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Corte Costituzionale Sentenza 75, 1969

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte Costituzionale
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
1969
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
75
Lingua
Italiano
Data generale
1969-04-11
Data deposito/pubblicazione
1969-04-11
Data dell'udienza in cui è stato assunto
1969-03-27
Numero RG
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Materia
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Parti
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Fonte
Corte Costituzionale - www.cortecostituzionale.it

Testo Sentenza


LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Prof. ALDO SANDULLI, Presidente - Prof.
GIUSEPPE BRANCA - Prof. MICHELE FRAGALI - Prof. COSTANTINO MORTATI -
Prof. GIUSEPPE CHIARELLI - Dott. GIUSEPPE VERZÌ - Dott. GIOVANNI
BATTISTA BENEDETTI - Prof. FRANCESCO PAOLO BONIFACIO - Dott. LUIGI
OGGIONI - Dott. ANGELO DE MARCO - Avv. ERCOLE ROCCHETTI - Prof. ENZO
CAPALOZZA - Prof. VINCENZO MICHELE TRIMARCHI - Prof. VEZIO CRISAFULLI
- Dott. NICOLA REALE, Giudici,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale degli artt. 48,
primo comma, e 49, primo comma, della legge 5 marzo 1963, n. 246
(istituzione di una imposta sugli incrementi di valore delle aree
fabbricabili), promossi con nove ordinanze emesse il 9 giugno 1967 dal
tribunale di Torino in altrettanti procedimenti civili vertenti tra
Robasto Paolino ed altri ed il Comune di Torino, iscritte ai nn. 162,
163, 164, 165, 166, 167 e 168 del Registro ordinanze 1967, pubblicate
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 221 del 2 settembre 1967;
al n. 181 del Registro ordinanze 1967, pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica n. 258 del 14 ottobre 1967; e al n. 195 del
Registro ordinanze 1967, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 271 del 28 ottobre 1967.
Visti gli atti di costituzione di Gardino Eurosita, Narbonne
Ortelio, Musso Elida, Agagliate Emilio Secondo, della società
immobiliare Sant'Orsola e del Comune di Torino, e d'intervento del
Presidente del Consiglio dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 26 febbraio 1969 la relazione del
Giudice Vezio Crisafulli;
uditi gli avvocati Mario Dossetto, Gennaro Werthmuller, Gaetano
Zini Lamberti, Enrico Allorio e Italo Augusto Leoni, per le parti
private, gli avvocati Guido Astuti e Gian Antonio Micheli, per il
Comune di Torino, ed il vice avvocato generale dello Stato Dario
Foligno, per il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ritenuto in fatto:
1. - Con nove ordinanze di identico contenuto, emesse in data 9
giugno 1967, il tribunale di Torino, nel corso di altrettanti
procedimenti civili promossi rispettivamente da Robasto Paolino, Givone
Lorenzo, Gardino Eurosita in Morgando, Bonzano Camillo, società per
azioni Stabilimenti G. Fornara e C., Piperno Gualtiero, società
immobiliare Santa Orsola, Narbonne Ortelio e Musso Elida, Agagliate
Emilio Secondo, tutti contro il Comune di Torino, ha sollevato
questione di legittimità costituzionale dell'art. 48, primo comma,
della legge 5 marzo 1963, n. 246, nella parte in cui dà facoltà ai
comuni di "fissare la decorrenza dell'imposta se più favorevole dalla
data iniziale già stabilita nella relativa deliberazione ai fini
dell'applicazione del contributo di miglioria generica", nonché
dell'art. 49, primo comma, della stessa legge, nella parte in cui
richiama la suddetta disposizione dell'art. 48: e ciò per contrasto
con gli art. 3 e 53 della Costituzione.
Le ordinanze premettono che nella specie le parti attrici hanno
chiesto che sia dichiarata non dovuta l'imposta sugli incrementi di
valore accertata a loro carico relativamente ad aree fabbricabili
alienate prima dell'entrata in vigore della legge n. 246 del 1963, in
quanto la sentenza 4 maggio 1966 n. 44 della Corte costituzionale,
dichiarando la illegittimità costituzionale del secondo comma
dell'art. 25 di quella stessa legge, avrebbe privato il comune del
potere di imporre il tributo retroattivamente, vale a dire nei
confronti di coloro che abbiano alienato aree posteriormente alla data
di riferimento fissata per la determinazione dell'incremento tassabile
ma prima dell'entrata in vigore della legge suddetta.
Il Comune, opponendosi alle domande, ha fatto presente:
a) di aver sin dal 7 dicembre 1954 deliberato in via preliminare e
di massima, ai sensi degli artt. 236 e seguenti del testo unico per la
finanza locale approvato con regio decreto 14 settembre 1931, n. 1175,
l'istituzione del contributo di miglioria generica, fissando la data
del 1 gennaio 1950 per la determinazione del valore base delle aree
edificabili; b) di avere con quattordici deliberazioni successive,
approvate fra il novembre 1955 ed il dicembre 1957 - due delle quali
(rispettivamente quelle del 22 novembre 1955 e del 15 dicembre 1955)
regolarmente omologate dal Ministro per le finanze - disposto in
altrettante zone del territorio comunale l'applicazione del contributo
stesso. Sulla base di queste premesse, il comune ha sostenuto di aver
istituito con deliberazioni del 24 settembre e del 7 novembre 1963
l'imposta sulle aree fabbricabili, avvalendosi del potere concessogli
dagli artt. 48 e 49 della legge n. 246 del 1963 che, nel disporre
l'obbligo di sostituire detta imposta al contributo di miglioria
generica, avrebbero riconosciuto la facoltà di applicare detta imposta
retroattivamente, e cioè dalla data iniziale già stabilita in ogni
singola deliberazione istitutiva del contributo di miglioria: nei
confronti quindi anche di coloro che in tale periodo hanno posto in
essere quelle attività (alienazioni, utilizzazioni a scopo
edificatorio) che concretano le fattispecie generatrici della
imposizione. D'altra parte, le norme di cui agli artt. 48 e 49 innanzi
ricordate avrebbero mantenuto piena efficacia nel loro ambito, non
avendo formato oggetto di alcun riferimento né diretto né indiretto
da parte della decisione della Corte costituzionale che ebbe a
dichiarare la illegittimità del secondo comma dell'art. 25.
Il giudice a quo, reputando esatta questa interpretazione della
normativa in esame e ritenendo che l'espressione usata dal legislatore
"decorrenza dell'imposta" debba essere intesa nel senso di applicazione
dell'imposta, e non già come data di riferimento per la determinazione
dell'incremento tassabile, esprime l'avviso che in relazione alla
retroattività del potere impositivo attribuito ai comuni dalle
disposizioni di cui trattasi si prospettino gli stessi dubbi di
legittimità costituzionale già emersi in riferimento al secondo comma
dell'art. 25 e risolti nel senso della incostituzionalità con la
sentenza n. 44 del 1966 di questa Corte, anche nell'attuale ipotesi
risultando spezzato il rapporto che in base all'art. 53 della
Costituzione deve sempre sussistere tra imposizione e capacità
contributiva.
Inoltre, la circostanza che per effetto della normativa già
ricordata sono colpiti dall'imposta sugli incrementi di valore i
proprietari che abbiano alienato ed utilizzato, precedentemente
all'entrata in vigore della legge, aree fabbricabili situate in zone
del territorio comunale per le quali era stata già deliberata
l'istituzione del contributo di miglioria generica, mentre a tale
imposizione retroattiva sfuggono i proprietari di aree poste in altre
zone del territorio comunale, determinerebbe una disparità di
trattamento tra i cittadini di uno stesso comune, che in siffatto modo
verrebbero sottoposti ad un diverso regime tributario, pur trovandosi
nella medesima situazione giuridica rispetto ad un identico fatto
imponibile. La già menzionata dichiarazione di illegittimità
costituzionale dell'art. 25, comma secondo, della stessa legge esclude,
poi, la facoltà dei comuni di far retroagire l'imposta relativamente
anche a quelle zone per le quali non sia stata deliberata la
istituzione del contributo di miglioria, così che verrebbe meno
qualsiasi possibilità di eliminare l'accennata sperequazione fra i
vari contribuenti: il che darebbe luogo ad una violazione dell'art. 3,
primo comma, della Costituzione.
Le ordinanze rilevano, infine, la decisiva influenza che la
soluzione delle questioni così prospettate presenta per la definizione
dei giudizi in corso.
Esse sono state tutte ritualmente notificate e comunicate, nonché
pubblicate le prime nella Gazzetta Ufficiale n. 221 del 2 settembre
1967, l'ottava nella Gazzetta Ufficiale n. 258 del 14 ottobre 1967 e la
nona nella Gazzetta Ufficiale n. 271 del 28 ottobre 1967.
2. - Si sono costituiti in giudizio, con deduzioni presentate nei
termini, la società per azioni immobiliare Sant'Orsola, la signora
Gardino Eurosita in Morgando, i signori Narbonne Ortelio e Musso Elida
e il signor Agagliate Emilio Secondo. Si è anche costituito il Comune
di Torino e ha spiegato intervento il Presidente del Consiglio dei
Ministri, rappresentato e difeso come per legge.
Tutte le parti, ad eccezione del signor Agagliate, hanno presentato
ulteriori memorie illustrative.
3. - Le parti private fanno proprie e sviluppano le argomentazioni
delle ordinanze, aggiungendo ulteriori profili per sostenere la tesi
della illegittimità costituzionale degli artt. 48 e 49 della legge n.
246.
Si afferma in particolare dalla società Sant'Orsola che le
disposizioni impugnate darebbero alla pubblica amministrazione un
potere indiscriminato di stabilire la decorrenza retroattiva
dell'imposta, agganciandola alle date fissate dalle delibere del Comune
di Torino istitutive del contributo di miglioria generica, che già
disponevano in modo inammissibilmente retroattivo.
Si mette poi in rilievo la diversità tra coloro che erano soggetti
passivi del contributo di miglioria e coloro che sono assoggetati alla
nuova imposta: così, ad esempio, mentre al contributo era soggetto chi
avesse alienato, ma non anche chi avesse edificato, la nuova imposta
incide anche su questa ultima ipotesi; chi avesse prima edificato e poi
alienato, non sarebbe stato tenuto al contributo di miglioria, laddove
è oggi tenuto all'imposta della legge n. 246, la quale avrebbe
altresì, stando all'interpretazione prevalente, colpito di nullità i
patti, per l'innanzi leciti, con cui l'alienante trasferisse
all'acquirente e ad altri l'onere del tributo.
Si insiste anche sulla diversità tra la vecchia e la nuova imposta
sotto altri profili: il contributo di miglioria essendo collegato alla
duplice condizione della espansione dell'abitato e del complesso di
opere pubbliche effettuate dal comune, l'imposta sull'incremento di
valore delle aree essendo invece sganciata da condizioni del genere.
Onde l'ulteriore conseguenza della incostituzionalità del secondo
comma dell'art. 48, che tiene fermi, ai fini dell'applicazione della
nuova imposta, i valori già definiti, i pagamenti effettuati e le
iscrizioni a ruolo relative al contributo di miglioria. Analoga
questione solleva a sua volta, come si dirà appresso, anche il Comune
di Torino.
La divisione del territorio comunale in zone, con fissazione di
decorrenze diverse per il contributo di miglioria, si giustifica alla
stregua dei particolari presupposti di quel tributo, ma darebbe vita ad
una illegittima sperequazione tra i contribuenti dello stesso comune
quando in luogo del contributo si applichi, in alcune zone soltanto e
con decorrenze diverse, l'imposta sull'incremento di valore delle aree
fabbricabili, senza che, dopo la sentenza n. 44 del 1966, il comune
possa più provvedere a norma dell'art. 50 della legge, istituendo con
effetto retroattivo la nuova imposta sulle aree comprese nelle altre
zone del territorio comunale.
Un particolare profilo di incostituzionalità per violazione così
dell'art. 53 come dell'art. 3 della Costituzione è fatto valere, con
speciale riferimento al caso che direttamente la interessa, dalla
signora Gardino in Morgando, in quanto alla nuova imposta sarebbe
soggetto anche l'erede di colui che avesse, anteriormente all'entrata
in vigore della legge, trasferito aree acquisendo incrementi di valore,
che non sarebbe lecito presumere sussistano nel patrimonio dell'erede.
Con differenza di trattamento, oltre tutto, tra quegli eredi che al
momento dell'applicazione del tributo siano in tempo per rinunciare
all'eredità od accettarla col beneficio d'inventario e quelli che, per
il decorso del tempo, non siano più in grado di esercitare tali
facoltà.
Infine, la difesa dei signori Narbonne e Musso, come anche quella
del signor Agagliate, sottolineano la disparità di trattamento tra i
proprietari di aree poste nelle zone del territorio comunale per le
quali già era stato deliberato il contributo di miglioria e i
proprietari di aree site in altre zone.
Più specialmente la difesa dei signori Narbonne e Musso contesta
che il nuovo tributo possa considerarsi subentrato puramente e
semplicemente al primo, mettendo in rilievo come
il fatto generatore dei due tributi riveli in molteplici ipotesi
alcune diversità. La stessa difesa fa notare l'ambiguità della
formula del primo comma dell'art. 48, che dà facoltà ai comuni di
fissare la decorrenza dell'imposta, "se più favorevole", dalla data
iniziale già stabilita ai fini del contributo di miglioria: tale
ambiguità renderebbe possibili arbitrarie sperequazioni tra area e
area e fra zona e zona. La stessa difesa condivide le censure in
precedenza riferite relative al secondo comma degli artt. 48 e 49, che,
ai fini dell'imposta sugli incrementi di valore, tengono fermi i valori
già definiti, i pagamenti e le iscrizioni a ruolo già effettuate, ai
fini dell'applicazione del contributo di miglioria.
4. - La difesa del Comune di Torino contesta le censure di
illegittimità costituzionale mosse al primo comma dell'articolo 48 ed
al primo comma dell'art. 49, sostenendo che si tratta di tipiche
disposizioni transitorie: non sussisterebbe rottura del nesso tra
potestà impositiva e capacità contributiva, il problema concernendo
piuttosto la possibilità che la legge determini per relationem il
presupposto del tributo. La nuova legge assumerebbe a presupposti della
contribuzione fatti già qualificati dalla legge anteriore come
presupposti del contributo da quest'ultima previsto, modificando
l'aliquota in senso più favorevole al contribuente.
Quanto alle censure mosse dalle parti private alla retroattività
delle delibere istitutive del contributo di miglioria adottate dal
Comune di Torino, la difesa del comune stesso si dà carico del rilievo
che in tal modo verrebbe a profilarsi una questione di
costituzionalità delle norme del testo unico per la finanza locale sul
contributo di miglioria, e solo in via derivata degli artt. 48 e 49
della legge n. 246, in quanto presuppongono quelle norme e ne
riproducono in parte il contenuto. L'anzidetta difesa fa notare che non
è retroattivo il testo unico sulla finanza locale, ma semmai
retroattive sono le delibere, che avevano riguardo a situazioni
obiettive verificatesi pur sempre dopo l'entrata in vigore dello stesso
testo unico. La retroattività delle delibere si estendeva peraltro
entro un arco di tempo più breve rispetto al periodo cui si riferiva
il secondo comma dell'art. 25 della legge n. 246 del 1963, dichiarato
costituzionalmente illegittimo da questa Corte; d'altra parte era da
escludersi l'elemento della imprevedibilità dell'imposizione, anche
perché il Comune di Torino aveva applicato un contributo di miglioria
già in base al decreto legge 18 novembre 1923, n. 2538, e poi aveva
adottato una delibera rimasta inattuata ai sensi del testo unico sulla
finanza locale fin dal 14 novembre 1931.
Quanto alla censura di violazione di eguaglianza tra i contribuenti
a seconda delle zone in cui è diviso il Comune di Torino, tale
differenza di trattamento, secondo la difesa del comune, risalirebbe al
testo unico sulla finanza locale e si giustificherebbe con riferimento
alla diversa rilevanza che possono assumere l'espansione dell'abitato e
il complesso delle opere pubbliche eseguite dal comune rispetto al
valore delle aree poste nelle varie zone.
Gli artt. 48 e 49 darebbero luogo invece ad una disparità di
trattamento per ragioni diverse, e cioè in quanto il secondo comma
dell'art. 48, richiamato anche dall'art. 49, dispone che rimangano
fermi agli effetti delle imposte sul plus valore delle aree
fabbricabili i valori già definiti agli effetti dell'applicazione del
contributo di miglioria generica, come pure i pagamenti già effettuati
e le iscrizioni a ruolo già effettuate. Quindi, una diversità di
valori e di tributi applicabili rispetto a un identico presupposto,
dipendente da circostanze di fatto del tutto casuali. Peraltro, se
questa censura dovesse ritenersi fondata, sempre secondo la difesa del
Comune di Torino, la eventuale declaratoria di illegittimità
costituzionale dovrebbe riguardare soltanto il secondo comma di
entrambi questi articoli, ferme restando le disposizioni di cui al
primo comma.
Da ultimo e in via subordinata, per l'ipotesi che le questioni
sollevate nelle ordinanze dovessero essere ritenute fondate, la stessa
difesa prospetta la questione di costituzionalità dell'art. 52 della
legge de qua, abrogante il contributo di miglioria generica in quanto
sostituito dall'imposta sulle aree fabbricabili.
Tale questione, che le ordinanze avevano ritenuto irrilevante oltre
che manifestamente infondata, potrebbe essere, secondo la difesa del
comune, risolta dalla Corte in via conseguenziale, in applicazione
dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, stante il rapporto di
intima correlazione dell'abrogazione disposta nell'art. 52 con gli
artt. 48 e 49. Se, poi, questa impostazione non dovesse essere accolta,
l'art. 52 innanzi ricordato potrebbe essere interpretato nel senso che
disponga la abrogazione solo in riferimento ai comuni che avessero
deliberato l'istituzione del contributo di miglioria generica: in tal
caso, se dovesse ritenersi incostituzionale la nuova imposta, questa
disposizione non sarebbe a sua volta colpita da incostituzionalità
derivata, ma non opererebbe alcun effetto abrogativo, consentendo
l'applicazione delle precedenti norme sul contributo di miglioria
generica.
In relazione agli argomenti come sopra svolti, le richieste
conclusive della difesa del comune rimarrebbero in sintesi così
precisate: in via principale la "manifesta infondatezza" delle
questioni proposte; in via subordinata, la illegittimità
costituzionale limitatamente ai disposti dell'art. 48, secondo comma, e
dell'art. 49, secondo comma; in via ulteriormente subordinata, la
incostituzionalità derivata dall'art. 52; oppure, nell'ordine, la
manifesta infondatezza della questione ad essa relativa, con la
precisazione nella pronuncia di rigetto che tale norma non esclude
l'applicabilità degli artt. 236 e seguenti del testo unico sulla
finanza locale, con riferimento agli articoli 48 e 49 della legge n.
246 del 1963; oppure, ancora, la illegittimità parziale dello stesso
art. 52, in quanto potesse essere interpretato nel senso di una sua
efficacia abrogativa delle norme del testo unico sulla finanza locale
sul contributo di miglioria generica anche per i comuni che abbiano
applicato le disposizioni transitorie degli artt. 48 e 49 innanzi
citati.
5. - Anche la difesa dello Stato conclude per l'infondatezza delle
questioni sollevate nelle ordinanze, muovendo, però, nell'atto di
intervento, da una diversa interpretazione dell'art. 48 della legge de
qua: secondo l'Avvocatura l'espressione "fissare la decorrenza
dell'imposta... dalla data iniziale già stabilita nella...
deliberazione istitutiva del contributo di miglioria generica"
significherebbe, infatti, facoltà di assumere una data di riferimento
del valore iniziale coincidente con quella della delibera, e non
avrebbe riguardo alla data di decorrenza dell'applicazione
dell'imposta.
Ma anche a voler seguire l'interpretazione accolta dal tribunale,
prosegue l'Avvocatura, non sarebbe violato l'art. 53 della
Costituzione, perché la nuova imposta sta in luogo di altra cui i
soggetti passivi sapevano di dover far fronte e non sussisterebbe
perciò quella imprevedibilità che la Corte avrebbe assunto come
motivo della precedente decisione di incostituzionalità dell'art. 25
secondo comma.
Neppure vi sarebbe contrasto con l'art. 3 della Costituzione, in
quanto la diversità di trattamento corrisponderebbe a situazioni
obiettivamente diverse, valutate in modo non irrazionale. Diversa
sarebbe infatti la situazione giuridica dei cittadini già tassabili
con il contributo di miglioria generica, al quale verrebbe a
sostituirsi la nuova imposta, rispetto a coloro che dal contributo non
fossero invece colpiti.
6. - Nella pubblica udienza le parti hanno insistito nelle
conclusioni già formulate.Considerato in diritto:
1. - Negli scritti defensionali e nella discussione orale davanti a
questa Corte, i patroni delle parti private e del comune di Torino
hanno allargato i termini della questione di legittimità
costituzionale oltre i limiti segnati dalle ordinanze di rimessione.
Come ricordato in narrativa, queste ultime hanno esclusivo ed univoco
riferimento a quella parte del primo comma dell'art. 48 della legge n.
246 del 1963, richiamata dal successivo art. 49, che attribuisce ai
comuni, obbligati od autorizzati, secondo le diverse ipotesi, ad
istituire in luogo del contributo di miglioria generica l'imposta sugli
incrementi di valore delle aree fabbricabili, la facoltà di farne
decorrere l'applicazione dalle date già fissate per l'applicazione del
contributo. Tali disposizioni, secondo le ordinanze, contrasterebbero
con gli artt. 3 e 53 della Costituzione, con particolare riferimento,
come risulta chiaramente dalle argomentazioni svolte, al primo comma
dell'una e dell'altra disposizione costituzionale.
Rimangono perciò estranee al presente giudizio le censure mosse
dalle parti nei confronti del secondo comma dell'art. 48, che non ha
formato neppure implicitamente oggetto di denuncia nelle ordinanze del
tribunale di Torino.
Sotto altro aspetto, esulano dalla competenza di questa Corte,
involgendo questioni di legittimità di provvedimenti amministrativi o
questioni di mera interpretazione ed applicazione ai casi concreti
della legge ordinaria (così degli artt. 236 e seguenti del testo unico
del 1931 sulla finanza locale, come della legge n. 246 del 1963), le
doglianze in ordine alla retroattività delle delibere del Comune di
Torino che ebbero ad istituire il contributo di miglioria generica in
varie zone della città, e quelle attinenti alla particolare situazione
dell'erede di chi avesse alienato aree anteriormente all'entrata in
vigore della nuova legge (nonché, come nella specie, anteriormente
alla data delle delibere istitutive del contributo di miglioria), come
pure, infine, la discussione circa l'applicabilità o meno all'imposta
sugli incrementi di valore dell'art. 40 della legge n. 246, comminante
l'inefficacia dei patti tendenti a trasferire l'onere dell'imposizione
ad altri che non siano i soggetti indicati nella stessa legge.
2. - Secondo l'interpretazione in un primo momento prospettata
dalla difesa dello Stato, la proposizione del primo comma dell'art. 48,
denunciata dal tribunale, significherebbe che i comuni possono far
coincidere la data di riferimento iniziale per il calcolo degli
incrementi di valore ai fini della nuova imposta con quella già
stabilita, agli stessi effetti, nelle delibere istitutive del
contributo di miglioria generica. Se così fosse, non sorgerebbe
questione di violazione dell'art. 53, primo comma, della Costituzione,
poiché gli art. 48 e 49 non autorizzerebbero alcuna retroattività
nell'applicazione dell'imposta.
Ma una siffatta interpretazione, pur se accolta anche in una
circolare in data 4 marzo 1963 del Ministero delle finanze, contenente
istruzioni per l'applicazione della legge n. 246, è stata
esplicitamente disattesa dalle ordinanze di rimessione, e sembra alla
Corte che queste siano nel vero quando fanno rilevare che,
letteralmente e logicamente, la formula dell'articolo 48 sta invece a
significare che anche la data di applicazione dell'imposta può essere
quella medesima che era stata a suo tempo determinata dal comune nelle
delibere istitutive del contributo di miglioria. Tecnicamente, è
questo il senso corretto dell'espressione "fissare la decorrenza
dell'imposta", e se improprietà c'è nel testo della legge, questa si
incontra eventualmente nell'art. 49, laddove si parla dell'incremento
dei valori verificatosi "dalle date di decorrenza indicate
nell'articolo precedente".
Ma lo scambio tra le due date, che spesso si coglie anche nel corso
dei lunghi e travagliati lavori parlamentari che portarono
all'approvazione della legge n. 246, si spiega tenendo presente che del
sistema complessivo da questa instaurato faceva originariamente parte
integrante il secondo comma dell'art. 25, poi dichiarato
costituzionalmente illegittimo con la sentenza 23 maggio 1966, n. 44,
di questa Corte, e che in quel sistema la retrodatazione fino a un
decennio del momento di riferimento iniziale degli incrementi di valore
(praticamente la regola, interessando tutti i comuni obbligati a
istituire la nuova imposta e parte di quelli facoltizzati) faceva
tutt'uno con la retrodatazione dell'applicazione dell'imposta.
Ulteriore argomento in favore dell'interpretazione accolta dal
tribunale di Torino si trae dal secondo comma dell'art. 48, che,
tenendo fermi, ai fini dell'applicazione dell'imposta sugli incrementi
di valore, oltre ai valori già definiti, anche i pagamenti e le
iscrizioni a ruolo effettuati agli effetti dell'applicazione del
contributo di miglioria, presuppone che la nuova imposta sia
applicabile a fatti intervenuti sotto il vigore del testo unico del
1931 e concretamente rilevanti per l'applicazione del contributo di
miglioria generica.
3. - A seguito della ricordata sentenza n. 44 del 1966, la
retroattività dell'imposizione autorizzata dagli artt. 48 e 49 si
restringe alle sole ipotesi espressamente previste nella seconda parte
del primo comma dell'art. 48, e nel primo comma dell'art. 49, con la
proposizione denunciata dalle ordinanze di rimessione. Trattasi infatti
di norma a sé stante, sorretta da una sua propria e specifica ratio,
che esattamente pertanto il tribunale ha considerato tuttora in vigore,
nessuna incidenza avendo avuto su di essa la dichiarata illegittimità
costituzionale dell'art. 25, secondo comma.
Non è esatto, invece, che le stesse ragioni che ebbero a
determinare quella decisione valgano identicamente per la norma oggi
sottoposta all'esame di questa Corte, nella sua interezza.
Nel secondo comma dell'art. 25 questa Corte ebbe a ravvisare
violazione del principio del primo comma dell'art. 53, non già per il
semplice motivo della retroattività dell'imposizione, ma per la
dissociazione temporale che ne risultava tra capacità contributiva e
sottoposizione al tributo, del quale la norma dichiarata
incostituzionale consentiva l'applicazione a "rapporti esauriti", senza
che soccorresse "alcuna razionale presunzione che gli effetti economici
dell'alienazione e del valore realizzato con essa permangano nella
sfera patrimoniale del soggetto", data anche la imprevidibilità della
imposta. È noto d'altronde come la stessa dottrina tributaristica più
sensibile ai limiti derivanti alla legislazione ordinaria dal principio
della capacità contributiva non abbia mancato di rilevare che una
legge può colpire una capacità contributiva esistente in un momento
anteriore e rivelata da fatti passati, senza per ciò solo violare
l'art. 53, purché vi sia una ragionevole presunzione che, nella
normalità dei casi, quella capacità contributiva permanga al momento
della imposizione.
Applicando i suesposti criteri al caso in esame, deve ritenersi che
la situazione prevista dalla norma degli artt. 48 e 49. di cui è
questione, è in parte diversa da quella che era regolata nel secondo
comma dell'art. 25. Giacché, nella specie, la retroattività inerisce
alla sostituzione di un tributo precedente con altro, strutturato
bensì in modi sotto alcuni aspetti diversi, ma rispondente alla stessa
funzione economico-sociale e diretto a colpire - con aliquote minori -
gli stessi fatti produttivi di ricchezza del primo. Non vi ha dubbio,
infatti, che l'imposta sugli incrementi di valore delle aree
fabbricabili, storicamente e logicamente, deriva in linea diretta dal
contributo di miglioria generica previsto dal testo unico sulla finanza
locale, rappresentandone un ulteriore sviluppo e ammodernamento: non a
caso, la legge de qua mostra chiaramente di considerare l'applicazione
dell'un tributo alternativa rispetto all'applicazione dell'altro. E la
disciplina dettata nelle disposizioni transitorie degli artt. 48, 49,
50, 51 e 52 tende a regolare il passaggio dall'uno all'altro tributo
nei comuni che il primo avessero applicato o intrapreso ad applicare.
4. - Ora, se è vero che la cerchia dei soggetti passivi
dell'imposta sugli incrementi di valore delle aree fabbricabili è più
larga di quella di coloro che erano sottoposti al contributo di
miglioria generica, non è men vero, tuttavia, che questi ultimi vi
sono certamente ricompresi: è pacifico in fatto, ad esempio, che tutti
gli attori nei giudizi promossi contro il Comune di Torino, che hanno
dato luogo al presente incidente di costituzionalità, erano in
precedenza soggetti al contributo di miglioria generica alla stregua
del testo unico del 1931 ed in forza delle deliberazioni, menzionate in
narrativa, a suo tempo adottate dal comune stesso.
Ma, nei limiti entro cui vi ha coincidenza tra contribuenti
soggetti alla nuova imposta e contribuenti già assoggettati al
contributo, non sussiste violazione dell'art. 53, primo comma. Da un
lato, infatti, a differenza da quanto si riscontrava nel caso dell'art.
25, secondo comma, non sarebbe possibile mettere in dubbio la piena
prevedibilità dell'onere di una imposizione, astrattamente prevista
come possibile dal testo unico del 1931, quando ne fosse stata decisa
la istituzione con deliberazioni comunali, contro le quali gli
interessati avevano a loro disposizione i ricorsi di cui all'art. 239
del testo unico; d'altro lato, la capacità contributiva che deve
permanere in capo al soggetto passivo della nuova imposta, subentrante
retroattivamente al tributo precedentemente istituito, è quella
medesima - non solo astrattamente, quanto anche in concreto - sulla
quale il contributo stesso per l'innanzi incideva.
Dove, al contrario, il principio del primo comma dell'art. 53
risulta violato, per ragioni analoghe a quelle rilevate dalla sentenza
n. 44 del 1966 in ordine al secondo comma dell'art. 25, è nella
estensione dell'imposta sugli incrementi di valore a soggetti diversi
da quelli già tenuti a corrispondere il contributo di miglioria
generica e con la stessa decorrenza stabilita per l'applicazione di
quest'ultimo. Ciò che, nell'ambito delle zone del territorio comunale
in cui doveva trovare applicazione il contributo di miglioria generica,
può verificarsi in casi particolari e marginali come quelli della
utilizzazione a scopo edificatorio fuori delle ipotesi dell'art. 241,
ultimo comma, del testo unico sulla finanza locale, o della costruzione
seguita da alienazione, e si verifica invece nella generalità dei casi
con riguardo alle zone escluse dal contributo.
Ne segue la illegittimità costituzionale delle disposizioni
denunciate, limitatamente alla parte in cui includono anche soggetti ai
quali il contributo di miglioria generica non era applicabile.
5. - Alla stregua delle considerazioni sopra svolte deve essere
presa in esame la censura di violazione dell'art. 3, primo comma, della
Costituzione, per il diverso trattamento dei contributi nelle diverse
zone del territorio comunale. La censura implica, evidentemente, che la
facoltà di applicare la imposta con la stessa decorrenza del
precedente contributo di miglioria, risultante dagli artt. 48 e 49,
sia dalla legge circoscritta alle zone cui il contributo si riferiva.
È questa l'interpretazione praticamente adottata dal Comune di Torino
ed assunta come pacifica nelle ordinanze di rimessione.
Se così fosse, la questione dovrebbe dirsi infondata, perché,
lungi dall'essere arbitraria o irrazionale, la differenziazione tra
soggetti anteriormente tenuti al contributo di miglioria generica e
soggetti ai quali esso non si applicava, ai fini di sostituire
retroattivamente, con riferimento ai primi soltanto, la nuova imposta,
sarebbe pienamente conforme ai principi ed in particolare, come si è
visto, congegno idoneo ad evitare fenomeni di dissociazione tra
capacità contributiva ed imposizione.
Sta di fatto, peraltro, che l'accennata differenziazione non è
posta dalla legge, la quale, anzi, come si evince dalla norma dell'art.
50, è piuttosto orientata nel senso di ammettere l'applicazione
retroattiva dell'imposta sugli incrementi di valore nell'intero
territorio dei comuni che avessero già deliberato l'istituzione, anche
se per alcune zone soltanto, del contributo di miglioria generica.
Altrimenti detto, non c'è contrasto con l'art. 3 per ingiustificata
diversità di trattamento, ma all'inverso per ingiustificata
parificazione di situazioni tra loro obiettivamente diverse; ma la
questione, più correttamente impostata in questi termini, rimane
assorbita nella rilevata illegittimità costituzionale parziale della
disciplina transitoria dettata dagli artt. 48, primo comma, e 49, primo
comma, per violazione dell'art. 53 della Costituzione, secondo quanto
si è in precedenza osservato.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara la illegittimità costituzionale del primo comma dell'art.
48 e del primo comma dell'art. 49 della legge 5 marzo 1963, n. 246
(portante istituzione di una imposta sugli incrementi di valore delle
aree fabbricabili) nella parte in cui, attribuendo ai comuni la
facoltà di fissare la decorrenza dell'imposta se più favorevole dalla
data iniziale già stabilita nella relativa deliberazione ai fini
dell'applicazione del contributo di miglioria generica, consentono
l'applicazione retroattiva dell'imposta anche nei confronti di soggetti
non sottoposti al contributo di miglioria generica.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 27 marzo 1969.
ALDO SANDULLI - GIUSEPPE BRANCA -
MICHELE FRAGALI - COSTANTINO MORTATI
- GIUSEPPE CHIARELLI - GIUSEPPE
VERZÌ - GIOVANNI BATTISTA BENEDETTI
- FRANCESCO PAOLO BONIFACIO - LUIGI
OGGIONI - ANGELO DE MARCO - ERCOLE
ROCCHETTI - ENZO CAPALOZZA - VINCENZO
MICHELE TRIMARCHI - VEZIO CRISAFULLI
- NICOLA REALE.

Spiegazione Sentenza

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