedere al
controllo di legittimità dell'accertamento tecnico, rilevarne talora
contraddizioni e incongruenze e chiedere all'ufficio informazioni e
chiarimenti; ma l'ingiustizia deriva ugualmente dal fatto che il parere
del Genio civile, pur essendo analogo a quello di un consulente
tecnico, ha nel merito efficacia vincolante per il giudice: ingiustizia
tanto maggiore in quanto esso si traduce in una dichiarazione sommaria
e scheletrica, nella quale la formula tralaticia "sentite le parti", a
cui non corrisponde molto spesso una soddisfacente audizione di esse,
dà solo la parvenza di garanzia processuale "ad un ibrido procedimento
amministrativo con parentela giudiziale".
2. - La Presidenza del Consiglio, a mezzo dell'Avvocatura generale
dello Stato, è intervenuta con deduzioni depositate il 5 agosto 1960.
L'Avvocatura dello Stato rileva, innanzi tutto, che l'accertamento
del Genio civile non è un atto amministrativo e non differisce in
sostanza dal parere che il giudice può chiedere a un consulente
tecnico: esso è un atto istruttorio, sottoposto, come ha stabilito la
Cassazione (sent. n. 2102 del 1959), a controllo del giudice, che ne
deve esaminare la conformità alla legge, nonché interpretare il
contenuto, e può rilevarne errori di valutazione, contraddizioni o
incongruenze, chiedere informazioni all'ufficio che l'ha emesso,
ordinarne la rinnovazione.
Dato ciò, l'art. 10 della legge 23 maggio 1950 n. 253, - a parere
dell'Avvocatura dello Stato - non contrasta con l'art. 24 della
Costituzione che afferma l'uguale diritto dei cittadini di agire e
difendersi in giudizio con le modalità regolate dalla legge comune
secondo le caratteristiche speciali dei diversi procedimenti (Corte
costituzionale, sentenze nn. 46 e 118 del 1957): la norma impugnata non
fa che adeguare alle particolari esigenze del caso i modi di prova
preordinati dal Codice di rito; del resto non può tacersi che, da un
lato, il Codice stesso prevede possibili deroghe legislative al
principio del libero apprezzamento delle prove da parte del giudice
(artt. 116 Cod. proc. civ. e 2700, 2702, 2709, 2733, 2735, 2738 Cod.
civ.), mentre, dall'altro, l'accertamento del Genio civile non è del
tutto vincolante per il giudice benché questi non possa evitarlo.Considerato in diritto:
1. - Benché l'ordinanza di rinvio sembri riferirsi all'intero art.
10 della legge, l'impugnazione è evidentemente circoscritta a quelle
parti dell'articolo in cui, ai fini della cessazione della proroga, è
demandato al Genio civile l'accertamento delle condizioni dell'immobile
e della necessità dello sgombero, cioè al n. 1, seconda parte, e al
n. 2, seconda parte.
Queste norme sono state oggetto d'una interpretazione che, oramai
consolidata in giurisprudenza, è accolta dalla quasi unanimità della
dottrina: si è ritenuto e si ritiene che l'accertamento del Genio
civile vincoli il giudice nel merito e che questi abbia su di esso
press'a poco un controllo di legittimità: può rilevare violazioni di
leggi, contraddizioni o palesi incongruenze, nonché patenti errori di
valutazione, chiedere chiarimenti e persino disporre la rinnovazione
totale dell'atto, ma non può nominare un diverso consulente, né
ricavare da altre fonti il suo convincimento.
Se questa è la portata delle norme, e non v'è ragione di
dubitarne, la Corte costituzionale ritiene che esse contrastino con
l'art. 24, primo e secondo comma, della Costituzione. Infatti, la
singolarità del procedimento, che esse impongono, non garantisce
compiutamente quel diritto alla difesa a cui si ispira tale articolo.
2. - Già è sintomatico che l'accertamento, così come è deferito
al Genio civile dal cit. art. 10, nn 1 e 2, si svolga in modo tanto
abnorme: la libertà d'apprezzamento del giudice è limitata in
relazione ad un singolo rapporto sostanziale senza che dalla natura del
rapporto si possa trarre un motivo plausibile della particolarità di
tale disciplina.
La tutela processuale dei diritti delle parti ne apparisce, per
ciò solo, seriamente compromessa se è vero che l'esistenza d'un
diritto implica, in virtù dell'art. 24 della Costituzione, la
possibilità di farlo valere dinanzi all'Autorità giudiziaria coi
mezzi offerti in generale dall'ordinamento giuridico; possibilità che
le norme impugnate comprimono sensibilmente poiché esse limitano la
libertà d'apprezzamento del giudice proprio sul punto principale della
controversia: di modo che, su questo punto, almeno nella sostanza, la
decisione della causa finisce per essere sottratta al giudice
ordinario, dipendendo dal giudizio d'un organo amministrativo.
3. - L'accertamento del Genio civile, pur essendo atto istruttorio,
tuttavia è opera d'un ufficio amministrativo, e si compie, per di
più, in occasione d'una lite in cui si contende non su interessi
legittimi, ma su diritti soggettivi. La conseguenza è che, siccome la
cessazione della proroga dipende soltanto da tale atto, che non può
essere sindacato nel merito, il diritto soggettivo alla fine ha una
difesa, nella sua intensità, effettivamente incompleta: l'atto del
Genio civile, benché costituisca una tappa del processo, è
disciplinato come un qualunque provvedimento amministrativo, quasi che
il locatore e il locatario avessero non un diritto - onere, ma
piuttosto un interesse legittimo, alla prova. Il che non rappresenta
solo una chiara anomalia, ma importa fatalmente un difetto di tutela in
rapporto agli artt. 24 e 3 della Costituzione: infatti, con ciò si
impedisce all'interessato di avvalersi degli strumenti di prova
garantiti, in generale, a chi è parte in un giudizio.
4. - Infine, tra i motivi che inducono a dichiarare
l'illegittimità delle norme impugnate sta anche questo, che esse non
assicurano affatto il contraddittorio. In realtà l'ufficio del Genio
civile deve sentire le parti, ma può farlo e lo fa separatamente per
ciascuna, né le loro dichiarazioni sono verbalizzate o portate a
conoscenza del giudicante; anche se si instaurasse avanti al Genio
civile un vero e proprio contraddittorio (il che, a dire il vero, non
avviene), resterebbe sempre il fatto che il giudice ne è estraneo:
tanto più in quanto l'accertamento del Genio civile molto spesso è
concluso, e la legge lo consente, quando ancora non si è promossa
l'azione giudiziale; aperto, prima o dopo, il processo, dinanzi al
magistrato le parti potranno difendersi su tutto fuorché sul punto
decisivo della causa: potranno cioè rilevare contraddizioni ed errori
manifesti dell'atto in cui s'è concluso l'accertamento, ma non sono
ammessi a discutere direttamente sulla realtà della situazione da
accertare: insomma, su di essa, non partecipano attivamente od in mutuo
contraddittorio allo svolgimento essenziale del processo. Le norme
impugnate contrastano perciò con l'art. 24, secondo comma, della
Costituzione poiché il diritto alla difesa è compromesso allorché il
contraddittorio non sia assicurato e sussistono ostacoli processuali a
far valere le ragioni delle parti (sent. 8 marzo 1957, n. 46, di questa
Corte).
5. - In conclusione, la seconda parte dell'art. 10, n. 1, dato che
si limita a demandare al Genio civile l'accertamento della situazione a
cui si riferisce la prima parte della stessa norma, è totalmente
illegittima. Non ne consegue con ciò un vuoto legislativo poiché
l'accertamento sarà fatto dal giudice secondo le leggi e con nomina
eventuale d'un consulente.
A sua volta, la seconda parte dell'art. 10, n. 2, oltreché
demandare al Genio civile l'accertamento della necessità dello
sgombero, gli consente di valutare la possibilità dello sloggio
temporaneo senza allontanamento dell'inquilino. Essa è illegittima
solo in quanto attribuisce tale competenza al Genio civile. Perciò,
caduta la norma, l'accertamento non solo sulla necessità dello
sgombero, ma anche sulla possibilità d'uno sloggio temporaneo, sarà
fatto dal giudice coi mezzi che la legislazione vigente gli offre.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara la illegittimità costituzionale, in riferimento
all'articolo 24 della Costituzione, dell'art. 10, n. 1, della legge 23
maggio 1950, n. 253, nella parte in cui esso demanda al Genio civile
l'accertamento delle condizioni tecniche e della necessità dello
sgombero dell'immobile, e dell'art. 10, n. 2, della stessa legge in
quanto l'accertamento della indispensabilità dello sgombero e della
possibilità d'uno sgombero temporaneo è demandato al Genio civile.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 7 dicembre 1961.
GIUSEPPE CAPPI - GASPARE AMBROSINI -
MARIO COSATTI - FRANCESCO PANTALEO
GABRIELI - GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO -
ANTONINO PAPALDO - NICOLA JAEGER -
GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI - ANTONIO MANCA - ALDO
SANDULLI GIUSEPPE BRANCA - MICHELE
FRAGALI - COSTANTINO MORTATI -
GIUSEPPE CHIARELLI.

Spiegazione Sentenza

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