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Corte Costituzionale Sentenza 71, 1961

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1961
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
71
Lingua
Italiano
Data generale
1961-12-22
Data deposito/pubblicazione
1961-12-22
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1961-12-07
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Avv. GIUSEPPE CAPPI, Presidente - Prof.
GASPARE AMBROSINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof. FRANCESCO PANTALEO
GABRIELI - Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - Prof. ANTONINO PAPALDO -
Prof. NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO
PETROCELLI - Dott. ANTONIO MANCA - Prof. ALDO SANDULLI - Prof.
GIUSEPPE BRANCA - Prof. MICHELE FRAGALI - Prof. COSTANTINO MORTATI -
Prof. GIUSEPPE CHIARELLI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 37 del D.P.R.
26 aprile 1957, n. 818, promosso con ordinanza emessa il 23 giugno 1960
dal Tribunale di Udine nel procedimento civile vertente tra Del Zotto
Livia e l'Istituto nazionale della previdenza sociale, iscritta al n.
80 del Registro ordinanze 1960 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 254 del 15 ottobre 1960.
Vista la dichiarazione di intervento del Presidente del Consiglio
dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 22 novembre 1961 la relazione del
Giudice Francesco Pantaleo Gabrieli;
uditi l'avv. Guido Nardone, per l'I.N.P.S., e il sostituto avvocato
generale dello Stato Valente Simi, per il Presidente del Consiglio dei
Ministri.

Ritenuto in fatto:
Nel procedimento civile tra Del Zotto Livia e l'I.N.P.S., il
Tribunale di Udine ha pronunciato ordinanza in data 23 giugno 1960,
disponendo la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale
affinché decida se non sia da ritenersi illegittimo l'art. 37 del
D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818 (legge delegata), in relazione sia ai
criteri direttivi cui si informa la legge 4 aprile 1952, n. 218, e ai
limiti della delega contenuta nell'art. 37 di essa, sia agli artt. 70 e
76 della Costituzione.
L'ordinanza è stata ritualmente notificata (21 luglio 1960),
comunicata (racc. nn. 3707 e 3705 del 15 luglio 1960) e pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica del 15 ottobre 1960.
Nell'ordinanza si premette che Del Zotto Livia, in seguito alla
morte del marito Puppi Arturo, avvenuta il 13 dicembre 1954 nel
Canada, chiede che le sia riconosciuto il diritto alla pensione per i
superstiti previsto dall'art. 13 sub art. 2 della legge 4 aprile 1952,
n. 218, sul riordinamento delle pensioni dell'assicurazione
obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti.
L'Istituto convenuto contesta la fondatezza della domanda,
eccependo che nella specie manca uno dei requisiti prescritti dal
cennato articolo, cioè il versamento nel quinquennio precedente la
morte dell'assicurato di almeno n. 52 contributi settimanali.
L'attrice riconosce che in tale periodo figurano versati soltanto
n. 3 contributi settimanali, ma invoca l'art. 37 del D.P.R. 26 aprile
1957, n. 818, il quale esclude dal computo del ripetuto quinquennio i
"periodi di lavoro subordinato all'estero che non siano protetti agli
effetti delle assicurazioni interessate in base a convenzioni od
accordi internazionali". Di conseguenza, non esistendo convenzioni od
accordi siffatti tra l'Italia ed il Canada, deve considerarsi
"neutro", ai fini assicurativi, il periodo di lavoro prestato dal
marito nel Canada - e cioè dal 1950, epoca dell'espatrio, alla data
della morte - e deve, altresì, ritenersi sussistente il requisito
contributivo con riferimento al quinquennio antecedente all'espatrio,
durante il quale sono stati versati oltre 52 contributi settimanali.
L'Istituto obietta che l'art. 37 del decreto n. 818, entrato in
vigore il 2 ottobre 1957, trova applicazione soltanto per le situazioni
sorte dopo tale data, non potendo avere effetto retroattivo.
Tutto ciò premesso, nell'ordinanza si rileva che il contrasto fra
le opposte tesi non può essere risolto senza che sia stata
preventivamente accertata la legittimità costituzionale dell'art. 37,
lett. b, del D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818, il quale, creando
condizioni nuove ai fini della concessione delle pensioni per
l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, mediante la cosiddetta
"neutralizzazione" di periodi determinati, non sembra in armonia con i
criteri fissati nella legge 4 aprile 1952, n. 218, ove non si fa cenno
della neutralizzazione; e pare che superi i limiti della delega
conferita al Governo con l'art. 37 della legge medesima, in quanto al
Governo fu demandata solamente la potestà di emanare, "in conformità
dei principi e dei criteri direttivi cui si informa la presente legge,
disposizioni transitorie e di attuazione, nonché norme intese (tra
l'altro) a coordinare le vigenti norme sulle assicurazioni sociali con
quelle della presente legge".
E si rileva, infine, che la neutralizzazione del periodo in
contestazione non sembra possa inquadrarsi nelle disposizioni delegate
al Governo, salvo che la situazione che ne è alla base (impossibilità
della contribuzione) non possa ritenersi già implicitamente prevista
dalla legge, n. 218 del 1952 e dalle disposizioni legislative
precedenti in materia, le quali prevedono periodi di contribuzione
figurativa per particolari casi, ma nulla dispongono per l'ipotesi
contemplata dall'art. 37, lett. b, del decreto presidenziale n. 818 del
1957.
Pertanto, il Tribunale di Udine ha sollevato di ufficio la
questione di legittimità costituzionale della su menzionata norma e ha
rimesso gli atti a questa Corte per la decisione, sospendendo di
giudicare nel merito.
Sia la Del Zotto che l'I.N.P.S. si sono ritualmente costituiti in
giudizio mediante deposito di deduzioni in cancelleria (16 agosto - 2
novembre 1960). E intervenuto, altresì, il Presidente del Consiglio
dei Ministri, rappresentato e difeso, come per legge, dall'Avvocatura
generale dello Stato (11 agosto 1960).
La Del Zotto osserva che l'art. 37 del D.P.R. 26 aprile 1957, n.
818, in relazione alle varie norme che in materia di previdenza sociale
subordinano le prestazioni all'esistenza di determinati requisiti
contributivi nel quinquennio antecedente la domanda di concessione,
stabilisce che restano esclusi dal computo di tale quinquennio taluni
periodi, e cioè quelli previsti dall'art. 56 del R.D.L. 4 ottobre
1935, n. 1827, nonché quelli di assenza facoltativa dal lavoro dopo i
parti, di lavoro subordinato all'estero, che non siano protetti agli
effetti delle assicurazioni interessate in base ad accordi
internazionali, di servizio militare eccedente l'obbligo di leva,
nonché quelli di malattia che superino i 12 mesi.
Conseguentemente, osserva che l'articolo in questione non può
ritenersi contenga una disposizione transitoria o di attuazione,
sibbene una norma di coordinamento tra le norme vigenti sulle
assicurazioni sociali e quelle contenute nella legge di delegazione.
Si tratta, pertanto, - afferma la Del Zotto - di accertare se
questa norma è stata emanata in conformità dei principi e dei criteri
direttivi cui è informata la legge di delega 4 aprile 1952, n. 218: il
che significa accertare, se in questa legge sia fissato il principio
che la temporanea impossibilità della contribuzione in favore di un
assicurato non può compromettere la sua posizione assicurativa sino a
ledere il suo diritto all'assistenza sociale sancito nell'art. 38 della
Costituzione. Siffatto principio, ad avviso della Del Zotto, già
affermato nell'art. 56 del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, è
esplicitamente ribadito dalla legge di delegazione, all'art. 4, lì
dove si considerano come periodi di contribuzione (contribuzione
fittizia) ai fini del diritto alla pensione, quelli durante i quali gli
interessati non hanno potuto materialmente versare o farsi versare i
contributi assicurativi, cioè i periodi di disoccupazione e di degenza
in sanatorio.
L'Avvocatura generale dello Stato - premesso che il Tribunale non
ha motivato sulla rilevanza della questione di legittimità
costituzionale da esso sollevata ex officio - sostiene che il principio
della "neutralizzazione" altro non è che la dichiarazione degli
effetti di situazioni obiettive che incidono sul rapporto assicurativo,
provocandone la sospensione con l'esonero dal versamento dei
contributi. Si tratterebbe, in sostanza, della declaratoria, nel campo
assicurativo, di un principio generale del Codice civile,
particolarmente aderente al disposto dell'art. 38 della Costituzione e
agli orientamenti della previdenza sociale.
Le ipotesi considerate dall'art. 37 sono tutte attinenti al
concetto che quando la sospensione del rapporto assicurativo è
determinata da situazioni obiettive, restano integri i diritti già
maturati dal lavoratore nel momento in cui il rapporto è rimasto
sospeso. In tal senso il disposto della norma può ritenersi implicito
già nella precedente disciplina, nonché nella prassi interpretativa
dell'Istituto, il quale aveva confermato il concetto essenziale della
"neutralizzazione" riferendola anche ad ipotesi non espressamente
considerate dal ripetuto art. 37, quali i periodi di permanenza in
territorio sottratto alla sovranità italiana per effetto del trattato
di pace (circolare I.N.P.S. 3 ottobre 1957, n. 311).
La norma dell'art. 37 è in perfetta aderenza coi principi
costituzionali della assicurazione sociale, la quale non sopporta
decadenze o estinzioni di precedenti diritti già maturati. E l'aver
dichiarato espressamente un principio insito nella legislazione
precedente, talvolta univoca in tal senso (art. 74, comma secondo,
R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827) risponde alla volontà generale del
legislatore e all'orientamento della legge delegante, informata ad una
necessaria tutela conservativa dei diritti del lavoratore.
L'I.N.P.S. osserva, preliminarmente, che la decisione del Tribunale
di Udine viola il principio secondo il quale il giudizio incidentale di
incostituzionalità non può essere proposto, se non quando sia
accertata la necessità di applicare la norma della cui
incostituzionalità si dubita, Necessità, nella specie, da escludere
in virtù del principio della irretroattività della legge.
Nel merito, rileva che la norma censurata non travalica i limiti
della delega contenuta nell'art. 37 della legge 4 aprile 1952, n. 218.
Ed all'uopo pone in evidenza che la legislazione previdenziale, nel
suo evolversi, ha inteso di attuare il fine di assicurare il
lavoratore, in quanto tale, dai rischi fondamentali - vecchiaia,
invalidità, malattia, morte - preoccupandosi non soltanto di estendere
al maggior numero di soggetti la tutela previdenziale, ma anche di
assicurarne la maggiore possibile continuità. Il che si rivela, da un
lato, con il passaggio dal sistema dell'assicurazione volontaria (T.U.
30 maggio 1907, n. 376) a quello dell'assicurazione obbligatoria
(D.L.L. 21 aprile 1919, n. 603, trasfuso nel R.D. 30 dicembre 1923, n.
3184) e, dall'altro, con le disposizioni dettate per includere
nell'ambito della tutela assicurativa le situazioni di impossibilità,
per il lavoratore, di prestare la sua opera con diritto
all'assicurazione. Tali disposizioni, cioè l'art. 6 del menzionato
decreto n. 3184, l'art. 56 del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, l'art. 4
della legge 4 aprile 1952, n. 218, si avvalgono, in sostanza, del
sistema della cosiddetta contribuzione fittizia, in quanto, per i
periodi in esse preveduti, si suppone versato un contributo in realtà
non corrisposto.
Per effetto della guerra, poi, è venuto a modificarsi
l'atteggiamento dello Stato nei confronti della emigrazione ed è
cresciuto il numero dei lavoratori emigrati all'estero, anche soltanto
in via temporanea. Quest'ultimo fenomeno ha portato la necessità e
l'interesse dello Stato, anzi degli Stati che si ispirano al principio
della libera circolazione del lavoro, di stipulare convenzioni
(esempio: gli accordi dell'11 dicembre 1952 e dell'11 dicembre 1953 per
il Consiglio di Europa) che rendono tra loro intercomunicanti i sistemi
di previdenza nazionale, sulla base del principio della reciprocità di
trattamento e della utilizzazione oltre i limiti nazionali dei periodi
di lavoro compiuti nei territori degli Stati convenzionati.
D'altra parte, alla tutela dei lavoratori italiani che si recavano
fuori del territorio del Regno, lo Stato italiano aveva già rivolto la
sua attenzione, anche quando l'emigrazione era ostacolata o impedita,
come si desume dall'art. 31 della legge 26 ottobre 1919, n. 1996, e,
più specificamente, dalla delega di poteri contenuta nell'art. 2 della
legge 13 dicembre 1928, n. 2900, "per regolare le condizioni degli
assicurati obbligatori che espatriano per ragioni di lavoro".
Ciò posto, l'I.N.P.S. sottolinea che se lo Stato, proprio negli
anni successivi al 1948, in connessione con lo sviluppo della sua
politica di alleggerimento della pressione demografica, poneva in opera
validi strumenti per estendere, oltre i propri confini, la tutela
previdenziale del lavoro nazionale e l'assistenza in patria ai
familiari dei lavoratori emigrati (D.L.C.P.S. 23 agosto 1946, n. 201),
non si può far rimprovero al legislatore delegato del decreto n. 818
se, con la norma in esame, ha ritenuto di dover non tanto estendere
quella medesima tutela ai lavoratori che sono emigrati in paesi nei
quali quegli strumenti non si applicano, quanto impedire che, per
effetto dell'espatrio, divenissero inefficaci le aspettative di tutela
che il lavoratore aveva già acquisito con il suo lavoro svolto
nell'ambito dell'ordinamento previdenziale italiano.
A tal fine il legislatore non poteva dettare altra disciplina che
quella contenuta nell'art. 37, lett. b, non potendo essere utilizzato
né l'istituto della prosecuzione volontaria, che avrebbe importato
evidenti difficoltà giuridiche e pratiche, né quello della
contribuzione figurativa, nella sua originaria configurazione, che si
sarebbe tradotto in un peso per i lavoratori che partecipano agli oneri
della mutualità nazionale. Né il principio della permanenza dei
benefici acquisiti, ove il rapporto di tutela previdenziale soffra una
interruzione necessitata, è eccezionale nel sistema vigente. Ciò
risulta dall'art. 2 del R.D.L. 7 agosto 1936, n. 1750, che consente
all'agente delle ferrovie, tranvie, autolinee, di sospendere il
versamento del contributo conservando il diritto a pensione, dopo
raggiunto il ventesimo anno di contribuzione; dalla analoga
disposizione dell'art. 24 del R.D.L. 20 ottobre 1939, n. 1863, per gli
addetti alla riscossione delle imposte di consumo; dagli artt. 29,
ultimo comma, e 32 della legge 2 aprile 1958, n. 377, per i dipendenti
delle esattorie; dall'art. 12, secondo comma, della legge 4 dicembre
1956, n. 1450, per i dipendenti dell'azienda telefonica.
La difesa della Del Zotto ha depositato fuori termine (10 novembre
1961) una memoria.
Nell'udienza del 22 novembre 1961 le parti hanno illustrato le
precedenti deduzioni insistendo nelle rispettive conclusioni.Considerato in diritto:
1. - L'I.N.P.S. ha eccepito che l'ordinanza del Tribunale di Udine
viola il principio secondo il quale il giudizio incidentale di
costituzionalità non può essere proposto se non quando sia accertata
la necessità di applicare la norma della cui costituzionalità si
dubita; necessità, nella specie, da escludere in quanto la norma
dell'art. 37, lett. b, del D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818, impugnata,
non sarebbe retroattiva; che, pertanto, la Corte deve preliminarmente
stabilire se l'accertamento, da parte del giudice di merito, della
applicabilità della surriferita disposizione, debba precedere o meno
la decisione relativa alla sospensione del giudizio e alla remissione
degli atti a questa Corte. Anche l'Avvocatura dello Stato lamenta che
il Tribunale di Udine non ha motivato sulla rilevanza.
L'eccezione va disattesa. Invero, il Tribunale nel contrasto tra la
tesi dell'attrice che chiedeva la pensione superstiti in virtù
dell'art. 37, lett. b, del D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818, e la tesi
dell'I.N.P.S., secondo la quale la norma invocata non è applicabile,
riteneva non potersi tale contrasto risolvere senza che fosse
preventivamente accertata la legittimità costituzionale della
surriportata norma; la quale, creando nuove condizioni per la
concessione della pensione, non sembrava in armonia con i criteri
fissati dalla legge 4 aprile 1952, n. 218. E soggiungeva che l'ipotesi
del computo, ai fini della pensione, dei periodi di lavoro subordinato
all'estero non protetti da convenzioni internazionali (art. 37, lett.
b, D.P.R. n. 818) non potesse ritenersi implicitamente contemplata
dalla legge del 1952 e dalle leggi precedenti, le quali prevedono casi
particolari di contribuzione figurativa, ma nulla dispongono per il
caso in esame. In tale modo il Tribunale, con motivazione sufficiente,
ha compiuto un adeguato accertamento sulla rilevanza.
2. - Nel merito, devesi dichiarare non fondata la questione di
legittimità costituzionale sollevata ex officio dal Tribunale di
Udine.
Secondo l'art. 37, lett. b, del D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818, i
periodi di lavoro subordinato all'estero, non protetti agli effetti
delle assicurazioni interessate in base a convenzioni od accordi
internazionali, sono esclusi dal computo del quinquennio ai fini
dell'accertamento dei requisiti contributivi per il diritto alla
pensione superstiti.
È questa una norma di coordinamento che, formando oggetto
specifico di delega legislativa (art. 37, primo comma, legge 4 aprile
1952, n. 218), può comprendere, come più volte ha affermato questa
Corte, la possibilità di eliminare eventuali lacune o discordanze nel
particolare settore cui la legge si riferisce. (Corte costituzionale
sentenza n. 24 del 18 aprile 1959 ecc.).
3. - L'art. 37 della legge 4 aprile 1952, n. 218, dà al Governo
il potere di emanare norme in conformità dei principi e criteri
direttivi in detta legge contenuti, nonché norme intese a coordinare
le vigenti disposizioni sulle assicurazioni sociali con quelle della
stessa legge delegante.
Giova a tal punto ricordare, che dal succedersi delle leggi nel
campo della previdenza sociale affiorano direttive sempre più
favorevoli al lavoratore, soprattutto al fine di garantire il diritto
alla pensione (R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184, art. 30; R.D. 28
agosto 1924, n. 1422, art. 71; legge 1928, n. 2900; R.D.L. 4 ottobre
1935, n. 1827, art. 56, convertito nella legge 6 giugno 1936, n. 1155;
R.D.L. 14 giugno 1939, n. 636, art. 9, convertito nella legge 6 luglio
1939, n. 1272, ecc.).
Inoltre, dal sistema previdenziale si desume che il legislatore ha
voluto estendere la tutela assicurativa al maggior numero di
lavoratori, rendendola sempre più efficace sia attuando il principio
della continuità del rapporto assicurativo e della conservazione dei
corrispondenti diritti quesiti (passaggio dal sistema di assicurazione
volontaria al sistema di assicurazione obbligatoria: T.U. 30 maggio
1907, n. 376; D.L.L. 21 aprile 1919, n. 603; R.D. 30 dicembre 1923, n.
3184); sia col fare rientrare nell'ambito della tutela situazioni
d'impossibilità obiettiva da parte del lavoratore di versare i
prescritti contributi o di prestare la sua opera (servizio militare -
puerperio - disoccupazione - malattia ecc.). Ed il principio della
conservazione della tutela previdenziale è stato attuato, tra l'altro,
con la neutralizzazione dei periodi prescritti per conseguire
determinati benefici inerenti al rapporto assicurativo (R.D.L. 4
ottobre 1935, n. 1827, artt. 56, 74, secondo comma; legge 4 aprile
1952, n. 218, art. 4 ecc.).
4. - Ciò posto la disposizione dell'art. 37, lett. b, traduce in
formula legislativa il principio che quando situazioni obiettive
determinano la sospensione del rapporto assicurativo, i diritti
acquisiti dal lavoratore rimangono quali erano al momento della
sospensione, senza l'obbligo di versare i contributi durante il periodo
della sospensione stessa (neutralizzazione del periodo), realizzandosi
così la conservazione dei relativi diritti, indipendentemente dalle
vicende del rapporto di lavoro, che può sospendersi o interrompersi.
Ora non v'ha dubbio che la legge 4 aprile 1952, n. 218, nel
riordinare le pensioni dell'assicurazione obbligatoria per la
invalidità la vecchiaia e i superstiti non solo si è informata
all'orientamento seguito dalla richiamata legislazione, ma ha
accentuato il favore per il lavoratore, rendendo, con particolari
disposizioni, più efficiente il principio della conservazione delle
posizioni assicurative (artt. 4, 5 ecc.).
5. - D'altra parte, lo stesso Istituto della previdenza sociale ha
largamente utilizzato gli stessi principi per casi che il succitato
art. 37, lett. b, non prevede espressamente, ma che ben si possono
ricondurre nel quadro del vigente sistema previdenziale. Come più
vicina alla ipotesi in esame è da considerare quella che prevede i
periodi durante i quali il lavoratore ha prestato la sua opera in
territorio sottratto, per effetto dei trattati di pace, alla sovranità
italiana; periodi da non computarsi ai fini del quinquennio, pur non
essendo stati corrisposti i contributi assicurativi (circolare n. 517
O.dg 1948, richiamata al n. 42, lett. m, della circolare I.N.P.S. n.
1111 C. e V/134 del 3 ottobre 1957).
6. - È bene, inoltre, fare presente, che la tutela del lavoratore
che espatria fu dal legislatore considerata fin dal 1919 con la legge
26 ottobre 1919, n. 1996, per la Cassa di previdenza marinara (art.
31), con la legge 13 dicembre 1928, n. 2900, che delegava il potere di
regolare le condizioni degli assicurati obbligatori che espatriano per
ragioni di lavoro (art. 2) e con D.L.C.P.S. del 23 agosto 1946, n. 201.
Successivamente, l'intensificarsi della emigrazione nel periodo
post - bellico ed il principio della libera circolazione delle forze
del lavoro suggerivano agli Stati la necessità di stipulare accordi
destinati a rendere intercomunicanti i vari sistemi di previdenza,
utilizzando oltre i limiti nazionali i periodi di lavoro compiuti nel
territorio dei singoli Stati.
Alla tutela del lavoratore all'estero non protetto da detti accordi
ha provveduto l'art. 37, lett. b.
Pertanto, la disposizione dell'art. 37, lett. b, del D.P.R. 26
aprile 1957, n. 818, non contiene eccesso di delega.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
rigetta la pregiudiziale dedotta dall'I.N.P.S. e dall'Avvocatura
dello Stato;
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale
sollevata di ufficio dal Tribunale di Udine con la ordinanza 23 aprile
1960, riguardante l'art. 37, lett. b, D.P.R. 26 aprile 1957, n. 818,
circa i periodi di lavoro subordinato all'estero non protetti da
accordi internazionali, in relazione all'art. 37 della legge 4 aprile
1952, n. 218, e in riferimento all'art. 76 della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 7 dicembre 1961.
GIUSEPPE CAPPI - GASPARE AMBROSINI -
MARIO COSATTI - FRANCESCO PANTALEO
GABRIELI - GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO -
ANTONINO PAPALDO - NICOLA JAEGER -
GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI - ANTONIO MANCA - ALDO
SANDULLI - GIUSEPPE BRANCA - MICHELE
FRAGALI - COSTANTINO MORTATI -
GIUSEPPE CHIARELLI.

Spiegazione Sentenza

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