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Corte Costituzionale Sentenza 71, 1960

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1960
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
71
Lingua
Italiano
Data generale
1960-12-16
Data deposito/pubblicazione
1960-12-16
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1960-12-06
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Dott. GAETANO AZZARITI, Presidente - Avv.
GIUSEPPE CAPPI - Prof. GASPARE AMBROSINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof.
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI - Prof. ANTONINO PAPALDO - Prof. NICOLA
JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO PETROCELLI - Dott.
ANTONIO MANCA - Prof. ALDO SANDULLI - Prof. GIUSEPPE BRANCA - Prof.
MICHELE FRAGALI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 83 del R.D.
29 giugno 1939, n. 1127, promosso con ordinanza emessa il 25 settembre
1959 dal Tribunale di Milano nel procedimento civile vertente tra
Sgaramella Gaetano e la ditta Zazzetta Biagio, iscritta al n. 127 del
Registro ordinanze 1959 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 307 del 19 dicembre 1959.
Vista la dichiarazione di intervento del Presidente del Consiglio
dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 23 novembre 1960 la relazione del
Giudice Giuseppe Branca;
udito il sostituto avvocato generale dello Stato Luciano Tracanna,
per il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto in fatto:
1. - Nel corso d'una lite sorta fra il sig. Gaetano Sgaramella e la
ditta Biagio Zazzetta, il primo invocava contro la seconda l'articolo
83 del R. D. 29 giugno 1939, n. 1127. Io Sgaramella, titolare d'un
brevetto per modello industriale relativo a un certo tipo di tappo
travasatore di liquido, sosteneva che i tappi travasatori prodotti e
messi in commercio dalla ditta Zazzetta, costituendo imitazione
pedissequa, ledevano il proprio diritto di privativa; chiedeva perciò
che il Tribunale di Milano, a norma del ricordato art. 83, estensibile
ai modelli industriali (art. 1 R.D. 25 agosto 1940, n. 1411), inibisse
alla ditta Zazzetta la fabbricazione e l'uso di quei tappi.
Il convenuto si difendeva eccependo, tra l'altro, l'illegittimità
costituzionale della disposizione citata, per eccesso rispetto alla
delega contenuta nel R. D. L. 24 febbraio 1939, n. 317, convertito in
legge 2 giugno 1939, n. 739.
Il Tribunale di Milano accoglieva l'eccezione e rimetteva gli atti
a questa Corte con un'ordinanza del 25 settembre 1959 regolarmente
notificata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 19 dicembre 1959.
2. - L'ordinanza del Tribunale di Milano ricorda come il R.D. 24
febbraio 1939, n. 317, avesse delegato al Governo l'esercizio di
potestà legislativa affinché si desse attuazione, in testi separati
per le invenzioni, per i modelli e per i marchi, al R.D. 13 settembre
1934, n. 1602, che aveva disciplinato tutta insieme la materia, ma non
era mai entrato in vigore.
Secondo il Tribunale, i poteri dati al Governo non andavano più in
là delle facoltà di riunire e dividere in tre leggi le norme
contenute nell'unico testo del R.D. 13 settembre 1934, n. 1602, di
coordinare queste disposizioni per una disciplina organica delle
singole materie, infine, di integrare, modificare o sopprimere le norme
stesse allo scopo di coordinarle e armonizzarle con le convenzioni
internazionali e con le altre leggi dello Stato. Ne deriverebbe che il
Governo non avrebbe potuto emanare norme nuove o integrare le vecchie
se non in funzione delle ricordate esigenze di coordinamento e di
armonizzazione. Perciò, siccome l'art. 83 R.D. 1939, n. 1127, ha
introdotto un istituto completamente nuovo (inibitoria in corso di
causa) senza che lo imponessero o suggerissero quelle esigenze, esso
sarebbe costituzionalmente illegittimo per evidente eccesso di delega.
3. - La Presidenza del Consiglio è intervenuta, per mezzo
dell'Avvocatura generale dello Stato, con deduzioni presentate il 17
novembre 1959 e ha depositato una memoria il 10 novembre 1960.
Essa, innanzi tutto, contesta che la legge di delegazione avesse
conferito al Governo poteri meramente formali di adattamento delle
disposizioni preesistenti: da alcune sentenze di questa Corte (n. 37
del 26 gennaio 1957 e n. 42 del 27 giugno 1958) risulterebbe, al
contrario, come il Governo potesse anche emanare norme nuove nella
materia che era stata oggetto di delega. In particolare, poi, dal
preambolo e specialmente dall'art. 3 della legge di delegazione si
ricaverebbe espressamente che il Governo aveva, anzi, poteri di
integrazione, modificazione e soppressione connessi con lo scopo di
predisporre una disciplina organica in fatto di invenzioni, di modelli
e di marchi: senza contare che nella stessa funzione di coordinamento,
inteso quale spinta a conseguire un armonico sviluppo dell'ordine
giuridico, rientrerebbe, in generale, come ha dichiarato una sentenza
della Corte (n. 16 del 26 gennaio 1957), anche il compito di colmare le
lacune delle leggi preesistenti.
Del resto, a parere dell'Avvocatura dello Stato, la norma impugnata
non costituirebbe nemmeno una modificazione sostanziale della
disciplina predisposta dal R.D. n. 1602 del 1934: il Governo,
introducendo l'inibitoria con l'art. 83 del R.D. n. 1127 del 1939, non
avrebbe fatto altro che "integrare e rendere più efficace e generale"
una tutela preventiva già in vigore ma limitata al sequestro e perciò
insufficiente.
A parte ciò, conclude l'Avvocatura dello Stato, l'inibizione è
una misura cautelare che, a rigore, si sarebbe potuta chiedere al
giudice indipendentemente dalla norma impugnata: esisteva, infatti,
nel nostro ordinamento, quel potere cautelare generale che ebbe poi
consacrazione nell'art. 700 Cod. proc. civ. relativo ai provvedimenti
d'urgenza. Insomma, la legge delegata, con l'articolo 83, non sarebbe
andata più in là dell'applicazione, nel campo dei brevetti, di un
istituto già vigente. Di qui, l'infondatezza della questione di
legittimità costituzionale promossa con l'ordinanza 25 settembre 1959
del Tribunale di Milano.Considerato in diritto:
1. - L'art. 83 del R.D. 29 giugno 1939, n. 1127, contiene una norma
che non era nel R.D. 13 settembre 1934, n. 1602 (cioè nel decreto da
attuare in tre testi separati), né nelle leggi anteriori che
disciplinavano la stessa materia delle privative industriali: infatti,
queste leggi e quel decreto non conoscevano se non la descrizione e il
sequestro degli oggetti fabbricati dal presunto violatore del diritto
di brevetto, mentre la norma impugnata consente che ne sia inibita
anche la fabbricazione in corso di causa.
Secondo l'Avvocatura dello Stato, l'art. 83 del R.D. 29 giugno
1939, n. 1127, non avrebbe fatto altro che adattare per il caso una
azione generale cautelate già esistente nell'ordinamento e poi
consacrata nell'art. 700 del Cod. proc. civ., relativo ai provvedimenti
d'urgenza. Ma questa tesi non può essere accolta, essendo certo che
l'esistenza d'un potere generale cautelare, all'epoca dell'emanazione
del R.D. n. 1127 del 1939, era recisamente negata anche dalla quasi
totalità della dottrina. Tale potere, del resto, non fu riconosciuto
nemmeno dal progetto del Cod. proc. civ., che, proprio nel tempo in cui
veniva emanato il R.D. n. 1127 del 1939, era sottoposto all'esame
delle Assemblee legislative: quello che è ora l'art. 700 Cod. proc.
civ. fu introdotto solo più tardi, dopo il gennaio del 1940.
2. - Dato ciò e poiché si tratta di poteri esercitati quando
l'attuale Costituzione non era in vigore, resta solo da accertare,
attraverso l'esame della legge di delegazione, se il Governo avesse
avuto la potestà di introdurre norme nuove rispetto a quelle del R.D.
n. 1602 del 1934 e delle leggi anteriori.
A tal proposito l'attenzione della Corte, come in occasione delle
sentenze n. 37 del 1957 e n. 42 del 1958, si è fermata specialmente
sul secondo comma dell'art. 3 R.D. 24 febbraio 1939, n. 317, nel quale
è detto: "Il Governo del Re... provvederà altresì a coordinare... le
disposizioni richiamate dal precedente comma, al fine di disciplinare
organicamente le singole materie, integrando, modificando, sopprimendo
le disposizioni stesse, anche per armonizzarle con le convenzioni
internazionali, esecutive nel Regno, e, in generale, con le altre leggi
dello Stato".
Al Governo era stato demandato di raccogliere e coordinare in tre
testi separati, a cominciare da quello relativo ai brevetti per
invenzioni industriali, le disposizioni contenute nel R.D. n. 1602 del
1934, mai andato in vigore; ma poteva e doveva modificare e sopprimere
alcune di esse, che la legge di delegazione non indicava quali fossero,
e utilizzare, invece, altre norme contenute nelle leggi anteriori al
1934. Ciò è chiarito anche dal preambolo, quinto comma, del decreto
di delegazione e sembra incontroverso.
Questi poteri, il cui esercizio implicava, dunque, una scelta fra
disposizioni del R.D. n. 1602 del 1934 e precetti contenuti in leggi
più antiche, mostrano già di per sé, come la potestà conferita al
Governo andasse oltre lo scopo del mero coordinamento formale di norme
preesistenti e sostanzialmente intangibili. La relazione, che
accompagna il disegno di conversione in legge del decreto di
delegazione, precisa come alcune vecchie disposizioni si sarebbero
dovute riprodurre per sostituirle "fra l'altro a quelle dell'anzidetto
decreto del 1934 che non possono essere messe in attuazione".
3. - Di più, da tutto il contenuto del R.D.L. n. 317 del 1939 si
desume che al Governo si chiedeva una disciplina completa di tutta la
materia delle privative industriali, come dei modelli e dei marchi (va
ricordata anche la sentenza n. 42 del 1958 di questa Corte): disciplina
che, pertanto, dovendosi tenere conto di necessità sopraggiunte dopo
il 1934 e di nuove esperienze, non era attuabile con le sole
disposizioni del R.D. n. 1602 del 1934 e delle leggi precedenti.
Occorrevano più ampi poteri che non fossero quelli di semplice
coordinamento e adattamento delle norme già scritte. Questi poteri
furono appunto conferiti con l'ultima parte del citato art. 3, secondo
comma, della legge di delegazione, per il quale il Governo poteva
integrare, oltre che modificare e sopprimere, i precetti contenuti nel
R.D. n. 1602 del 1934.
La relazione, richiamata poco fa, non mancava di osservare in
proposito che il Governo aveva avuto "i necessari poteri non solo per
coordinare, ma anche per integrare le disposizioni da mandare in
attuazione": con il che essa, distinguendo, contrapponeva la funzione
integrativa alla funzione coordinatrice di quelle disposizioni, mentre
il R.D. n. 317 del 1939, sempre nell'art. 3, secondo comma, lasciava
intendere che l'integrazione si dovesse fare, oltreché per lo scopo di
armonizzare il R.D. n. 1602 del 1934 con gli accordi internazionali e
con le vecchie leggi, anche per un altro fine.
Infatti, l'osservazione del Tribunale di Milano, secondo cui il
Governo poteva integrare, modificare e sopprimere le norme del R.D. n.
1602 del 1934 (a parte le esigenze del coordinamento) "solo" per
adattarle alle convenzioni internazionali e alle leggi dello Stato, non
può essere accolta; vi si oppone, fra l'altro, il testo stesso
dell'art. 3, secondo comma: "integrando, modificando, sopprimendo,
"anche" per armonizzarle ecc.": l'armonizzazione rispetto agli accordi
internazionali e alle leggi interne era soltanto uno degli scopi per
cui le disposizioni del R.D. n. 1602 del 1934 dovevano essere
integrate, modificate e soppresse dal Governo.
Ma l'altro scopo, in vista del quale si era data al Governo una
così ampia potestà di integrazione, non identificandosi nel
coordinamento, come risulta anche dalla relazione, non poteva essere se
non quello di completare e aggiornare con norme nuove la disciplina
preesistente.
4. - Se ne conclude che il Governo, emettendo con l'art. 83 del
R.D. n. 1127 del 1939 un precetto che integrava la tutela preventiva
già contenuta nelle disposizioni precedenti, non è andato oltre i
limiti dei poteri attribuitigli dalla legge di delegazione. Tanto più
in quanto con ciò introduceva una norma che si poteva dire vigente
presso altri paesi aderenti alle convenzioni internazionali relative ai
brevetti.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione, proposta con l'ordinanza del 25
settembre 1959 del Tribunale di Milano, sulla legittimità
costituzionale dell'art. 83 del R.D. 29 giugno 1939, n. 1127, in
relazione alla legge di delegazione R.D.L. 24 febbraio 1939, n. 317.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 6 dicembre 1960.
GAETANO AZZARITI - GIVSEPPE CAPPI -
GASPARE AMBROSINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELLI -
ANTONINO PAPALDO - NICOLA JAEGER -
GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI - ANTONIO MANCA - ALDO
SANDVLLI - GIUSEPPE BRANCA - MICHELE
FRAGALI.

Spiegazione Sentenza

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