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Corte di Cassazione Sentenza 48775, 2019

Dati identificativi

Autorità giurisdizionale
Corte di Cassazione
Sezione autorità giurisdizionale
Sezione unica
Sede
Sede unica
Anno
2019
Tipo di provvedimento
Sentenza
Num. identificativo
48775
Lingua
Italiano
Data generale
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Data deposito/pubblicazione
2019-12-02
Data dell'udienza in cui è stato assunto
2019-11-12
Numero RG
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Materia
Penale
Parti
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Fonte
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Testo Sentenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE

Presidente DOVERE Salvatore
Relatore PAVICH Giuseppe

ha pronunciato la seguente:
Sentenza n. 48775 dep. il 2 dicembre 2019

Svolgimento del processo

1. La Corte d'appello di Roma, in data 3 ottobre 2018, ha confermato la sentenza con la quale il Tribunale capitolino, in data 8 febbraio 2016, aveva condannato B.A. alla pena ritenuta di giustizia - previa concessione della circostanza attenuante di cui all'art. 62 c.p., n. 6 - e alle connesse statuizioni civili, in relazione al delitto p. e p. dall'art. 589 c.p., commi 2, 3 e 4 (in relazione all'art. 590), contestato come commesso in (OMISSIS) (con decesso della vittima P.M. esattamente un mese dopo) con violazione di norme sulla circolazione stradale.

1.1. Oggetto del giudizio è un incidente verificatosi sul (OMISSIS), all'altezza della (OMISSIS): il B., secondo la ricostruzione dei fatti posta a base delle sentenze di merito, percorreva in orario notturno la strada a senso unico alla guida della propria autovettura, procedendo in direzione (OMISSIS) a velocità elevata (stimata nell'imputazione in 90 kmh e comunque ritenuta sicuramente superiore a quella consentita); a un tratto egli investiva un gruppo di pedoni, tutti di giovane età, che procedevano percorrendo la carreggiata in senso contrario (anziché camminare sul marciapiede); l'impatto cagionava lesioni personali a D.C.K., V.R., Vr. Ru., C.L., N.S. e P.M.: quest'ultimo, a causa delle ferite riportate nell'occorso, decedeva il (OMISSIS).

1.2. La ricostruzione dei fatti accolta nella sentenza di primo grado e in quella d'appello si basa sulle dichiarazioni delle tre persone offese che sono state in grado di riferire in ordine all'accaduto (D.C.K., Vr.Ru. e C.L.), sulle immagini estratte dalle videoriprese del sistema di sorveglianza installato presso la (OMISSIS), sul contributo della polizia giudiziaria intervenuta sul posto, nonché sulle valutazioni dei consulenti di parte.

1.3. La Corte di merito, nell'argomentare il rigetto dell'appello, ha affermato che, pur in presenza di un comportamento imprudente delle persone offese (che nottetempo procedevano a piedi sulla carreggiata anziché sul marciapiede), non poteva affermarsi che esso fosse stato l'unica ed autonoma causa del sinistro; mentre la condotta del B., che conduceva la sua auto a velocità elevata ed incompatibile con le regole di prudenza di cui all'art. 141 C.d.S., si è rivelata viepiù imprudente in relazione alle accertate condizioni di scarsa visibilità, che avrebbero dovuto indurlo a moderare la velocità e a osservare una maggiore attenzione alla guida; la violazione delle regole cautelari da parte sua ha avuto, secondo la Corte distrettuale, un ruolo decisivo, e la sua responsabilità è risultata aggravata dal precedente specifico da cui il B. era gravato.

2. Avverso la prefata sentenza ricorre il B., con atto affidato a un unico, articolato motivo, teso a denunciare violazione dell'art. 192 c.p.p. e vizio di motivazione in punto di valutazione del materiale probatorio. Deduce il ricorrente che la Corte di merito si è limitata ad affermare la responsabilità del B. senza argomentarne i fondamenti e senza confrontarsi con le lagnanze formulate nell'atto d'appello e con il materiale probatorio raccolto nel giudizio di primo grado. Vengono messi in risalto dal ricorrente alcuni elementi, quali il soccorso prontamente prestato dall'imputato ai pedoni, il fatto che questi ultimi procedessero sulla carreggiata pur avendo a disposizione un marciapiede di 3 metri di larghezza e privo di impedimenti, l'assenza di segni di frenata (tale da non consentire una stima esatta della velocità), la distanza di oltre 8 metri tra il punto dell'impatto e l'attraversamento pedonale, l'illuminazione insufficiente; a tal fine vengono richiamate le prove testimoniali raccolte e vengono sottoposte a critica le valutazioni del consulente tecnico del P.M., mentre si denuncia l'atteggiamento "colpevolista" della sentenza d'appello, che in luogo di confrontarsi con le osservazioni del consulente della difesa circa la dinamica e le cause del sinistro (che si sarebbe verificato ugualmente anche se il B. avesse tenuto una velocità conforme al limite massimo consentito) assume un atteggiamento gratuitamente offensivo nei confronti del suddetto C.T., geom, M.. Infine, quanto al diniego delle attenuanti generiche - motivato dalla Corte di merito con la gravità della condotta dell'imputato anche dopo il fatto -, il ricorrente evidenzia che il precedente specifico riportato dal prevenuto risaliva a 18 anni prima ed era dovuto essenzialmente a un raggio di sole che gli aveva impedito la visuale, e che subito dopo l'incidente egli era andato nel pallone e comunque aveva cercato di prestare soccorso alle vittime.

3. All'odierna udienza l'avv. Salese, in rappresentanza delle parti civili costituite N.S., N.D. e S.T., nonchè dell'Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada - ONLUS, ha rassegnato conclusioni scritte e depositato nota spese.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato nonché proteso, nell'essenziale, a sollecitare una diversa valutazione del materiale probatorio, in termini non consentiti nel giudizio di legittimità.

1.1. Ed invero è costante il principio, affermato dalla giurisprudenza anche apicale di legittimità, in base al quale, in tema di sindacato del vizio della motivazione, il compito del giudice di legittimità non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito in ordine all'affidabilità delle fonti di prova, bensì di stabilire se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre (giurisprudenza unanime a partire da Sez. U, Sentenza n. 930 del 13/12/1995, dep. 1996, Clarke, Rv. 203428; in senso conforme, più di recente, si vedano Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482; Sez. 1, n. 42369 del 16/11/2006, De Vita, Rv. 235507). L'illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purchè siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U, n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv. 216260; Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).

1.2. Ancora, in perfetta coerenza con gli arresti finora richiamati, si è osservato che, in tema di motivi di ricorso per cassazione, non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze che "attaccano" la persuasività, l'inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell'attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento (Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015 - dep. 31/03/2015, 0., Rv. 262965).

1.3. Per quanto riguarda specificamente i sinistri stradali, merita di essere richiamato il principio in base al quale sono sottratti al sindacato di legittimità, se sorretti da adeguata motivazione, gli apprezzamenti di fatto necessari alla ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia (valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell'efficienza causale di ciascuna colpa concorrente) (ex multis Sez. 4, n. 37838 del 01/07/2009, Tarquini, Rv. 245294).

1.4. Conclusivamente, non possono formare oggetto di sindacato di legittimità le doglianze relative a questioni di mero fatto e tese a prospettare valutazioni alternative delle prove assunte: la disamina di esse è demandata in via esclusiva al giudice del merito ed è sottratta allo scrutinio della Corte regolatrice, laddove dette doglianze non attingano profili di macroscopica illogicità o inadeguatezza della motivazione del provvedimento impugnato.

1.5. Quanto alle censure di presunto travisamento della prova da parte della Corte territoriale, deve osservarsi che tale vizio è ravvisabile non già allorquando con esso venga denunciato un qualsiasi equivoco epistemologico e percettivo nel quale sia caduto il giudice del merito, ma esclusivamente entro un ben delimitato numero di ipotesi, nelle quali affiori la contraddittorietà del ragionamento giustificativo della decisione rispetto alle risultanze di cui agli atti del processo specificamente indicati dal ricorrente (cfr. Sez. 1, Sentenza n. 35848 del 19/09/2007, Alessandro, Rv. 237684); con il corollario che la denuncia di tale contraddittorietà (in quanto volta a censurare un vizio fondante della decisione) deve possedere un'autonoma forza esplicativa e dimostrativa tale da disarticolare l'intero ragionamento della sentenza e da determinare al suo interno radicali incompatibilità (Sez. 6, n. 14624 del 20/03/2006, Vecchio, Rv. 233621). Un diverso modo di procedere si risolverebbe in una impropria - e improponibile - riedizione del giudizio di merito e non assolverebbe alla funzione essenziale del sindacato sulla motivazione, essendo, come si è detto, preclusa al giudice di legittimità, in sede di controllo sulla motivazione, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal Giudice del merito perché ritenuti maggiormente e plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa).

Ciò vale in particolar modo laddove, come nella specie, la sentenza d'appello impugnata confermi, quanto meno nell'impianto della decisione, la pronunzia del giudice di primo grado (c.d. "doppia conforme").

Beninteso, la conformità fra la decisione d'appello e quella di primo grado non è, in sé, ostativa alla denunzia del vizio in esame; ma è intuitivo che il duplice vaglio delle acquisizioni probatorie in sede di merito, con il medesimo esito valutativo, rafforza intrinsecamente le conclusioni cui gli organi giudicanti investiti di tale giudizio sono concordemente pervenuti e rende necessario che le censure, per dirsi fondate, colpiscano travisamenti probatori che si siano manifestati, in modo eclatante ed evidente, in ambo i gradi del giudizio di merito.

Al riguardo, è sufficiente richiamare il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità in base al quale, nell'ambito dei motivi di ricorso per cassazione, il vizio di travisamento della prova, previsto dall'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), può essere dedotto, nel caso di cosiddetta "doppia conforme" nell'ipotesi in cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice (Sez. 4, n. 4060 del 12/12/2013 - dep. 2014, Capuzzi e altro, Rv. 258438); oppure quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel contraddittorio delle parti (Sez. 4, n. 44765 del 22/10/2013, Buonfine e altri, Rv. 256837).

Il che, pur alla luce delle lagnanze articolate dal ricorrente, non può in alcun modo dirsi accaduto nel caso di specie.

1.6. Ed invero, pur attraverso un percorso motivazionale alquanto sintetico, la Corte di merito conferma il giudizio di responsabilità sulla base di elementi affatto conducenti.

In primo luogo, non hanno pregio le considerazioni del ricorrente in ordine al comportamento dei pedoni e alla possibilità che essi avrebbero avuto di camminare sul marciapiede: la loro condotta, lungi dall'essere giudicata assolutamente esente da responsabilità, è stata giudicata imprudente dai giudici di merito, ma non tale da assumere rilevanza causale esclusiva sull'accaduto; né del resto essa fu eccezionale o imprevedibile, atteso che è lo stesso art. 141 C.d.S.(ossia la regola cautelare di cui si lamenta la violazione da parte del B.) a indicare espressamente, al comma 4, la regola di condotta del conducente - consistente nel ridurre la velocità e, occorrendo, anche nel fermarsi - in presenza di pedoni che si trovino sul percorso e che tardino a scansarsi o diano segni di incertezza. Ed è evidente che la velocità tenuta dal prevenuto, sicuramente di molto superiore a quella consentita (è lui stesso a stimarla in circa 70 kmh) e a quella adeguata allo stato dei luoghi (la sentenza impugnata sottolinea che la scarsa visibilità, lungi dal giustificare l'accaduto, avrebbe dovuto suggerire al B. una ben maggiore cautela alla guida), non gli permise di arrestare la sua corsa né forse di avvistare i pedoni (non sono state trovate tracce di frenata), assumendo pertanto evidente rilevanza causale sul corso degli eventi, in termini conformi alla nozione di causalità della colpa (intesa come introduzione, da parte del soggetto agente, del fattore di rischio poi concretizzatosi con l'evento, posta in essere attraverso la violazione delle regole di cautela tese a prevenire e a rendere evitabile il prodursi di quel rischio).

1.7. Per quanto infine attiene al diniego delle attenuanti generiche, la motivazione della sentenza impugnata aderisce ai principi generali affermati dalla giurisprudenza di legittimità e riconducibili ai criteri di cui all'art. 133 c.p., atteso che vi si prendono in considerazione sia la gravità della condotta tenuta nell'occorso dal B. (il suo comportamento alla guida, gravemente inosservante dei limiti di velocità, costò la vita a una persona e provocò lesioni ad altre cinque persone), sia la personalità dell'imputato gravato da un precedente specifico: al riguardo, si osserva che tale precedente, benché risalente, contribuisce ugualmente a delineare la personalità dell'imputato in relazione alla natura dell'odierna violazione (come correttamente evidenziato dalla Corte di merito), mentre restano estranee allo scrutinio di legittimità e non proponibili in questa sede le modalità fattuali in cui tale precedente si sarebbe verificato. In definitiva, la sentenza impugnata risulta in linea con i principi affermati in subiecta materia dalla Corte di legittimità, secondo la quale, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche, non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, Sentenza n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899).

2. Alla declaratoria d'inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali; ed inoltre, alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", il ricorrente va condannato al pagamento di una somma che si stima equo determinare in Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalle costituite parti civili, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende; condanna altresì il ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità alle parti civili, liquidate per N.S., N.D. e S.T. in tremilacinquecento Euro, oltre accessori di legge e per l'Associazione italiana Familiari e Vittime della Strada ONLUS in duemilacinquecento Euro, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 12 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 2 dicembre 2019

Spiegazione Sentenza

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