Indicizzato

Corte Costituzionale Sentenza 75, 1960

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1960
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
75
Lingua
Italiano
Data generale
1960-12-30
Data deposito/pubblicazione
1960-12-30
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1960-12-22
Numero RG
Inserisci
Materia
Inserisci
Parti
Inserisci
Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Dott. GAETANO AZZARITI, Presidente - Avv.
GIUSEPPE CAPPI - Prof. GASPARE AMBROSINI - Dott. MARIO COSATTI - Prof.
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - Prof.
NICOLA JAEGER - Prof. GIOVANNI CASSANDRO - Prof. BIAGIO PETROCELLI -
Dott. ANTONIO MANCA - Prof. ALDO SANDULLI - Prof. GIUSEPPE BRANCA -
Prof. MICHELE FRAGALI, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale del decreto del
Presidente della Repubblica 29 novembre 1952, n. 2717, promosso con
ordinanza emessa il 20 aprile 1959 dalla Corte di appello di Firenze
nel procedimento civile vertente tra Ricci Carlo Alberto e l'Ente per
la colonizzazione della Maremma tosco-laziale e del territorio del
Fucino, il Ministero dell'agricoltura e delle foreste e con
l'intervento di Bracci Olga vedova Ricci, iscritta al n. 120 del
Registro ordinanze 1959 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 295 del 5 dicembre 1959.
Udita nell'udienza pubblica del 7 dicembre 1960 la relazione del
Giudice Gaspare Ambrosini;
uditi gli avvocati Sebastiano Luigi Noto e Vincenzo Vacirca, per
Ricci Carlo Alberto, l'avv. Guido Astuti, per l'Ente Maremma, e il
sostituto avvocato generale dello Stato Francesco Agrò, per il
Ministero dell'agricoltura e delle foreste.

Ritenuto in fatto:
Con decreto 29 novembre 1952, n. 2717, del Presidente della
Repubblica, venne disposto il trasferimento all'Ente per la
colonizzazione della Maremma tosco-laziale e del territorio del Fucino,
di terreni di proprietà di Ricci Carlo Alberto posti in Pomarance
(Pisa), per complessivi Ha. 63.19.67, con reddito dominicale di lire
12.704,15 attribuendoglisi l'indennizzo di lire 1.418.994,67.
Nel corso del giudizio per retrocessione dei beni espropriati,
promosso contro il Ministero dell'agricoltura e contro l'Ente Maremma
davanti al Tribunale di Firenze con atto notificato il 21 e il 24 marzo
1953, il Ricci sollevò la questione di legittimità costituzionale
avverso il citato decreto presidenziale per diversi motivi, tra i quali
quello concernente l'applicazione dei dati del nuovo catasto ai fini
del calcolo della percentuale di scorporo.
Il Tribunale con sentenza 25 novembre 1954-12 febbraio 1955
respingeva la domanda dell'attore. Proponendo appello con atto 26
aprile 1955 avverso la detta sentenza, il Ricci insistette sui motivi
esposti nel giudizio di primo grado, aggiungendone altri e chiedendo,
quindi, che fosse disposta la sospensione del giudizio e fossero
rimesse le questioni di legittimità costituzionale del decreto
presidenziale del 29 novembre 1952, n. 2717, alla Corte
costituzionale.
Con ordinanza del 20 aprile 1959 la Corte di appello di Firenze
respinse come manifestamente infondate le varie questioni di
illegittimità costituzionale prospettate dal Ricci, salvo quella con
la quale egli, premesso che il calcolo della percentuale di scorporo
fu, nel caso, effettuato applicando i dati del nuovo catasto entrato in
attuazione nel Comune di Pomarance successivamente all'entrata in
vigore della legge 21 ottobre 1950, n. 841, assumeva che con ciò il
decreto presidenziale n. 2717 del 1952 aveva violato l'art. 4 della
legge, secondo cui, ai fini dello scorporo, il reddito dell'intera
proprietà è determinato dall'applicazione della tariffa di estimo in
vigore al 1 gennaio 1943, con riferimento alla consistenza stabilizzata
al 15 novembre 1949.
In proposito, la Corte di Firenze si è richiamata alla sentenza 15
novembre 1958, n. 70, della Corte costituzionale, la quale, decidendo
una identica questione, ha affermato il principio che ai fini della
applicazione della tabella di scorporo annessa alla legge stralcio, si
deve tenere conto dei dati risultanti dal catasto in vigore alla data
del 15 novembre 1949.
L'ordinanza della Corte di appello di Firenze ritualmente
notificata alle parti e al Presidente del Consiglio dei Ministri,
comunicata ai Presidenti delle Camere, è stata pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale del 5 dicembre 1959, n. 295.
Nei termini di legge si sono costituiti nel presente giudizio
l'ing. Carlo Alberto Ricci, l'Ente Maremma e il Ministero della
agricoltura e delle foreste.
La difesa del Ricci ha depositato delle deduzioni nelle quali
sostiene, riferendosi a varie sentenze della Corte costituzionale, che
l'impugnato D.P.R. 29 novembre 1952, n. 2717, è viziato di eccesso di
delega legislativa per avere applicato, ai fini dello scorporo, i dati
del nuovo catasto entrato in attuazione nel Comune di Pomarance
successivamente all'entrata in vigore della legge 21 ottobre 1950, n.
841, e non, invece, le risultanze catastali al 15 novembre 1949, e
inoltre per avere incluso nello scorporo anche i boschi che in Comune
di Pomarance sono soggetti al vincolo idrogeologico, come da
attestazione dell'Ispettorato dipartimentale del Ministero
dell'agricoltura.
La difesa dell'Ente Maremma fa del pari riferimento alle sentenze
della Corte costituzionale nn. 70 e 71 del 1958, con le quali venne
deciso che ai fini dello scorporo si deve aver riguardo ai dati del
catasto in conservazione alla data del 15 novembre 1949 per il
classamento, la qualità di coltura e l'estensione dei terreni; ma
assume che nelle fattispecie decise dalla Corte si trattava di
proprietà che in base ai dati catastali vigenti al 15 novembre 1949
avevano un reddito dominicale imponibile inferiore alla somma di lire
30.000, e cioè inferiore alla quota base esente da scorporo, mentre
nel caso in esame trattasi, invece, di una proprietà che sarebbe
suscettibile di espropriazione anche secondo i dati del catasto vigente
al 15 novembre 1949, avendo un reddito superiore a lire trentamila.
Sostiene, poi, che il termine "consistenza" usato dall'art. 4 della
legge 21 ottobre 1950, n. 841, significa "quantità", non già
classificazione catastale, e che la data del 15 novembre 1949 debba
tenersi presente unicamente per quanto concerne la determinazione del
patrimonio dei soggetti passivi al fine di rendere irrilevanti le
alienazioni e gli acquisti avvenuti dopo tale data e da assoggettare
all'espropriazione solo i patrimoni che a tale data avevano un reddito
imponibile dominicale totale superiore a lire trentamila.
Questa interpretazione dell'art. 4 troverebbe conferma nella norma
del successivo art. 6 della stessa legge n. 841, per cui "nelle zone
dove sono in vigore i vecchi catasti l'Ente espropriante e il
proprietario espropriato hanno facoltà di ricorso ai fini della
determinazione definitiva del reddito dominicale imponibile per ogni
questione riflettente la non corrispondenza dell'estensione, della
classe di produttività e della quantità di coltura del fondo rispetto
ai dati risultanti dal catasto". La legge, cioè, avrebbe preso in
considerazione le risultanze catastali al momento della sua entrata in
vigore, non alla data del 15 novembre 1949. Secondo l'Ente la prova
della fondatezza della sua tesi è costituita dagli artt. 1 e 4 della
legge 15 marzo 1956, n. 156, in quanto l'art. 1, secondo comma, lett.
a, fa riferimento esplicito alla ipotesi di terreni espropriati
"secondo redditi rilevati dal nuovo catasto, già in conservazione
all'atto della pubblicazione dei piani particolareggiati di
espropriazione", e l'art. 4 dispone che nei Comuni "dove era in vigore
il vecchio catasto, alla data di pubblicazione dei piani
particolareggiati di espropriazione, l'indennità viene liquidata nella
misura indicata nei decreti di espropriazione"; cosicché il
riferimento alla data di pubblicazione dei piani sarebbe determinante.
In via subordinata, la difesa dell'Ente rileva che, qualora la
Corte dovesse ritenere la illegittimità costituzionale del decreto in
questione, il vizio di illegittimità dovrebbe incidere solo pro parte
sul contenuto del provvedimento, in quanto abbia potuto determinare,
con riferimento ai dati del nuovo catasto anziché a quelli del vecchio
catasto vigente il 15 novembre 1949, l'espropriazione di una estensione
superiore a quella da calcolare in base all'art. 4 della legge n. 841.
Conclude chiedendo che venga dichiarata infondata la proposta questione
di legittimità costituzionale.
Per il Ministero dell'agricoltura e foreste l'Avvocatura generale
dello Stato ha presentato le deduzioni in data 22 settembre 1959, nelle
quali anzitutto sostiene l'inammissibilità della questione di
legittimità costituzionale proposta dalla Corte di appello di Firenze
con l'ordinanza in esame, adducendo che questa, nonostante l'apparente
completezza della motivazione, è lacunosa, in quanto non rende conto
della rilevanza della questione ai fini della decisione del giudizio
principale, e, in definitiva, lascia incerti sull'oggetto stesso della
questione medesima.
Nel merito esprime dubbi e perplessità circa il principio
affermato nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 1958, ove
allo stesso si dia valore generale ed assoluto. Sembra alla difesa del
Ministero dell'agricoltura che l'art. 4 della legge 21 ottobre 1950, n.
841, debba essere considerato nella luce interpretativa che su di esso
proietterebbe l'art. 1 della legge 15 marzo 1956, n. 156, che prevede
espressamente l'ipotesi che terreni, ricadenti in zone a vecchio
catasto alla data del 28 marzo 1947, siano stati espropriati secondo
redditi rilevati dal nuovo catasto, già in conservazione alla data dei
piani particolareggiati di espropriazione.
Dalla lettera della disposizione in esame, l'Avvocatura dello Stato
desume che il legislatore non solo ha considerato legittima
l'espropriazione avvenuta sulla base di dati (e di redditi), vigenti
all'atto della pubblicazione dei piani di esproprio, anche se diversi
da quelli in vigore al 15 novembre 1949, ma che ha dettato una speciale
disciplina normativa ad hoc. Il disposto dell'art. 1, primo capoverso,
lett. a, della citata legge non sarebbe un precetto autonomo e slegato,
ma formerebbe sistema con il meccanismo legislativo escogitato per la
liquidazione dell'indennità, tanto nel primo comma dello stesso art.
1, quanto nel successivo art. 4.
Pertanto, l'Avvocatura dello Stato conclude perché la Corte
costituzionale dichiari inammissibile quanto meno allo stato degli
atti, o comunque infondata la questione di legittimità costituzionale
proposta dalla Corte di appello di Firenze con l'ordinanza di cui in
epigrafe.
Successivamente e nei termini le parti hanno presentato delle
memorie.
Nella memoria a stampa del 24 novembre 1960, la difesa del Ricci
insiste nelle precedenti tesi. Combattendo l'eccezione sollevata dalle
controparti in ordine all'insufficienza del giudizio di rilevanza della
questione di legittimità costituzionale formulato dalla Corte di
appello, richiama le sentenze della Corte costituzionale n. 60 del 25
maggio 1957 e n. 4 del 27 gennaio 1959, sostenendo che è inammissibile
il sindacato della Corte costituzionale sul merito del giudizio di
rilevanza. Il carattere meramente delibativo dell'atto del giudice che
prospetta la questione di legittimità costituzionale permetterebbe
che, una volta affermata la identità della questione stessa con altra
già decisa alla Corte (sent. n. 70 del 15 novembre 1958), l'ordinanza
sia sufficientemente motivata, anche se soltanto per relationem.
Per quanto riguarda la diversità delle fattispecie tra il caso
presente e quello della citata sentenza n. 70 del 1958, asserita
dall'Ente Maremma, la difesa del Ricci si richiama a quanto essa ha
sostenuto nel giudizio di merito - e cioè che il reddito dominicale
della proprietà, ai fini dello scorporo, avrebbe dovuto essere
valutato in lire 28.699,58 (vale a dire, come nel caso della sentenza
n. 70, in una somma inferiore a lire 30.000, e quindi esente) assumendo
che l'ordinanza della Corte di appello ha accolto implicitamente questi
dati come un suo presupposto logico-giuridico. Ammettere che l'Ente
Maremma possa ora fornire il calcolo della quota scorporabile in base
al vecchio catasto si risolverebbe, si dice, in un inammissibile
sindacato sul merito del giudizio di rilevanza.
La difesa del Ricci, infine, nega che la legge 15 marzo 1956, n.
156, possa essere invocata al fine di ottenere un cambiamento della
giurisprudenza della Corte sull'interpretazione dell'art. 4 della legge
n. 841 del 1950, giacché la legge del 1956 non avrebbe a che vedere
con i criteri attinenti al calcolo della quota di scorporo, limitandosi
ad integrare le norme per la liquidazione della indennità.
Nella memoria del 21 novembre 1960 l'Ente Maremma dichiara di non
insistere, di fronte alla costante giurisprudenza della Corte
costituzionale, nella richiesta di svincolare dalla data 15 novembre
1949 il riferimento dei dati catastali; ma sostiene che non potrebbe in
ogni caso arrivarsi ad una dichiarazione di illegittimità
costituzionale totale del decreto impugnato, sibbene soltanto parziale.
Adduce all'uopo dei dati di confronto tra la situazione della
proprietà terriera del Ricci secondo il nuovo catasto e quella del
vecchio catasto; dai quali dati si desumerebbe che secondo le
risultanze del vecchio catasto la proprietà del Ricci sarebbe sempre
sottoposta a scorporo pur in misura inferiore a quella fissata
dall'impugnato decreto di espropriazione.
Per quanto riguarda i boschi inclusi nello scorporo l'Ente Maremma
afferma che "la pretesa illegittimità costituzionale non sussiste,
perché la norma dell'art. 5 della legge 21 ottobre 1950, n. 841, cui
la controparte si riferisce, è stata modificata dall'art. 7 della
legge 18 maggio 1951, n. 333", che autorizza l'espropriazione di
limitate superfici boschive soggette a vincolo idrogeologico.
Nella memoria del 22 novembre 1960, la difesa del Ministero
dell'agricoltura e foreste insiste nelle argomentazioni già svolte,
sottolineando che, dato che il Ricci non ha fornito la prova del torto
subito, la questione di legittimità costituzionale del decreto di
espropriazione è prematura, e che, in ogni caso, non essendo
l'interessato esente totalmente dallo scorporo, il Ricci potrebbe solo
fare una questione di indennità - non ammissibile peraltro in questa
sede.Considerato in diritto:
Sull'eccezione di inammissibilità sollevata dall'Avvocatura
generale dello Stato in ordine alla rilevanza della questione di
legittimità costituzionale proposta dalle Corte di appello di Firenze
con l'ordinanza del 20 aprile 1959, è da osservare che questa Corte ha
ripetutamente affermato che il giudizio di rilevanza è di competenza
esclusiva del giudice di merito, e che è insindacabile da parte della
Corte costituzionale, salvo nel caso di omessa o insufficiente
motivazione.
Ora, l'ordinanza in esame non può considerarsi, come sostiene
l'Avvocatura generale dello Stato, lacunosa, non soltanto perché da
tutto il suo contesto risulta la rilevanza della proposta questione ai
fini della decisione del giudizio principale, ma anche perché nel
passo specifico riguardante la questione, l'ordinanza, riferendosi agli
assunti del Ricci, richiama, da un lato, l'addotto errore di
applicazione dei dati del nuovo catasto di Pomarance entrato in
attuazione dopo il 15 novembre 1949, ed indica, dall'altro, con
chiarezza l'oggetto di essa questione, l'assunta violazione cioè
dell'art. 4 della legge 21 ottobre 1950, n. 841.
L'eccezione pregiudiziale di inammissibilità della proposta
questione va, quindi, respinta.
Per quanto riguarda il merito, le difese delle parti hanno addotto
dati e rilievi di fatto relativi alla condizione della proprietà
terriera del Ricci secondo le risultanze del vecchio catasto in vigore
nel Comune di Pomarance al 15 novembre 1949, sottoponendoli all'esame
della Corte al fine di dimostrare rispettivamente i loro contrastanti
assunti: la difesa del Ricci, da una parte, per dimostrare che, in base
ai dati da essa indicati come risultanti dal vecchio catasto, la di lui
proprietà terriera aveva un reddito imponibile dominicale totale
inferiore alla somma di lire 30.000, e che pertanto era esente da
scorporo ed in ogni caso non sottoponibile che allo scorporo di una
estensione irrilevante di ettari; e, d'altra parte, la difesa dell'Ente
Maremma e del Ministero dell'agricoltura per dimostrare che, anche
secondo le risultanze del vecchio catasto, la proprietà terriera del
Ricci aveva un reddito dominicale imponibile totale superiore alle lire
30.000, e che, pertanto, il decreto presidenziale impugnato non è
inficiato dall'indicato vizio di legittimità costituzionale, e che in
ogni caso non ne sarebbe viziato che in parte, in quanto, riferendosi
ai dati del nuovo catasto, possa avere disposto lo scorporo di una
estensione superiore a quella prevista dall'art. 4 della legge 21
ottobre 1950, n. 841.
Ma l'accertamento e la valutazione degli addotti dati di fatto, su
cui per giunta le parti non sono d'accordo, competono al giudice del
così detto giudizio principale.
Ora nell'ordinanza in esame la questione proposta è una, e
precisamente questa: "se il sopracitato decreto presidenziale 29
novembre 1952, n. 2717, tenendo conto, ai fini del calcolo della
percentuale di scorporo, dei dati del nuovo catasto entrato in
attuazione nel Comune di Pomarance nel 1951, abbia violato l'art. 4
della legge 21 ottobre 1950, n. 841, e sia, pertanto, viziato di
illegittimità costituzionale".
La questione, della quale la Corte si è diverse volte occupata, è
stata da essa risolta sempre nel senso che bisogna, secondo il disposto
dell'art. 4 della legge n. 841 del 1950, tenere conto, ai fini del
calcolo dell'eventuale scorporo, dei dati risultanti dal catasto al 15
novembre 1949, e che conseguentemente sono viziati di illegittimità
costituzionale quei provvedimenti di scorporo che hanno posto a base
del calcolo i dati del nuovo catasto entrato in attuazione dopo quel
giorno.
La difesa dell'Ente Maremma e l'Avvocatura generale dello Stato
assumono che l'art. 4 suddetto dovrebbe essere considerato nella luce
interpretativa che su di esso proietterebbe l'art. 1 della legge 15
marzo 1956, n. 156, e che conseguentemente sarebbe legittimo
l'esproprio avvenuto sulla base di dati approvati anche nel tempo
successivo al 15 novembre 1949 sino al giorno della pubblicazione dei
piani di esproprio.
Ma quest'ultima legge detta "norme per il pagamento delle
indennità dovute in forza delle leggi di riforma agraria", e non
apporta innovazioni ai criteri stabiliti nell'art. 4 della legge del
1950, n. 841, per i calcoli relativi alla procedura
dell'espropriazione.
Nel sistema dell'art. 4, la data anzidetta del 15 novembre 1949
costituisce un termine costante ed invalicabile di riferimento in
riguardo agli elementi che debbono prendersi in considerazione ai fini
dello scorporo e della determinazione della superficie da scorporare.
Il provvedimento di espropriazione che, come quello in esame, è
stato emesso sulla base dei dati risultanti dal nuovo catasto entrato
in attuazione dopo il 15 novembre 1949, ha, quindi, violato le norme
dell'art. 4 della legge del 1950, n. 841, e perciò non può sottrarsi
alla dichiarazione di illegittimità nella parte che risulti essere
superiore a quella che in base al vecchio catasto era consentito
espropriare.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
respinta ogni eccezione pregiudiziale;
dichiara l'illegittimità costituzionale del decreto del Presidente
della Repubblica del 29 novembre 1952, n. 2717, in relazione all'art. 4
della legge 21 ottobre 1950, n. 841, ed in riferimento agli artt. 76 e
77 della Costituzione, in quanto il computo ai fini dell'espropriazione
è stato eseguito sulla base dei dati del nuovo catasto entrato in
attuazione nel Comune di Pomarance dopo i 15 novembre 1949.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 23 dicembre 1960.
GAETANO AZZARITI - GIUSEPPE CAPPI -
GASPARE AMBROSINI - MARIO COSATTI -
FRANCESCO PANTALEO GABRIELI -
GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO - NICOLA
JAEGER - GIOVANNI CASSANDRO - BIAGIO
PETROCELLI - ANTONIO MANCA - ALDO
SANDULLI GIUSEPPE BRANCA - MICHELE
FRAGALI.

Spiegazione Sentenza

Inserisci